Elezioni in Francia. Vincono i neogollisti, Marine le Pen all’angolo

Lettera da Parigi


Uno tsunami ha investito il panorama politico nelle consultazioni per il rinnovo di tutte le regioni e i dipartimenti dell’Esagono, concluse con il secondo turno di domenica 27 giugno.

In una lunga nottata in diretta sui media, gli esperti hanno molto discusso sul significato da attribuire al responso delle urne, in particolare per la sua valenza di “anticamera” anticipatrice degli orientamenti dei francesi, ormai alla vigilia della madre di tutte le elezioni, quella presidenziale nella primavera del 2021.

Molti “convitati di pietra” hanno pesato sull’esito del voto. Primo fra tutti l’astensionismo che, come i sondaggi avevano in parte lasciato paventare, ha raggiunto percentuali altissime, tali da battere ogni record nella storia politica della Quinta Repubblica e pari solo a quelle del referendum confermativo della riforma costituzionale voluta da Sarkozy nel 2000 per l’abbreviazione del mandato presidenziale da sette a cinque anni.

Poco rileva che la posta in gioco fosse di scarso interesse per molti dei cittadini che tendono ad ignorare le limitate competenze delle nuove “mega-regioni” create con complessi e spesso artificiosi accorpamenti all’epoca di Francois Hollande. Forse hanno influito in misura maggiore la clemenza del tempo primaverile e l’atmosfera di liberazione collettiva seguita alla revisione radicale delle misure sanitarie in vigore sino ai primi di giugno.

Certo è che in un Paese come la Francia, aduso a mobilitarsi in periodo elettorale, ha votato poco più di un elettore su quattro e si è registrata la quasi assoluta latitanza delle più giovani generazioni, in particolare dei “primo-votanti”. Lo sconcerto per le inattese proporzioni della diserzione delle urne ha addirittura alimentato qualche voce polemica sulla legittimità stessa delle consultazioni, subito opportunamente rinviata al mittente dal Governo e dai partiti come del tutto infondata.

Per quanto ci si impegni a minimizzare l’accaduto, considerandolo episodico e non destinato a ripetersi, continua ad aleggiare una sensazione di frustrazione generalizzata e non mancano le allarmate considerazioni di chi vi ravvisa un sordo rifiuto del concetto stesso della rappresentatività. In altre parole, una conferma di quel disordinato malessere già riscontrato nelle rivendicazioni dei Gilets Jaunes, a sua volta espressione di confuse aspirazioni di stampo populistico. Queste erano andate via via allargandosi alla sinistra radicale, con la pretesa dell’avvento di una non meglio precisata democrazia diretta che veda la partecipazione, senza mediazioni, del popolo.

Il secondo dei convitati di pietra riguardava la dimensione del successo del Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen, dato praticamente per scontato da tutti i sondaggisti. Ebbene, l’esito del voto ha fatto registrare la più sonora battuta d’arresto registrata dai Lepenisti negli ultimi decenni. Non solo il RN non è riuscito ad aggiudicarsi neppure una Regione, ma ha visto i suoi più accreditati esponenti doversi contentare di risultati modesti, quando non umilianti, come è accaduto negli Hauts de France al transfuga gollista Chénu o, in Ile de France, al giovane “enfant prodige” Jordan Bardella, che il successo quale capolista alle ultime europee aveva elevato al ruolo di delfino “in pectore” della stessa Le Pen.

Forse per la prima volta, il voto di protesta rimasto inespresso è stato essenzialmente assorbito dalla massiccia astensione, anziché venir rastrellato dagli estremi, e quindi a destra dal Fronte Nazionale ed a sinistra dagli Insoumis di Mélenchon, anch’egli costretto a… mordere la polvere.

Altrettanto sonora è stata la sconfessione dei sondaggisti e dei soloni dei “talk shows” in merito all’asserito logoramento della tradizione repubblicana di far ad ogni costo sbarramento alla destra radicale.

In forme diverse, dalla semplice desistenza a più complesse alchimie di alleanze e patti fra i due turni, i Partiti hanno compattamente operato affinché il nuovo “passo in avanti” del RN venisse comunque scongiurato. Ma quel che più conta è che gli ordini di scuderia impartiti dal vertice sono stati seguiti pedissequamente dagli elettori, senza le esitazioni o le diserzioni che la frammentazione del quadro politico generale poteva lasciar presagire. Una conferma, questa, che ci si può forse permettere di tanto in tanto qualche “giro di valzer” in segno di protesta a favore dell’ex Fronte Nazionale, ma che nell’opinione pubblica appare sempre più consolidata la tendenza a non dargli fiducia quale forza di Governo, ma solo in funzione di movimento di lotta e di contestazione.

Rinvio ad una prossima corrispondenza una più completa disamina del critico momento attraversato da Marine Le Pen, la cui leadership sarebbe già gravemente compromessa se non giocasse a suo favore la natura “clanica” della conduzione del Partito, l’assenza, almeno per il momento, di competitori interni credibili e la mancanza di alternative rispetto all’ ideologia stessa che incarna. Quel che è certo, e che risulta sin d’ora in modo plastico, è il fallimento della sua strategia di banalizzazione del movimento (quella che qui viene definita la “chiracchizzazione” della sua immagine).

