Il Washington consensus

Con la scomparsa di John Williamson l’11 aprile, alcune testate italiane hanno parlato di “morte del Washington consensus”, termine da lui coniato nel 1989. Williamson con un’importante carriera accademica in Gran Bretagna e negli Usa, è stato per anni ascoltato consigliere del Fondo Monetario e del Tesoro britannico.

Cosa era, e forse ancora è, il “Washington consensus”? Una locuzione con cui si intendeva il denominatore comune di diagnosi, prognosi, consigli e ricette forniti dalle istituzioni basate a Washington (Fondo Monetario, Banca Mondiale, Banco Interamericano per lo Sviluppo, Federal Riserve, organizzazioni dell’Amministrazione Usa, principali banche internazionali, centri di ricerca come il Peterson Instititute of International Economics, e la Brookings Institution) ai Paesi allora maggiormente indebitati, principalmente quelli dell’America Latina. Dato che suggerimenti analoghi, pur con differenziazioni talvolta salienti per quanto attiene ai tempi ed ai modi, vennero dati, negli Anni Novanta, ai Paesi dell’Europa Centrale ed Orientale in transizione dal “piano al mercato”, nonché a Paesi dell’Unione europea (Ue) come Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia, altri autori hanno ritenuto più pertinente utilizzare il termine “one-world consensus”, locuzione che in italiano, mutuando dalla terminologia giuridica, si potrebbe tradurre “la dottrina dominante”.

Cosa si intendeva e si intende? In primo luogo, cambiava l’enfasi: dai progetti ai programmi d’investimento in capitale fisico (ed anche umano), l’attenzione passava alle politiche di riassetto strutturale, mirate al riallineamento delle strutture produttive interne a quella internazionale e, quindi, a porre le basi per una crescita “sostenibile” di lungo periodo. Il “consensus” si articolava, ed in gran misura si articola ancora, in dieci punti: a) rigore nelle politiche di bilancio per contenere disavanzo pubblico e una delle determinanti più chiaramente individuabili di inflazione e di squilibrio della bilancia dei pagamenti; b) riorientamento delle priorità della spesa pubblica verso comparti tali da offrire, al tempo stesso, rendimenti economici elevati ed il potenziale di migliorare la distribuzione dei redditi (quali l’infrastruttura essenziale, l’istruzione e la sanità); c) riforma tributaria (per ridurre le aliquote marginali ed ampliare, in parallelo, la base imponibile); d) liberalizzazione dei tassi d’interesse; e) un tasso di cambio “competitivo”; f) liberalizzazione degli scambi; g) liberalizzazione dell’accesso degli investimenti diretti dall’estero; h) privatizzazioni; i) deregolamentazione (nel senso di abolizione di barriere all’ingresso ed all’uscita); l) definizione dei diritti di proprietà e loro tutela.

In primo luogo, il “consensus” non ha rappresentato tanto un “consensus” (ciascuno dei dieci punti è stato animatamente dibattuto durante tutti gli Anni Ottanta e gli Anni Novanta e lo è tutt’ora) quanto una riflessione ed un tentativo di riportare a sintesi le lezioni apprese in quarant’anni di politiche e strategie per lo sviluppo. L’esigenza di politiche economiche che mantenessero, o promuovessero, un forte grado di “apertura” allo scopo di far sì che il mercato mondiale fornisca l’incentivo e la disciplina per tenere la funzione di produzione interna in linea con quella internazionale è una costante anche nella fase in cui lo “strutturalismo” era la dottrina dominante, specialmente nel pensiero latino-americano ed indo-pakistano. Analogamente, la “prudenza” in materia di politica di bilancio si basava sull’esperienza di molti Paesi (non solo dell’America Latina) che avevano attraversato periodi, più o meno lunghi, e più o meno devastanti, di iper-inflazione. Di pari passo, i suggerimenti in materia di tassi d’interesse e di riorientamento della spesa pubblica a fini sociali, anche se con alti contenuti produttivistici, rispecchiano anch’essi buon senso e saggezza convenzionale. Le “novità” del “consensus”, quindi, erano, da un lato, le privatizzazioni e deregolazioni, l’apertura ai movimenti di capitale dall’estero e la definizione di tassi di cambio “competitivi” e, dall’altro, l’interpretazione “neoliberale” che si dava all’insieme delle proposte.

Attenzione, John Williamson che ha coniato il termine ed ospitato alcune conferenze internazionali sul tema non ha mai promosso né l’austerità né le liberalizzazioni a go-go, ha però sempre insistito perché sovvenzioni e tax expenditures a favore di questo o quel settore venissero abolite affinché le risorse così liberate venissero destinate all’istruzione ed alla sanità. Chi lo ha conosciuto personalmente, lo ricorda come un prammatico di impostazione liberale, molto differente dalle caricature del “Washington consensus” apparse sulla stampa populista, sia di sinistra sia di destra.

Occorre anche dire che al termine degli Anni Novanta, il “Washington consensus” restava scalfito, specialmente dall’allargarsi dell’area della povertà, anche in regioni e Paesi che erano o si rimettevano sul percorso della crescita sostenuta. Le “reti di tutela sociale”, ed i programmi specifici per le fasce deboli, pur inseriti nel quadro di strategie di riassetto strutturale, mostravano la corda. L’accento si spostava verso i nodi istituzionali dello sviluppo e come affrontarsi e risolverli – il filo che, in questa sintesi altamente schematizzata, avrebbe collegato i frammenti del pensiero e della prassi sullo sviluppo nell’ultimo decennio del secolo. Williamson era d’accordo con questa impostazione ed anzi fu uno dei primi ad includere, nell’agenda del “Washington consensus”, il tema della sostenibilità ambientale.

Williamson ha avuto importanti colleghi italiani, in primo luogo l’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi, che era componente del Consiglio d’Amministrazione della Banca Mondiale proprio negli anni in cui dall’altra parte della strada, al Fondo monetario, si elaborava il “Washington consensus”. Altro erede è l’attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco. Le politiche per rimettere l’Italia sulla carreggiata della ripresa sono in gran misura una versione prammatica riveduta e corretta del “Washington consensus” che, bene o male, è vivo e vegeto. Chi ne canta, o ne auspica, la morte, vuole tornare sulla strada del declino.

Bagehot


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