Closing the gap

Lettera da Washington


Closing the gap si presta a un gioco di parole. GAP è la popolare catena di abbigliamento che sta attualmente chiudendo negozi a precipizio, vittima anch’essa del COVID; ma l’espressione, di questi tempi, allude qui principalmente alla necessità di fare qualcosa per rimediare al distacco tra - diciamo - i benestanti (più che altro cittadini, e destinatari di tutte le meraviglie della società contemporanea), e gli americani del paese profondo, lontano dalle metropoli, con internet primitiva, sommersi dallo tsunami della globalizzazione ma tagliati fuori dalla cornucopia nazionale.

Questo distacco ha un valore politico profondo e riflette le due diverse Americhe che esistono sullo stesso grande territorio: unite da una ambizione comune quanto al destino della nazione, ma divise nella realtà quotidiana dalla loro situazione economica e politica, cioè nella loro fruizione della cittadinanza che pure condividono.

L’ America emarginata, quella che si sente tradita dall’evanescenza del sogno americano in questo ventunesimo secolo, in parte contiene territori del vecchio Sud, che si considerano sconfitti ma non vinti, e vivono i resti di una nazione del XIX secolo; il resto si raccoglie in buona parte nei flyover states, cioè quegli stati che si vedono solo dall’alto di un aereo perché troppo vasti e monotoni par attraversarli a livello del suolo, ma sono il granaio della nazione. Il termine stesso tradisce la trascuratezza, e fa capire perché i suoi abitanti racchiudano tanto risentimento da essere attratti da un iconoclasta come Trump.

In entrambi i casi, la globalizzazione ha pagato, ma con monnaie de singe. Eppure sono i Democratici che si propongono paladini dei bisognosi: è importante per loro raccogliere il consenso di questi americani, correggendo il distacco psicologico - e reale - che può consacrarli nemici per chissà quanto tempo ancora.

Come comportarsi dinanzi a questo gap, è questione che divide nettamente i due partiti: dove i Democratici vedono una piaga della nazione che preclude un futuro a un gran numero di cittadini, i Repubblicani vedono il motore che spinge gli americani ad eccellere, in caso anche ad eccedere, generando il dinamismo dell’intero paese. Coerentemente, nel passato, sono state le politiche favorite dai Repubblicani, il Grand Old Party (GOP), a scavare un fossato sempre più profondo tra le due Americhe - da Reagan in poi in modo sempre più cospicuo - restringendo lo spazio del ceto medio. Una delle peggiori conseguenze è stata quella di aver sottratto alla politica americana il loro voto, il voto dei moderati, con ciò eliminando nella pratica la possibilità di soluzioni legislative convergenti tra la due ali del Congresso. Un Presidente con ambizioni e con poco tempo non può fare a meno di tentare di ricucire lo strappo, e un modo per farlo è di venire in soccorso dell’America trascurata con un programma economico straordinariamente vigoroso. L’idea è che poco importa la spesa se recupera al paese una fascia che sta andando pericolosamente alla deriva, lasciandole l’eredità di strutture e mezzi che possano a lungo stabilizzare il suo futuro economico. Quindi i trilioni di cui si parla.

Lo strumento preferito dal GOP per creare sviluppo, cioè la detassazione, ha poca presa per chi ha poco reddito e paga poche o zero tasse: perciò se occorre partire dalla rapida creazione di posti di lavoro, il solo modo per farlo senza sostituirsi all’imprenditoria privata, ma affiancandola, sono i programmi di investimento pubblici. Per fortuna, da fare, rifare e innovare c’è davvero tantissimo. Dunque strade, ponti, internet, ferrovie, acqua potabile, rete elettrica, e via discorrendo; se non fosse per l’aggiunta di internet, sarebbe il programma di Roosevelt.

Visto che il New Deal ebbe successo, Biden cercherà di ripeterlo. Ma perché il governo abbia i mezzi per impegnare il paese su questa strada, occorre che il Congresso garantisca al Presidente i mezzi finanziari, e non è un fatto banale: la maggioranza di cui dispone Biden, ora che si trova alla Casa Bianca, è fragile, l’opera da compiere è titanica, l’opposizione politica è granitica, e il tempo a disposizione è limitato.

Biden, però, ha passato una vita al Congresso, eletto al Senato a 29 anni e rieletto puntualmente per 36 anni fino al 2008. Per sedici anni è stato al vertice della Commissione Giustizia del Senato e per dodici in quella degli Affari Esteri prima di diventare Vice Presidente con Obama. Se mai c’è stato un Presidente che conosce il Congresso e sa come farlo funzionare, probabilmente questo Presidente è Biden. I primi segnali confermerebbero l’esistenza di una via praticabile per arrivare a un voto finale favorevole.

Ma non finisce qui. Il programma legislativo sciorinato dalla Casa Bianca fin dai primi giorni è un insieme coordinato di mega-provvedimenti shock: COVID, infrastruttura e riforma fiscale ne sono parte. Il nesso è colmare il divario, che non è solo un divario materiale, ma è divenuto anche un divario politico, e la sua persistenza mette a rischio la governabilità della nazione in tempi di crisi, come hanno dimostrato questi ultimi lunghi mesi.

Non si tratta dunque solo di ponti e strade; c’è un disegno inteso a impegnare il paese per rimettere insieme i popoli che compongono la società americana, divisi e proiettati in opposte direzioni da questioni di censo, razza, educazione, genere, cultura e religione, tutti fattori di coesione all’interno, ma di disgregazione all’esterno, usciti solo bruciacchiati, invece che amalgamati, dal crogiolo dell’esperienza americana.

Quello che si intravede è il primo serio tentativo, dagli anni di Lyndon Johnson, di ricucire la nazione ricreando il mitico disegno dei fondatori, mai veramente raggiunto, è vero, ma nobile abbastanza da giustificare la storia di un paese. Storia è viaggio: ha un’origine, e deve avere una meta.


Franklin

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