Lo smacco maggiore la Le Pen l’ha avuto proprio nella Regione Paca con l’inattesa sconfitta del candidato Thierry Mariani, dato fino all’ultimo per favorito. Di contro, l’ampio margine conquistato dall’uscente governatore Muselier conferma (oltre naturalmente alla preziosa desistenza in suo favore del terzo contendente socialista) che l’inserimento nella sua lista di alcuni sodàli di Macron e di altrettanti ecologisti indipendenti ha finito col pagare, checché ne pensassero i più ortodossi fra i gollisti: un tema che sarà probabilmente al centro dei dibattiti postelettorali e dei posizionamenti futuri in vista delle presidenziali.

Certamente, ed anche al di là dei condizionamenti dell’astensione, l’affermazione più netta rimane quella dell’insieme delle liste della destra post-gollista e di quelle comunque apparentate a Les Républicains. Non solo tutti i Presidenti uscenti sono risultati riconfermati, ma hanno ottenuto margini molto ampi, non lasciando spazio né alla sinistra, né alla République en Marche del Presidente. Con l’aggravante per la “maggioranza presidenziale” di aver ottenuto risultati tali da non pesare in alcun modo ai fini di possibili desistenze o alleanze fra i due turni e di aver mandato “allo sbaraglio” numerosi Ministri di peso, la cui credibilità sembra esserne stata fortemente compromessa; con la sola eccezione del Ministro dell’Interno Darmanin, rieletto con successo nel suo Dipartimento.

Se è vero che ai vertici dei Républicains si esulta e si brinda giustamente alla vittoria, il calice rimane ancora solamente mezzo pieno: due dei principali protagonisti del successo neo-gollista, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, sono, come noto, usciti ufficialmente dal Partito e rifiutano dunque un passaggio per delle primarie intese a designare il candidato presidenziale. Laurent Wauquiez, plurivotato nella regione Rhones Alpes, incarna l’ala più conservatrice del gollismo tradizionale e non gode di un maggioritario favore nel suo schieramento, dopo essere stato estromesso dalla segreteria.

Per addivenire in tempi non troppo dilatati alla designazione dell’anti Macron, impedendo al Presidente di impostare la sua strategia per i prossimi mesi, occorrerà un’opera sottile di mediazione interna ma anche di ferma determinazione, che non sembrano presenti né nella scialba conduzione dell’attuale segretario Jacob, né nei maggiorenti repubblicani, come l’immarcescibile presidente del Senato Larcher. Se non mancano (anzi abbondano) potenziali candidati presidenziali, nella destra classica mancano, insomma, degli autorevoli Kingmakers, come dimostrano il fragoroso silenzio di Alain Juppé, auto-confinatosi nel suo ruolo super partes di Presidente del Consiglio Costituzionale, e le mezze parole (di velata critica per il suo partito e di implicito apprezzamento per Macron) pronunciate di tanto in tanto da Nicolas Sarkozy, impelagato in multiple e paralizzanti vicende giudiziarie.

Nella sinistra – che pur ha fatto segnare alcune soddisfacenti riconferme alla testa di tutte le Regioni che già governava – la confusione regna sovrana, tanto sul piano di un oramai quasi impossibile ricompattamento fra anime diverse, quanto su quello dei deludenti risultati ottenuti dagli ecologisti, per non parlare della scomparsa virtuale del Partito Comunista e il crollo ai minimi storici dell’alternativa movimentista di Mélenchon.

Sarebbe approssimativo considerare fin d’ora archiviato il progetto originario di Macron, quello del superamento del tradizionale clivage “destra-sinistra” e la rottamazione definitiva (qui si chiama “dégagisme”, e cioè sgombero, sfratto…) del quadro preesistente. Ciò che fin qui non ha funzionato – forse anche per la brevità dei tempi e il mancato radicamento dei “marcheurs” sul territorio – è stata la tappa successiva, quella della ricomposizione e del riordino di un nuovo assetto politico ed anche istituzionale.

È tuttavia prematuro immaginare che il “ritorno al passato” – il vecchio bipolarismo fra gollisti e socialisti, con l’estrema destra ai margini – si sia sostanzialmente consumato il 27 giugno; tanto più se si tiene a mente la così esigua affluenza alle urne e la circostanza che i giovani hanno votato al 18%.

L’Eliseo rimane la meta agognata di una terra di conquista. E la Costituzione del 1958 – di ispirazione sostanzialmente bonapartista – ha per obiettivo la designazione di un Capo dello Stato munito di carisma e di personalità fuori dalla norma: Macron è oggi, è vero, un Generale senza truppe sul territorio. Ma la sua sorprendente avanzata nel 2017 si svolse sostanzialmente in analoghe condizioni. Molto dipenderà, oltre al consuntivo del quinquennio che sarà chiamato a presentare, dal livello, dalla personalità e dalla capacità di persuadere e di “rassembler” dei suoi potenziali competitori.


l’Abate Galiani

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