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Chi costruisce il "partito che non c'è"?

Oggi sarebbe indispensabile – scrive Enrico Cisnetto nel suo editoriale su Terza Repubblica - che vi fosse nella vita italiana “Il partito che non c’è.” Un partito di questo genere avrebbe il merito di stabilizzare la situazione politica e di conferire al governo Conte una spinta maggiore per affrontare i problemi del Paese.

Tuttavia l’area che dovrebbe occupare “il partito che non c’è” non è vuota. Non si tratta quindi di chiamare a raccolta personalità del mondo che un tempo si definiva liberaldemocratico e che Cacciari di recente ha ridefinito socialista liberale e proporre alla pubblica opinione una forza con queste caratteristiche. In realtà operano già in questa area non una, ma varie forze politiche che esprimono certo su singole questioni le posizioni del “partito che non c’è”, ma poi si muovono disgiuntamente, spesso l’una contro l’altra e soprattutto senza condividere una visione complessiva sul modo di affrontare i problemi del Paese.

Ci sono almeno tre nuovi soggetti politici che si muovono in questa area - Renzi, Calenda, Più Europa - e che si aggiungono ad altre forze tradizionali come il PRI e il PSI. A stare ai sondaggi, essi insieme raccoglierebbero intorno al 10 per cento, cioè più o meno quanto raccolse Mario Monti che, per un momento, fra il 2012 e il 2013, fece pensare agli elettori del “partito che non c’è” che finalmente fosse nata un’ipotesi politica all’altezza delle loro speranze.

Il problema è che Più Europa e Calenda si collocano all’opposizione del governo Conte, mentre Renzi fa parte della maggioranza. Fra Renzi e Calenda si registrano per di più frequenti diverbi a volte politici, a volte programmatici, a volte personali, e tali da far ritenere impossibile un loro incontro. Quando, infine, i tre partiti riescono a trovare un accordo, come sembra accadere in Puglia, tale convergenza avrebbe la paradossale conseguenza di favorire il successo del candidato governatore del centrodestra, e cioè di portare di fatto il governo Conte verso quella crisi che forse Più Europa vorrebbe, Calenda non si sa, ma Renzi - perlomeno a stare alle sue dichiarazioni - sicuramente no.

Quanto alle formule politiche, Renzi sostiene che il governo Conte dovrebbe durare fino alla fine della legislatura, Calenda proponeva (o propone) una maggioranza di unità nazionale (non si capisce se anche con forze antieuropee come la Lega e Fratelli d’Italia), mentre Più Europa è prevalentemente muta sull’argomento.

Anche sulla legge elettorale si registrano posizioni non collimanti. A noi sembra che Più Europa e forse Calenda preferiscano un sistema proporzionale, magari con una soglia di sbarramento un po' più bassa del 5 per cento, mentre Renzi, forse per raggiungere lo stesso obiettivo, va dicendo che vuole un sistema maggioritario. Se i pezzi del “partito che non c’è” si alleassero, da un lato negozierebbero meglio e con più serenità la soglia di sbarramento, e dall'altro risulterebbero protagonisti del varo di una nuova legge elettorale. Le forze che possono costituire il "partito che non c'è" convergono nel ritenere che occorra superare la condizione di progressiva paralisi in cui versa il governo. Esse potrebbero essere quindi uno sprone e non un impaccio per approvare una nuova legge elettorale che forse è l'unico strumento per riuscire a fare uscire il governo dal suo letargo.

Ecco perché non esiste ancora il “partito che non c’è”: perché ce ne sono troppe versioni in conflitto reciproco.

L’adozione dei vari sistemi maggioritari, aldilà delle buone intenzioni di chi li ha introdotti o ancor oggi li preferirebbe, ha fatto venir meno la possibilità di vita di autonome terze forze. Per gran parte del dopoguerra - ed in particolare nei periodi caratterizzati da maggiore sviluppo economico del Paese - sono state le ali dei grandi schieramenti a determinare la fortuna delle combinazioni politiche e la loro efficacia: l’alleanza fra la DC e le forze laiche diede il miracolo economico; le riforme del centrosinistra nacquero dall’avere indotto la DC a lasciare gli alleati di destra e il PSI a rinunciare al fronte delle sinistre; i diritti civili sono stati soprattutto difesi dall’alleanza fra il PCI e le forze laiche. Sarebbe quindi utile se potesse oggi nascere o rinascere una terza forza laica, democratica, europeista e attenta ai diritti civili. Ma non può nascere solo su un'agenda programmatica. Essa deve avere un progetto politico chiaro e funzionale all'equilibrio politico che di quel programma può essere garante.

Nell'attuale fase politica, caratterizzata da una destra scatenata in senso antieuropeo e da un partito come i Cinque stelle che riesce a trovare un'unità solo nella demagogia antiparlamentare, il vero e più importante motivo per la nascita del "partito che non c'è" è il sorgere di una forza politica che aiuti i partiti presenti in Parlamento che si riconoscono nelle grandi tradizioni politiche europee a riportare in equilibrio il sistema politico del Paese e a far prevalere la cultura di governo sulle posizioni animate esclusivamente dalla propaganda.

Per ottenere ciò che molti auspicano - e cioè una qualche convergenza fra le componenti più consapevoli dei 5 Stelle, il PD e tutti coloro che ritengono indispensabile per l'Italia la prospettiva europea - occorre che le idee che animerebbero questa terza forza possano prevalere sulle rivalità dei leader e sulle loro miopi aspirazioni elettorali. Il "partito che non c'è" può, come scrive Cisnetto, avere un ruolo politico fondamentale. Ma prima di tutto bisognerebbe costruirlo. Ciò che già esiste non aiuta.

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