• Il contributo

Cosa è successo in Lombardia

Cosa è successo in Lombardia, e in particolare nella provincia di Bergamo, nei primi giorni della pandemia in cui il virus si è diffuso indisturbato e gettando e rinsaldando le basi per la grande strage dei giorni successivi? Se ci siano state responsabilità di rilevanza penale tocca alla magistratura, che si sta muovendo a seguito delle tante denunce arrivate, stabilirlo, ma è fuori discussione che ciò a cui si è assistito somiglia molto a quei film catastrofici nei quali ambigui personaggi, spinti da intenti affaristico/politici, negano le evidenze e gli allarmi degli scienziati fino allo scoppio della tragedia annunciata. Ciò che interessa stabilire, responsabilità penali a parte, è se ci siano o meno state responsabilità politiche, e a quale livello decisionale, che hanno ritardato l’assunzione di decisioni che permettessero di contenere il disastro imminente.

Quello che colpisce, riesaminando gli avvenimenti così come ricostruiti dalla stampa, è la sostanziale paralisi decisionale che ha attanagliato sia il governo nazionale che il governo regionale, dopo che, fra l’altro, da parte di non pochi amministratori erano stati lanciati rassicuranti messaggi nei quali si arrivava ad auspicare, se non a sollecitare, comportamenti che, nella situazione che si andava concretizzando, andavano nella direzione opposta alla più elementare prudenza che sarebbe, al contrario, stata auspicabile. L’appello del sindaco di Bergamo, che poi risulterà la città più colpita in assoluto, a non fermarsi è del 27 febbraio, eppure già il giorno dopo il primario delle malattie infettive del Giovanni XXIII lanciava un gravissimo allarme denunciando come la crescita dell'epidemia fosse rapidissima, a partire da un focolaio sviluppato dall'ospedale di Alzano. “La terapia intensiva e ogni altro reparto sono già saturi. Servono misure di contenimento” aggiungeva. L’allarme del medico descriveva una situazione già al limite del collasso; su quale base poteva dunque essere giustificato l’ottimismo degli amministratori? Con chi avevano parlato? Possibile che non abbiano ritenuto utile chiedere quale fosse lo stato della situazione epidemica a chi già si trovava in affanno a fronteggiarla negli ospedali della loro stessa citta e della loro stessa regione? Come è possibile che, dopo avere dato una prova di grande efficienza istituendo la zona rossa di Lodi il 23 febbraio, si siano aspettati undici giorni dalla denuncia del clinico per capire che andavano presi provvedimenti ugualmente drastici anche per altri e più devastanti focolai? Quali sono state le comunicazioni con il governo nazionale?

Che la Lombardia fosse la migliore candidata alla diffusione di una pandemia globale come questa è nella struttura stessa del territorio: una regione ad altissima concentrazione industriale, ad alto inquinamento e, soprattutto, estremamente interconnessa per motivi economici e finanziari con tutto il resto del mondo; meta di migliaia di uomini d’affari, manager di ogni sorta in movimento da e verso tutti i continenti. Eppure una inspiegabile rimozione dello stato di pericolo si è sviluppata in tutti coloro a cui spettava prendere le decisioni, a ogni livello. Non solo, ma si è giunti, comunque tardi, al paradosso di fare giungere ad Alzano, uno dei due focolai da cui è partita la grande strage del bergamasco, una vera e propria forza armata pronta a chiudere tutto, salvo smobilitarla il giorno dopo. Cosa abbia spinto a questa decisione e chi l’abbia presa non è dato sapere, e saranno sicuramente i magistrati a stabilirlo. Un intricata rete di errori, omissioni, sottovalutazioni, ritardi, paure di perdere il consenso hanno permesso al virus di diffondersi indisturbato, lui si rapido ed efficace nella sua azione letale. Il risultato lo abbiamo visto tutti: l’esplosione del contagio, la decimazione del personale sanitario costretto a lavorare senza adeguate protezioni e in aree a lungo promiscue, il sovraffollamento di pronto soccorsi e terapie intensive, la carenza drammatica di strumenti per la ventilazione, il criminale spostamento di pazienti infetti nelle strutture per anziani e la loro strage (a proposito, ma nessuno dei tanto mediatici infettivologi aveva spiegato a chi di dovere l’unica cosa di cui sono davvero competenti, ovvero la perdurante contagiosità di chi fosse uscito dalla fase acuta?) e infine la prolungata incomprensione di cosa realmente rendesse il virus tanto letale e di quale fosse il tipo di danno procurato, che ha portato in molti casi ad insistere con terapie inutili quanto penose. E su quest’ultimo punto si innesta uno dei capolavori di stupidità messi in campo direttamente dal governo nazionale: la proibizione ad eseguire le autopsie che sole avrebbero permesso di capire rapidamente cosa avveniva e che rendeva inefficaci le ventilazioni meccaniche e come modificare con maggiore efficacia i protocolli terapeutici. Perché fu deciso questo? Per la sicurezza del personale addetto ai riscontri anatomopatologici? Perché così facevano i cinesi? Se il virus si diffonde soprattutto con i droplets emessi con il respiro, la cosa appare quantomeno di scarsa logica, e non ci sarebbero stati certamente più rischi di quelli corsi dai medici di medicina generale buttati allo sbaraglio senza sistemi di protezione adeguati, dai medici di pronto soccorso o delle terapie intensive. Le autopsie sono un insostituibile strumento di apprendimento e di correzione di errori, eppure non si sono potute utilizzare. E’ stato necessario aspettare che qualche clinico attento e scrupoloso di periferia si accorgesse di strane anomalie, come la massiva formazione di trombi secondari alla devastante infiammazione innescata dal virus, che semplicemente impedivano al sangue di scorrere nei vasi e ricevere e cedere ai tessuti le grandi quantità di ossigeno somministrate, che questo qualcuno fosse persino sbeffeggiato dai signori dei laboratori, unici e soli consulenti accreditati dalla politica, per far si che qualcun altro decidesse che era giunto il momento di contravvenire alle raccomandazioni ministeriali andando comunque a dare un’occhiata, per potere correre ai ripari, modificare in maniera più efficace i protocolli terapeutici e cambiare la storia naturale della malattia.

Oggi, con la magistratura che è entrata in campo, si assiste ad uno spettacolo ancora più deprimente: scarica barile, accuse tra governo nazionale e enti locali, sostenute da leggi che demandano le decisioni in misura simile a tutti i livelli di governo senza stabilire una gerarchia certa, tentativi di giustificare l’ingiustificabile, ma, soprattutto, nessuna idea, nessuna discussione, su come fare, su cosa cambiare, su quali aspetti della nostra sanità rafforzare, per evitare che la paventata seconda ondata d’autunno si trasformi in una nuova, penosa sconfitta del sistema pagata al prezzo di vite umane.

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