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I nodi da sciogliere

Il governo Conte 2 è nato nell’agosto scorso per respingere la richiesta di elezioni avanzata un po’ sguaiatamente dal senatore Salvini e per fare una legge finanziaria che sterilizzasse gli automatici aumenti dell’Iva. La sconfitta della destra nelle elezioni dell’Emilia Romagna avrebbe potuto essere il primo mattone di una più solida alleanza politica.

Lo scoppio dell’epidemia ha però spento sul nascere questa prospettiva, divenendo prevalenti innanzitutto la necessità di contrastare l’emergenza sanitaria, poi il reperimento delle risorse necessarie a dare un primo ristoro ad un’economia messa in ginocchio dal prolungato lockdown.

Il rallentamento della diffusione del virus, il cambiamento di orientamento dell’Europa sul patto di stabilità e poi la proposta della Presidente della Commissione europea Von Der Leyen sulla creazione di un Recovery fund, sono stati giudicati da tutti gli osservatori imparziali come una buona prova di efficacia dell’azione del governo sul piano interno come sul piano europeo.

Con la fine dell’emergenza e con la prospettiva di poter utilizzare cospicui fondi che un’Europa finalmente più lungimirante ha deciso di mettere a disposizione dell’Italia, il problema politico rimasto accantonato è tornato prepotentemente alla ribalta.

La presentazione di un piano per lo sviluppo del Paese da parte della task force governativa, coordinata da Vittorio Colao ed incaricata di avanzare proposte per una ripresa duratura dell’economia, è stata l‘occasione per far riemergere i nodi irrisolti dell’accordo politico che sorregge l’esecutivo. Ciò risulta tanto più evidente perché il governo sta incontrando difficoltà nonostante le divisioni dell’opposizione sulla collocazione europea dell’Italia, sull’utilizzazione dei fondi comunitari e persino sulla scelta dei candidati a governatore nelle prossime elezioni regionali.

Il governo sembra non aver ancora risolto due problemi fondamentali: il primo, molto delicato ma di forse più facile composizione, è quello che riguarda la natura della coalizione. Non aver portato il piano Colao in Consiglio dei ministri, per una prima delibazione precedente alla sua comunicazione al Paese, ha affievolito il collante di maggioranza perché ha eccessivamente oscurato il ruolo dei partiti che sorreggono il governo. La freddezza con cui il Piano Colao è stato accolto dal PD riflette perplessità più di metodo che di merito. Perplessità che non sono impossibili da superare e che sembrano già oggi meno pregnanti.

Il secondo problema, invece, appare come l’autentico scoglio su cui la navigazione di Conte può infrangersi ed è rappresentato dalla difficoltà del M5S di misurarsi con i contenuti del lavoro del team Colao.

Il Piano contiene molte proposte e nessuno, nemmeno gli estensori, pensa che possano essere tutte accolte. Sono proposte tra cui però bisogna scegliere.

È in grado il Movimento Cinquestelle di sposare una politica del fare che vada al di là degli interventi assistenziali? A giudizio de Il Commento Politico questo è il vero terreno su cui si giocherà il destino del governo.

Ben vengano Stati generali un po’ barocchi, se nel frattempo il presidente del Consiglio troverà il modo di spostare definitivamente l’asse politico del Movimento che ha preteso di averlo come premier.

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