Dopo Kabul

Lettera da Washington


La caduta di Kabul, come quella di Saigon del 1975, è l’espressione della precarietà dell’idea che la democrazia si possa inoculare come un vaccino, disponendo di mezzi adeguati. Di questa storia dolorosa e umiliante, resterà nella memoria l’immagine delle bombe che piovevano dall’alto, delle artiglierie che colpivano da lontano e del brutale corpo a corpo tra le milizie delle democrazie e quella dei talebani. E poi le altre immagini, che non avremmo voluto più vedere, ancora più disperate, della gente di quel paese aggrappata al carrello di velivoli al decollo, proprio come nel ’75. Gli aerei sono più grandi e la salvezza è più lontana, la disperazione è la stessa.

A Doha, la trattativa con i talebani ha prodotto a) il riconoscimento de facto di questi ultimi come il futuro governo dell’intero paese, b) la rinuncia a proseguire l’opera di costruzione di uno Stato diverso, il regime change che è ormai entrato nel lessico internazionale, c) l’espressione implicita della sfiducia nell’allora esistente governo di Kabul e nella sua capacità di guidare il paese. C’è un motivo per cui questo genere di trattative sono spesso condotte in via ufficiosa.

Nella sostanza, è anche l’ennesima conferma che la democrazia germoglia lentamente, e che per attecchire ha bisogno di suolo propizio, sforzo deciso e pazienza di generazioni. Proporla ad altri cercando per sé il rimedio alla violenza disperata o alla cupidigia politica richiede l’impegno e il sacrificio di generazioni.

È inoltre una nuova smentita della speranza che contro un arcaico regime teocratico la democrazia sarebbe scivolata senza intoppi al suo posto, contando sulla costruzione di un consenso dei cittadini. Non si è tenuto conto della resiliente cultura tradizionale e della contrapposizione tra mondo cittadino e mondo rurale.

Per altri versi, non è stato solo un altro Vietnam e sarebbe un errore crederlo. Questa guerra ha appena scalfito l’America, ed è stata popolare sia per la motivazione originale (vendicare l’offesa alla nazione), sia per la differenza siderale che esiste tra l’esercito americano di oggi, composto di volontari, e quello di allora, composto di coscritti. Si aggiunga che nei vent’anni di questo conflitto gli americani hanno perso circa 2400 militari, e quasi nessuno negli ultimi tempi. Anche aggiungendo i 3600 caduti inquadrati dagli USA come “personale a contratto” (che suona molto simile a “mercenari”) si arriva a 6000, cioè un decimo di quello che è stato per gli USA “il conto del macellaio” nello stesso periodo di tempo in Vietnam. È una cifra che coincide approssimativamente con quella dei poliziotti che ogni anno muoiono in servizio in America; un grave sacrificio, ma non tale da provocare una crisi nazionale. In paragone, i caduti tra i talebani sono stimati a più di 50.000.

Nel 2001, la decisione di andare in Afghanistan era stata presa a Washington in un sussulto di indignazione, ma era imposta da impellenti motivi di politica interna che richiedevano l’eradicazione di Al Qaida come unica risposta possibile. Il popolo americano patriotticamente seguì George W. Bush senza esitare, e i paesi alleati risposero alla chiamata di solidarietà che veniva da Washington: il contrario avrebbe affondato l’alleanza atlantica.

L’obiettivo tattico iniziale era di trovare la cellula di comando dell’organizzazione che aveva avuto l’impudenza di attaccare l’America, distruggerla, e con essa cancellare quanti l’avessero sposata; come infatti avvenne a tempo debito e sotto un altro Presidente. Ma gli strateghi avevano anche concluso che per assicurare un risultato duraturo occorreva che l’Afghanistan cessasse di essere un luogo protetto per il terrorismo mondiale; a questo fine non bastava l’impegno solenne di Kabul in quel senso, occorreva una organizzazione politica che avrebbe dato al governo la forza per rendere superflua la presenza illimitata degli eserciti alleati.

La guerra contro Al Qaida ebbe poi successo e si perse nella moltitudine di conflitti dilaganti negli anni successivi, mentre in Afghanistan la strategia di sostenere un robusto regime anti-taliban si convertì in un coinvolgimento nella guerra civile del popolo afghano. Intanto la credibilità dell’America aveva subito un colpo con il dipanarsi dell’avventura irachena cominciata nel 2003, che aveva combinato superpotenza militare e inettitudine politica.

