Europa, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

Lettera da Bruxelles


Dopo anni di tergiversazioni, a larga maggioranza - 148 favorevoli, 28 contrari e 4 astensioni - il PPE (Partito Popolare Europeo) emenda il suo regolamento e spiana la strada all’espulsione di Fidesz - Unione civica Ungherese. Viktor Orban gioca di anticipo e lascia il gruppo in cattivi termini, parlando di decisione “antidemocratica”, eccetera. Quel che conta è che la decisione del PPE rompe un vaso di pandora e apre una questione interna al Parlamento europeo e una italiana.

La prima riguarda il PPE ma non solo. Perdendo dodici membri, i popolari scendo a quota 175, restando saldamente il primo gruppo. Non è questo il punto: aver perso gli ungheresi, averli indotti ad andare via, spezza una linea politica mantenuta per anni dalla maggioranza del PPE, quella di tenere gli eccessi nazionalistici e anche anti-europeistici sotto controllo in proprio seno. In una certa fase, fu una linea applicata anche a Berlusconi. Ma con Orban la corda si era ormai spezzata da tempo, come a un certo punto si spezzò con i conservatori britannici. Ciò dovrebbe rafforzare la coesione politica dei popolari, anche a rischio di perdere altri pezzi: sotto sorveglianza sono ora i ventotto deputati che si sono opposti all’emendamento anti - Orban, e diventa più difficile anche la posizione del primo ministro sloveno Janša, noto per le sue critiche ai media in stile Orban. Il collante delle grandi famiglie europee è stato finora un indispensabile ammortizzatore delle eventuali intemperanze nazionali, e l’uscita di Orban dal PPE potrebbe costituire un rompete le righe preoccupante. È un’equazione difficile – meno forza numerica ma più coesione politica, meno capacità di controllo su chi è ormai fuori ma forse maggiore su chi resta. È una strada nella quale oltre ai gruppi parlamentari sono soprattutto i partiti europei a doversi attrezzare.

Parte di questa equazione è anche il rafforzamento o l’indebolimento dell’opposizione alla Commissione. In buona parte questo dipende da Fidesz, che ancora deve decidere se entrare nel gruppo ECR dei conservatori (Fratelli d’Italia, i polacchi PiS e altri) o in quello delle destre “dichiarate” ID (Le Pen, Lega).

Su questo Salvini e Meloni hanno strategie distinte, ma un ingresso di Fidesz tra i conservatori li porterà sopra i Verdi, rendendoli un attore ancora più importante al Parlamento Europeo e rafforzando una linea di divisione tra forze di governo dell’Europa dell’Est e paesi di vecchia adesione. L’asse PPE, S&D (Socialisti e Domocratici), Renew Europe e Verdi, invece, avrebbe meno da temere laddove Orban scegliesse le destre di ID, gruppo tradizionalmente più marginale rispetto agli incastri delle maggioranze a Bruxelles.

La vicenda ha poi un rapporto diretto con la situazione italiana. Con il primo governo Conte, per la prima volta le forze di maggioranza di un esecutivo italiano si sono trovate fuori dalle grandi famiglie politiche europee. Un’anomalia a cui ha supplito la capacità del Presidente Conte di interloquire con le istituzioni europee - fatto che dovrebbe essere sempre tenuto in considerazione, nel bilancio del suo mandato come capo del governo -. Un problema che non è ancora stato risolto e che riguarda lo stesso governo Draghi. Ai piani alti sia di Bruxelles che di Roma, si è da tempo, e in modo discreto, cercato di porre rimedio a questa a anomalia. Una strada perseguita è stata di esplorare la possibilità di adesione della Lega nel PPE e dei Cinquestelle nei liberali. Percorsi mai paralleli eppure che si specchiavano, in passato anche vicini a una accelerazione, ma sempre vanificati.

Le strade europee di Lega e Cinquestelle sono di natura diversa. Per la Lega c’è un richiamo nel PPE, che l’uscita di Orban rischia di compromettere, soprattutto se Fidesz entrasse nelle destre di ID. Se invece entrasse nel gruppo ECR dei conservatori, paradossalmente potrebbero rafforzarsi coloro che nella Lega vedono di buon occhio l’ingresso nei popolari, scavalcando al centro Fratelli d’Italia.

I Cinquestelle hanno invece cercato da tempo di sistemare i loro rapporti europei. Lo hanno fatto sostenendo la Commissione Von der Leyen, adottando un comportamento di voto da tempo largamente compatibile con quello dei liberali ma anche dei socialisti e dei Verdi. Hanno di fatto bussato alla porta di tutte queste famiglie ma nessuno, per ragioni diverse, si è sentito di accoglierli. Hanno perso vari deputati che sono andati in gruppi assai diversi tra di loro, ma il loro nucleo principale rimane numeroso e soprattutto espressione di un partito che da anni è saldamente al governo in Italia.

Se davvero alla fine i Cinquestelle saranno accolti dai Socialisti e Democratici, questo fatto avrà conseguenze rilevanti per la politica italiana. Rafforzerà l’asse con il PD e farà svanire per i liberali la possibilità di provare a investire in un grande movimento popolare – che era poi la scommessa di Verhofstadt, non condivisa dalla maggioranza dell’ALDE (Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa). Un partito membro di S&D non si potrà più definire “populista” o “anti-europeista”, anche tenendo conto che la disciplina di gruppo tra i socialisti è spesso stata maggiore che nel PPE.

Chi ha invece anticipato tutti e risolto il problema è Fratelli d’Italia. Si è da tempo inserito nella rispettabile e ideologicamente consona famiglia dei conservatori (alcuni ultraconservatori ma comunque forze di governo) di cui Giorgia Meloni è divenuta leader europea. Da questa mossa il partito pare uscirne più coeso e anche più forte in termini di consensi. Segno che la scelta europea – come lo fu a suo tempo per l’ingresso di Forza Italia nel PPE e ancora prima del PCI nei socialisti – non è questione solo di una foto di gruppo con chi conta e di un invito nel salotto buono, ma di crescita e posizionamento di un progetto nel suo complesso. Una mossa che non si può sbagliare.


Niccolò Rinaldi


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