A un Paese in difficoltà non serve un governo debole

Ci sembra che, a un giorno dall’inizio del dibattito parlamentare sul governo Conte, il giudizio dei grandi organi di informazione sulla situazione politica possa essere sintetizzato in due proposizioni. La prima è che la decisione di Italia Viva di aprire una crisi di governo in questo momento e con queste modalità è stato un errore che indebolisce l'Italia in un momento difficile. Di conseguenza, se il governo Conte troverà il modo di avere una maggioranza in Parlamento, conviene che vada avanti. Naturalmente nessuno pensa o scrive che si tratterebbe di un governo più solido. Non solo perché esso partirebbe da un numero di voti inferiore a quello che garantiva la presenza in maggioranza di Italia viva e forse anche inferiore ai 161 voti che rappresentano la maggioranza dei componenti del Senato, ma anche perché le nuove adesioni apparirebbero come la continuazione di pratiche trasformistiche duramente criticate dagli stessi che oggi se ne avvarrebbero. Né avrebbe senso il semplice riferimento alle posizioni europee di questo o quel gruppo o di questo o quel parlamentare che dichiarasse di volersi unire alla maggioranza. L’onorevole Di Maio ha fatto riferimento alla cosiddetta maggioranza von der Leyen, stabilendo così un confine invalicabile a destra verso la Lega e i Fratelli d’Italia (limite cui può aggiungersi quello costituito dall’identificazione di questi partiti con la Presidenza Trump e riconfermato dall’insufficiente presa di distanza rispetto alle ultime vicende di Capitol Hill). Ma se si apre questo discorso - e a un certo punto converrà aprirlo - allora l’allargamento della maggioranza dovrebbe coinvolgere tutti i movimenti o partiti che in Europa hanno sostenuto l’elezione della presidente Von der Leyen: Calenda, Bonino, Toti e (perché no?) Forza Italia, oltre ovviamente Italia Viva. Dunque il tema è importante e porterebbe a un vero rafforzamento del governo, ma aprirlo significa fare dei passi molto complicati, almeno per il momento.

Tutti gli osservatori sottolineano poi una seconda questione altrettanto importante e cioè che, indipendentemente dai numeri parlamentari, il governo deve fare di più per fugare i dubbi dell'Europa. Si tratta, in parte, di dubbi causati dalla crisi, ma in parte maggiore da quel ritorno alla tradizionale inaffidabilità dell’Italia di cui parla Mario Monti sul Corriere della Sera di oggi. Questo scetticismo – diciamolo chiaramente – ha a che fare con il modo in cui il governo ha gestito finora il Recovery Fund. Lo scrive con chiarezza Maurizio Molinari su Repubblica. Ne parlano gli articoli da Bruxelles e da altre capitali europee dei corrispondenti dei giornali.

Come ha scritto ieri il direttore del Sole 24 Ore, il piano italiano non c’è, mentre si avvicina il momento in cui l'Italia dovrà presentare le carte alla Commissione europea. Su questo punto il presidente del Consiglio dovrà dare rassicurazioni concrete nel suo discorso di domani. Dovrà spiegare come recuperare il tempo perduto che lo ha portato a presentare a dicembre una bozza del piano per poi ritirarla precipitosamente. Dovrà inoltre rassicurare l’Italia e l’Europa che i pasticci della redazione del piano, e soprattutto l’assenza di una chiara governance, non siano dovuti al desiderio di mantenere un controllo politico sulla destinazione dei fondi.

Conte ha un solo modo di rispondere a questi dubbi: separare nettamente la definizione operativa del piano e la sua esecuzione dalle scelte politiche; collocare in una struttura indipendente dalla politica e autonoma i fondi e la loro distribuzione. Mettere alla testa di questa struttura una personalità, come scrive Massimo Giannini su La Stampa, che dia con il suo stesso nome garanzia di terzietà e indipendenza dagli interessi politici deteriori della gestione delle risorse.

Sono questi i propositi che il premier dovrebbe domani esprimere nel suo intervento, dichiarando di voler dare subito seguito alla loro attuazione. Solo così potrà sperare di compensare le debolezze numeriche e politiche della sua maggioranza e proseguire nella sua azione di governo.

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