Anche per queste considerazioni, a vent’anni dall’inizio, la decisione di ritirarsi è stata subito popolare quanto quella di scatenare il conflitto, sebbene, per una seconda volta, gli americani dopo aver vinto le battaglie hanno scoperto di aver perso la guerra. Già due secoli fa un militare prussiano molto competente, Carl Von Clausewitz, spiegava come lo scopo della guerra non sia quello di uccidere il nemico ma di “piegarne la volontà”, e oggi non c’è dubbio su quale volontà si sia piegata.

Stavolta l’illusione è stata quella di credere che fosse possibile - in meno di una generazione - impiantare una filosofia politica completamente estranea a quella dominante in una nazione culturalmente lontana. Tre mesi bastano per fare dei soldati, vent’anni non sono bastati a costruire la democrazia che avrebbe dovuto dare il cambio ai nostri militari.

E adesso?

Non sappiamo ancora come sarà questo Afghanistan. Potrebbe non essere come quello degli anni ’90, se è vero che i talebani di oggi hanno adottato una linea più aperta alle varie etnie con cui in passato avevano guerreggiato senza tregua, il che potrebbe significare una politica nel suo insieme meno radicale. Il nuovo governo troverà comunque un paese sconvolto dalla distruzione e affondato nella miseria. L’inverno è alle porte e il tempo per scongiurare una ecatombe della nazione non è molto: occorrerà ottenere aiuti nuovi e trovare il modo di sostenerli, non solo in senso monetario. Prescindendo dalla possibile solidarietà di paesi simpatizzanti per religione, anche Cina e Russia hanno questioni aperte con le rispettive popolazioni musulmane, e potrebbero muoversi verso nuove relazioni bilaterali.

Neanche noi dovremmo voltare le spalle: l’Afghanistan sarà popolato da gente che nella stragrande maggioranza non merita di essere ignorata proprio perché sarà vessata dal suo governo. Noi europei avremo importanti riflessioni da fare sulla condotta delle guerre asimmetriche già conosciute e di quelle che indubbiamente ci aspettano nel futuro; ed altre riflessioni vanno fatte sulla natura e sulle possibilità delle alleanze da cui dipendiamo per la nostra sicurezza.

Le conseguenze degli eventi di queste settimane saranno in America profonde e avranno il potenziale di scuotere l’intero sistema politico. Questo è già traballante dopo l’emergere della coalizione iperconservatrice disseminata sul territorio, che ha trovato il suo primo profeta in Donald Trump. Non è stato Trump a inventarla, ma certo ne è stato l’interprete fondatore. Ora, per effetto del caos di Kabul - di cui porta buona parte della responsabilità - ha anche la possibilità di continuare ad esserlo.

Infatti, “dura lex, sed lex”: ogni Presidente americano, così come si appropria del favorevole andamento dell’indice Dow Jones, si deve accollare inevitabilmente il biasimo per le catastrofi che accadono durante il suo mandato. Oggi, il rating di Joe Biden lo conferma: il suo annuncio del ritiro delle truppe è stato subito accolto con un elevato indice di consenso, ma lo stesso indice si è rapidamente capovolto in dissenso dopo la caotica partenza. Così Gerald Ford non si riebbe dopo la partenza dal Vietnam, né Jimmy Carter si riebbe dopo la faccenda degli ostaggi in Iran; i precedenti non sono buoni.

Gioca a favore dei Democratici che manchino ancora tre anni alle elezioni, e molte cose possono succedere. Inoltre, non tutti coloro che ora disapprovano la gestione di Biden dell’esodo da Kabul sono pronti a sostenere un candidato conservatore radicale sul tipo di Trump. Mentre sono oggi intaccate le probabilità di un successo elettorale di Biden nel 2024, non sono compromesse quelle di un futuro diverso candidato dello stesso partito.

Ma ora per lui sarà più difficile guidare il paese, raccogliere le elusive maggioranze necessarie, far approvare i suoi candidati ai posti federali soggetti a conferma parlamentare, e così via: il maneggio degli strumenti di governo, che pareva aver catturato, potrebbe essergli sfuggito di mano.


Franklin

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