• Il contributo

Cultura e politica 2.0, manca un sapere antico

Ha affermato Andy Stone, portavoce di Facebook, che i recenti post del “Team Trump” per la campagna elettorale del presidente americano sono stati cancellati perché contenevano simboli di matrice nazista che avrebbero potuto istigare all’odio. Dunque anche la piattaforma di Mark Zuckerberg ha preso le distanze dai contenuti e dai toni incendiari del Trump 2.0, sulla scia dell’infuocata polemica ingaggiata da Twitter, non più tardi di un mese fa, contro il presidente Usa. Le piattaforme social cominciano a camminare, con passi ancora troppo timidi, sulla via dell’autoregolamentazione, mentre il delicato argomento è motivo di discussione fra amici al bar come negli articoli di giornali e nei convegni delle alte Accademie, e sempre più materia di cause e contenziosi presso le apposite Authority e nei tribunali. Il Parlamento europeo ha approvato nei giorni scorsi la costituzione di una Commissione speciale sulle ingerenze straniere in tutti i processi democratici nell'Unione europea, inclusa la disinformazione, anche “in cooperazione con le imprese del settore tecnologico e dei social media”. Come sottolineava ieri su la Repubblica il direttore Maurizio Molinari, “Proteggersi da queste infiltrazioni digitali è diventato un tassello cruciale della sicurezza nazionale”.

L’Epdb, l’ente che riunisce le Autorità della privacy europee, istituirà una task force collettiva per indagare sul social network cinese Tik Tok, 800 milioni di utenti tutti o quasi teenagers. Il timore, e ancor più i sospetti, sull’uso dei dati personali forniti dai ragazzini al colosso di Pechino cresce infatti non solo fra i genitori degli ignari adolescenti. Il Garante italiano per la privacy, Antonello Soro, ha affermato a proposito di Tik Tok: “Sono centinaia di milioni gli europei che la usano. Il mercato particolare dei giovanissimi li espone al pericolo di messaggi e contenuti poco adatti se non del tutto vietati. Ma essendo una azienda cinese abbiamo armi spuntate”.

I social, oggi strumento di immediata diffusione di idee, cronache, tendenze e immagini, penetrano nella vita di adulti e minori con una forza e un impatto che solo i più recenti e avanzati studi delle neuroscienze e della psicologia sociale sono arrivati ad indagare. Entrano in gioco, quando si parla di social network, argomenti di enorme portata: certo i rischi per i più giovani, le minacce per la sicurezza degli Stati, i pericoli per l’esercizio della democrazia, ma anche l’aspetto non meno importante della degenerazione della cultura e della politica proposte e vissute attraverso questi stessi mezzi. Nel suo contributo di due giorni fa su Il Commento Politico, Fabrizio del Signore parlava del “dilagare di forme di comunicazione social che consentono a ciascuno di esprimere in modo anche anonimo i propri sentimenti, a volte molto bassi…”; della politica che si appropria di questi sentimenti per declinarli in una propaganda dai toni populistici, urlata dalle piattaforme online; della cultura di internet, infine, sempre più povera di contenuti e idee.

Risuona in queste considerazioni Marshall McLuan, il mezzo che diventa messaggio. Ma davvero i social stanno creando una società caratterizzata da attitudini impolitiche e dall’incultura o, viceversa, la politica e la cultura di queste nostre contemporanee società occidentali si sono lasciate alle spalle l’impegnativo dibattito su idee e valori, il laborioso impegno della creazione artistica in ogni sua forma, per idolatrare, piuttosto, l’effimero? Hanna Arendt ha scritto: “La società di massa non vuole cultura ma svago”.

Quando ci chiediamo come stanno cambiando la cultura e la politica a causa dei social network dobbiamo interrogarci su come i social network seguano e interpretino di pari passo le evoluzioni del sentimento culturale e politico. Nel 2015, rispondendo a un giornalista durante le celebrazioni per la laurea honoris ricevuta dall’Università di Torino, Umberto Eco disse: “Il fenomeno dei social network è anche positivo, non solo perché permette alle persone di rimanere in contatto fra loro. Pensiamo solo a quanto è accaduto in Cina o in Turchia dove il grande movimento di protesta contro Erdogan è nato proprio in rete grazie al tam tam. E qualcuno ha detto che se ci fosse stato internet ai tempi di Hitler i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché le informazioni si sarebbero diffuse viralmente”. Se non ci fosse stato internet, e il video della morte di George Floyd postato in un baleno sui social, “I can’t breathe” non sarebbe oggi scandito nelle piazze della protesta antirazzista in tutto il mondo.

I guasti provocati dalla comunicazione social sono molti, lo costatiamo di continuo, leggendo post farciti di hate speech e di propaganda razzista, o riscontrando quanto il malinteso della democrazia diretta esercitata attraverso i like sui social faccia breccia in ampi strati di opinione pubblica. O, ancora, quanto il martellamento della pubblicità commerciale, più o meno nascosta, veicolata dai social condizioni di fatto i nostri acquisti. Sempre Umberto Eco, nel corso della cerimonia a Torino, disse: “I social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre adesso hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Proseguì parlando delle “bufale” – allora non ancora “fake” – diffuse e amplificate dalla rete con gravi ricadute sulla credibilità dei politici, delle istituzioni culturali, scientifiche, sanitarie. Concluse dicendo che sarebbero stati gli utenti stessi ad imparare a riconoscere le falsità, pur auspicando la costituzione, all’interno dei giornali, di redazioni apposite per stanare le bufale: oggi le chiamiamo strutture di fact-checking e possiamo dire che fu troppo ottimista, Eco, forse non ancora al corrente delle sofisticatissime virtù dell’algoritmo. E, tuttavia, è pur vero che il mezzo non è - non del tutto - il messaggio, e che se la cultura viene considerata solo alla stregua di “giacimenti culturali”, come da celebre definizione dell’allora ministro Gianni de Michelis, il mezzo non potrà che riprodurre il sentimento prevalente nella società e perfino nelle istituzioni. Vale anche per la politica, e quindi per la necessità di restituire l’ordine delle cose: la disaffezione dei cittadini per il sapere, così come per il governo della polis, nascono nella società e poi “cinguettano”, o gridano, insultano, odiano, sul web, dove, del pari, si esprimono troppi protagonisti di una politica viziata dal prevalente obiettivo del successo nelle competizioni elettorali.

“Come si può deliberare senza conoscere?” domandava Luigi Einaudi nelle sue Prediche inutili. “Nulla – aggiungeva - ripugna più della conoscenza a molti, forse a troppi di coloro che sono chiamati a risolvere i problemi”. Serve forse una rivoluzione culturale per tornare a un sapere antico.


Silvia Di Bartolomei

Italia

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