L'audizione del ministro Franco sul Piano italiano

Il governo Conte ha commesso due errori nell’impostazione e nella preparazione del piano italiano di utilizzazione dei fondi del Next Generation EU. Li avevamo segnalati tempestivamente. Ora se ne ha la conferma leggendo l’audizione di martedì scorso del ministro dell’Economia Daniele Franco davanti alle Commissioni di Camera e Senato.

Il primo errore è stata la mancata definizione della governance del progetto. Nel momento in cui era emerso che l’Unione europea si preparava a mettere una cifra ingentissima a disposizione dei Paesi membri per sostenerne la ripresa economica dopo la pandemia e nello stesso tempo favorirne la trasformazione strutturale, doveva essere evidente che l’indispensabile passo preliminare era la definizione delle procedure che si sarebbero seguite nella predisposizione dei progetti, nella loro valutazione comparativa in rapporto agli obiettivi di crescita e di trasformazione dell’economia italiana e, successivamente, nella loro concreta realizzazione.

Potevano essere messi a confronto due possibili modelli organizzativi: quello di creare una struttura apposita incaricata di realizzare concretamente il piano sulla base degli indirizzi politici generali fissati dall’Unione europea e dal governo italiano e quello invece di utilizzare le strutture della pubblica amministrazione centrale e periferica.

Il Commento Politico riteneva che le dimensioni finanziarie del progetto e le note difficoltà operative della Pubblica Amministrazione facessero pendere la bilancia a favore della prima soluzione. Scrivemmo che, se questa era stata la scelta di De Gasperi nel 1950 per i fondi che provenivano dalla Banca mondiale per aiutare il decollo del Mezzogiorno, si sarebbe dovuta seguire la stessa strada, visto che tutti i partiti, nessuno escluso, dichiaravano (e dichiarano) che la Pubblica Amministrazione italiana necessita di una radicale riforma.

Naturalmente, comprendevamo che si potesse preferire il modello tradizionale, ma anche in questo caso la definizione delle regole della governance rimaneva un nodo cruciale.

Il governo Conte ha preferito lasciare la questione nella indeterminazione, salvo scoprire, all’inizio dello scorso mese di dicembre, la necessità (sottolineata fin da settembre dalla Commissione europea) di indicare esplicitamente la governance del progetto.

Nelle sue comunicazioni alle Commissioni della Camera e del Senato, il ministro Franco ha ricordato che la definizione della governance è richiesta dalla Commissione ed ha preannunciato l’emanazione di un apposito decreto-legge per regolamentare le procedure. Naturalmente, giunti a poche settimane dalla data in cui l’Italia dovrà presentare il proprio piano, la soluzione che il governo Draghi proporrà potrà investire soltanto gli aspetti relativi alla realizzazione dei progetti, ma non più la loro predisposizione e selezione. In altre parole, salvo gli adattamenti che sono in corso, la struttura del piano italiano è largamente determinata da ciò che il governo Draghi ha trovato nei propri cassetti al momento di assumere la responsabilità della guida del Paese.

Il secondo errore di Conte è stato ancora più grave. All’indomani dei cosiddetti Stati generali dell’economia, il governo inviò una lettera alle amministrazioni pubbliche (certamente alle amministrazioni centrali dello Stato; non sappiamo se anche agli enti territoriali e locali e a quali), nella quale veniva loro chiesto di presentare dei progetti, specificando alcuni requisiti poco più che formali. Questa scelta ha fatto perdere al piano qualsiasi criterio informatore: esso è divenuto una raccolta di progetti che rispondevano non a un’idea o più idee di fondo sulle trasformazioni che l’Italia avrebbe dovuto apportare alle sue strutture economiche, bensì alle aspirazioni e ai bisogni delle singole amministrazioni. È scomparsa l’idea stessa di un “piano”, per divenire un elenco dei desiderata delle varie amministrazioni.

Da questa impostazione sono scaturite due conseguenze.

La prima fu certificata dallo stesso ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che dichiarava essere pervenuti al governo circa 600 progetti, “non tutti di grande qualità”, per un importo che andava ben oltre i 200 miliardi di euro cui l’Italia poteva aspirare. Una volta pervenuti progetti di questo tipo, si poteva cercare di migliorarli, di coordinarli, di affinarli, ma diventava difficile prescinderne totalmente e, infatti, il piano presentato dal governo Conte all’inizio di dicembre si presentava come un coacervo di 160-170 proposte sminuzzate e frastagliate dalle quali non emergeva alcun disegno complessivo e di cui non esisteva alcuna valutazione di efficienza e di qualità. Quando venne affidata al ministro Gualtieri la revisione del piano, ne è sortito, a gennaio, un documento non solo diverso nelle cifre generali, ma privo degli allegati progettuali, a conferma che le proposte di dicembre non meritavano di essere incluse nell’elaborato finale. Il ministro Franco ha confermato che i progetti ricevuti sono la “base” del lavoro in corso, ma ha anche aggiunto che ne è in atto un’ampia revisione.

Ma vi è una seconda questione, potenzialmente più grave, che sta condizionando il lavoro del governo Draghi. Una volta sollecitate le amministrazioni a presentare i progetti, non si potrà che affidarne ad esse la realizzazione, con il rischio di incappare nei tradizionali intoppi e lentezze che caratterizzano l’opera della pubblica amministrazione del nostro Paese.

Il ministro Franco si deve essere trovato davanti a un problema molto serio che si coglie implicitamente nelle sue dichiarazioni alle Camere. Il governo può mettere in piedi presso il MEF una struttura di guida e di controllo della esecuzione del piano, ma nessuno può escludere che si generino i tradizionali ritardi. E poiché il versamento delle rate semestrali del Next Generation EU successive alla prima sarà condizionato alla constatazione che i tempi di realizzazione siano stati rispettati, è evidente che potranno sorgere dei problemi. Ecco perché il governo è costretto a immaginare la costituzione nelle varie amministrazioni di gruppi di funzionari chiamati a rendere spedite le procedure. In sostanza, si tratta di introdurre con un decreto legge un commissariamento sostanziale delle amministrazioni pubbliche.

Ma siamo certi che basterà un piccolo nucleo di funzionari dedicati e volenterosi sostenuti da una specifica norma di legge per superare le resistenze delle strutture ordinarie dei ministeri?

È chiaro che ciò che è stato fatto o non è stato fatto dallo scorso maggio ad oggi condiziona pesantemente il governo attuale, chiamato a correggere radicalmente un’impostazione carente senza poterlo dire esplicitamente per ragioni di garbo istituzionale e per non alimentare polemiche politiche di cui nessuno sente il bisogno. Non è un quadro rassicurante. Se il governo - e lo comprendiamo - preferisce non dirlo, è bene che lo dica qualche osservatore esterno, per evitare che fra qualche mese vengano attribuite a Mario Draghi responsabilità che non sono le sue.

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