Cresce la popolarità del Presidente candidato

Lettera da Parigi


La guerra in Ucraina ha fatto irruzione nella campagna elettorale in Francia, oscurandone nell’opinione pubblica e nei media le abituali dinamiche del confronto fra programmi e progetti politici, alterando l’ordinata “road map” dei comizi e dei dibattiti, sovvertendo talvolta lo stesso apprezzamento dei francesi per le personalità dei candidati, giudicate oggi prioritariamente per i loro rispettivi posizionamenti sugli equilibri mondiali e per la loro visione dei rapporti con la Russia e con Putin.


In primo piano, la discesa in campo di Macron che ieri sera, con una “Lettera ai francesi” pubblicata sui giornali locali e diffusa on-line, è entrato nell’agone – “Je suis candidat” – a meno di 24 ore dalla scadenza. Scattano infatti oggi le procedure costituzionali che culmineranno, lunedì 7 marzo, nella proclamazione ufficiale dei candidati ammessi a correre per il primo turno da parte del Consiglio Costituzionale con la eliminazione di coloro che non hanno raccolto le prescritte firme di presentazione (almeno 500) da parte di “eletti”, nazionali e locali.


Macron ha da tempo incassato un congruo numero di parrainages nel campo allargato della maggioranza che lo sostiene e che si arricchisce di giorno in giorno di nuovi, significativi sostegni, come quelli annunciati ieri da due ex-Primi Ministri, il socialista Vals e il centrista Raffarin.


Sono tuttavia incerte la modalità e l’impostazione stessa della sua discesa in campo (è stata già annunciata la cancellazione del grande raduno previsto a Marsiglia per domani, 5 marzo). Il Presidente dovrà infatti riuscire a conciliare la sua “cronofaga” agenda istituzionale (quella dell’emergenza bellica che lo ha tenuto ancora ieri per oltre un’ora al telefono con Vladimir Putin, sino ad appuntamenti rilevanti quali il Vertice straordinario UE a Versailles del 10 e 11 prossimi) e le sue attese ed ormai inevitabili presenze pubbliche per presentare e difendere tanto il consuntivo del suo primo quinquennio quanto il progetto e la visione che intende sottoporre ai francesi per il futuro.


Per ora, tutti gli indicatori sembrano essergli favorevoli; si è notevolmente accresciuta la sua popolarità, tanto nell’opinione pubblica che nei sondaggi sulle intenzioni di voto, balzata in avanti di vari punti percentuali, a detrimento di quasi tutti i suoi avversari, secondo la tradizione che privilegia in tempo di conflitti l’esigenza di non rischiare di rimuovere in corso d’opera il Comandante in Capo. Soprattutto quando fa mostra di saper coniugare la necessaria fermezza, il decoro nazionale, il prestigio internazionale e la coraggiosa pervicacia a ricercare ogni possibile ricorso al dialogo.


La tetragona ed irriducibile spietatezza guerresca del Cremlino, da potenziale rischio aggiuntivo al percorso di Macron verso la riconferma, sembra – almeno in queste ore – giocare in senso opposto e fare di Putin un imprevisto alleato, “malgré lui”, del Presidente francese alla vigilia dell’appuntamento di aprile.


A ciò concorre anzitutto la linea, talvolta esplicita, spesso condannata, sempre controversa, adottata dai suoi principali contendenti nei confronti della Mosca putiniana, diffusa, quasi irrazionalmente, tanto nel sovranismo di destra che nel populismo di sinistra, entrambi accompagnati qui in Francia da una tendenza al livoroso anti-americanismo di sempre e all’ipertrofia dell’ego nazionale ed anti-europeo.


Chi ne paga maggiormente le conseguenze sembra essere oggi Zemmour, con un considerevole calo dei consensi commisurato ai maldestri tentativi trionfalistici di conferma della sua visione nostalgica e passatista del mondo e dei suoi equilibri, che le notizie dal fronte ucraino intaccano ogni giorno di più.


A conferma della loro rodata esperienza di “vecchie volpi” della campagna elettorale, tanto Marine Le Pen che Mélenchon si arrabattano a far dimenticare i loro trascorsi pro-putiniani e cercano di spostare i riflettori sul ritorno della campagna attorno ai temi prioritari messi in sordina dalla guerra, ingiungendo al Presidente di confrontarsi con il dibattito complessivo. Entrambi cercano in tal modo di risvegliare l’attenzione degli incerti e degli indifferenti, con il tentativo di “capeggiare” il perdurante, diffuso anti-macronismo del Paese. Forte la prima del consenso che mantiene negli strati popolari più disagiati ed il secondo della dissoluzione della sinistra classica e della tentazione dei “gauchistes” per il solo voto utile di impronta ideologica esistente oggi sul tappeto.


Dal canto loro, gli oppositori più “istituzionali” – verdi, socialisti e gollisti – non sembrano trarre beneficio dal loro sostegno, a denti stretti, alle misure del Governo accolte con i maggiori consensi dall’opinione e faticano (in particolare una sempre più “balbettante” Pécresse) a ricollocare i loro temi prioritari al centro di un dibattito politico assorbito dalla guerra in Europa e dalle sue ripercussioni economiche e migratorie.

Del resto (e più indirettamente) la intransigenza vittimistica di Putin e dei suoi (con il ritorno in scena di Lavrov) sembrano prestare solidi e confermati argomenti a sostegno della visione coerentemente esposta da Macron a favore di una rinnovata sovranità europea e del multilateralismo possibile, pragmaticamente ricercato ed attuato d’intesa con alleati e partners accomunati da un progetto ed un impegno condiviso.


Al di là delle manifestazioni più eclatanti di questa svolta epocale (dalla condanna schiacciante di Putin all’Assemblea Generale dell’Onu, alla storica decisione tedesca di superare la propria consolidata dottrina in campo strategico e militare, sino al ricompattamento intereuropeo delle frange più riottose ad Est sui temi dell’accoglienza e dell’asilo) un tenore comune ed una sorta di sottintesa solidarietà non solo retorica attraversa il “verbo” delle cancellerie occidentali, come un filo rosso che spontaneamente associa tutte le prese di posizione dei principali leaders europei, di fronte ai loro Parlamenti. Quasi a valorizzare l’operante funzionamento, nell’emergenza, delle istituzioni democratiche rappresentative e a dare un riscontro concreto alle confuse derive del populismo, diffuse ovunque, pur con le loro diverse sfumature.


Due giorni fa, il vibrante discorso del Primo Ministro francese all’Assemblea Nazionale ha riecheggiato, nei toni e nella sostanza, lo “State of the Union” di Biden a Capitol Hill, o l’intervento a Palazzo Madama del Presidente Draghi, e dà lo spunto per un rinnovato anelito di coesione e di intesa, sia sul fronte atlantico sia su quello europeo.


Quasi a rivendicarne la solidità e l’operatività, senza nulla nascondere ai cittadini della gravità del momento, dell’imprevedibile evoluzione del conflitto, delle sue durature e nocive ripercussioni sul futuro di ciascuno, Macron ha rivolto il suo secondo indirizzo televisivo alla Nazione; probabilmente l’ultima apparizione del Presidente in piena solennità, prima di adottare, fin dai prossimi giorni, l’abito più dimesso e più “popolare” consono al candidato. Quello che dovrà convincere, ben al di là di un elettorato informato e motivato, l’insondabile compagine degli insoddisfatti e dei potenziali astensionisti.


l'Abate Galiani

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