Il valore di una cultura politica da non disperdere

Mi è capitato, negli ultimi anni, di partecipare a convegni di storia nei quali mi è stato chiesto di parlare dei repubblicani. In quasi tutte le occasioni, però, le mie speranze di coinvolgere altri studiosi nelle scoperte che venivo facendo, e che pensavo avrebbero contribuito ad una maggiore comprensione del repubblicanesimo italiano, e con essa della storia politica del nostro Paese, si sono scontrate con un sentimento che non avevo messo in conto: l’indifferenza, il pressoché totale disinteresse verso questo argomento. Non discuto il diritto di obiettare, contrastare, combattere una tesi, anzi, confesso che talvolta ho inserito affermazioni provocatorie nella speranza di stimolare reazioni. Pensavo, nella mia ingenuità, che la curiosità verso ciò che non si conosce, ma che è contiguo al proprio campo di ricerca fosse patrimonio comune. Quello che mi colpisce è l’indifferenza nei confronti di qualsiasi conclusione di ricerca si presenti che non riguardi il PCI, la DC o il PSI. Dal ghetto sta uscendo la destra, alla luce dei recenti risultati elettorali, ma ci rimangono, con i repubblicani, i socialdemocratici e i liberali, i vecchi, gloriosi partiti laici. Questo non è dovuto, sia ben chiaro, alla disposizione dei singoli. Credo che ciò dipenda soprattutto da una valutazione quantitativa della storia. La storia è oggi storia delle maggioranze, o almeno delle minoranze corpose. Delle piccole minoranze non importa quasi più a nessuno. Con il che, beninteso, si crea un curioso effetto di distorsione quando si vanno a leggere le fonti coeve, stampate e no, che tendono a riconoscere ai vari La Malfa, Malagodi o Saragat un ruolo centrale, accanto ai vari De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti, Togliatti, Berlinguer, Nenni e Craxi.

Ovviamente non si mette in discussione il diritto di chiunque di interessarsi a ciò che preferisce. Ma credo che una riflessione si imponga.

Ciò che indirizza gli studiosi verso un argomento è soprattutto la possibilità di trovare fonti di facile accesso e uno sbocco per i risultati della loro ricerca. Entrambe le condizioni rimandano dunque alla necessità di un’istituzione che abbia le risorse per raccogliere le fonti per la storia del repubblicanesimo, che ne promuova la diffusione e che riunisca una biblioteca già oggi così frammentaria da essere di difficile reperimento in molte parti del Paese.

Trent’anni fa c’erano diversi istituti che assolvevano a questo compito. Oggi, che mi consti, a tenere alto il vessillo della memoria del movimento repubblicano, rimane solo la Fondazione Ugo La Malfa di Roma. Esemplare il caso della Domus Mazziniana di Pisa. Fondata nel 1952, ad essa hanno fatto riferimento per decenni i repubblicani, che hanno donato i loro archivi, fondamentali per la ricostruzione della storia del movimento repubblicano. Oggi la Domus, che è un istituto statale, dopo anni di crisi e di aperture ridotte, con evidenti disagi per gli studiosi, si è trasformata in museo, versando gli archivi alla Scuola Normale, sancendo così l’inutilità di un archivio dedicato al repubblicanesimo italiano, che confluisce in uno più ampio e soprattutto fuori contesto rispetto ad esso.

Credo che coloro che ne hanno a cuore la sopravvivenza, oggi abbiano in mano il futuro del repubblicanesimo. O si realizza una struttura che, rappresentando tutti i repubblicani, con il solo scopo di fare ricerca, sia attrezzata a raccogliere, difendere e diffonderne la memoria, o si accetta che il disinteresse che già oggi circonda questa importante cultura politica, rimanga irrimediabilmente tale, non essendoci neanche in prospettiva la possibilità di correggere eventuali forzature o leggerezze di cui fosse fatta oggetto, in assenza di documenti. Il tempo, però, è poco. Già oggi alcuni archivi sono andati irrimediabilmente perduti, altri sono disseminati per la penisola, rendendo ogni possibilità di una ricerca esauriente pressoché impossibile. La prossima generazione non saprà nulla del repubblicanesimo, si salveranno, fuori dal loro contesto, solo alcune figure rilevanti, che però non esauriscono certo la storia del movimento repubblicano italiano.


Corrado Scibilia

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