L’impervia strada della transizione ecologica

È calato il sipario sul G20 dedicato all’ambiente svoltosi a Napoli la scorsa settimana. Non ci soffermiamo qui sulle manifestazioni, peraltro di vario colore politico, che hanno tentato di disturbare la riunione. Né commentiamo i rilievi sfavorevoli che una parte politica, pure nella maggioranza di Governo, ha rivolto al Ministro Roberto Cingolani; la collaborazione tra Italia (anche in quanto leader dell’Unione europea) e Stati Uniti ha portato ad un esito positivo una riunione che sembrava destinata al fallimento o quasi.

Vale la pena, invece, soffermarsi sulle conclusioni, anche in vista del Cop26 (UN Climate Change Conference of the Parties), la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre e che sarà co-presieduta dall’Italia e dal Regno Unito.

Il comunicato finale del G20 di Napoli riflette in gran misura la “visione” dell’Italia, e dell’Ue, nonché degli Stati Uniti dell’Amministrazione Biden, sulle problematiche dell’ambiente, dell’energia e del clima. Nonostante un lungo lavoro diplomatico prima dei giorni della riunione a Palazzo Reale, la sua stesura finale non è stata priva di difficoltà e di contrasti. D’altronde, circa due settimane prima del G20 napoletano, il varo da parte della Commissione europea del programma Fit for 55 (essere pronti a ridurre del 55% le emissioni di anidride carbonica) non è stato all’unanimità. Anche se i Commissari europei non debbono prendere istruzioni dai loro Governi, ed anche se le riunioni della Commissione sono a porte chiuse, è noto che ci sono state resistenze, ad esempio da Commissari provenienti dal gruppo di Visegrád: la Polonia non è disposta a rinunciare al carbone, l’Ungheria di Orbán è sensibile agli interessi della Russia, suo fornitore quasi esclusivo di energia; non fa eccezione l’austriaco Commissario al Bilancio, Johannes Hahn, il quale ha addirittura votato contro, e vi si è vista una conferma della vicinanza alle posizioni di Visegrád attribuita al Governo di Vienna.

Se le differenze sono così marcate all’interno della Commissione europea, lo sono ancora di più nell’ambito di un consesso in cui i protagonisti sono gli Stati nazionali. Tanto più che alcuni di essi sono considerati “grandi inquinatori”, Paesi in via di sviluppo molto vasti e molto popolosi e sulla strada di un’industrializzazione che utilizza materiale altamente inquinante. Tuttavia, grazie a un lungo negoziato condotto dalla Presidenza italiana, su ben 58 dei 60 punti all’ordine del giorno si è giunti ad un accordo con impegni e scadenze precise.

I due punti su cui non si è trovata l’intesa riguardano gli impegni a mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi al 2030 e a chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2025. La Cina e l’India hanno manifestato la più netta opposizione ed hanno tirato dalla loro parte la Federazione Russa e tutti gli altri Paesi che si considerano in via di sviluppo e fanno parte del G20. Nelle conferenze stampa, è stato espresso l’augurio che questo nodo venga sciolto al G20 in programma a Roma il 30 ed il 31 ottobre, quando attorno al tavolo ci saranno i Capi di Sato e di Governo.

È un auspicio che potrà avere probabilità di successo se da ora ad allora si troverà, nell’impervia via della transizione ecologica mondiale, una soluzione al problema di quella che dovrebbe essere una vera e propria Climate Finance, distinta dalla tradizionale Development Finance e ad essa aggiuntiva, non sostitutiva.

Cina, India e gli altri Paesi sulla via dell’industrializzazione ritengono di avere un conto in sospeso con i Paesi a reddito medio elevato e che più premono per una efficiente ed efficace transizione ecologica mondiale: gli accordi di Parigi del 2015 sul cambiamento climatico prevedevano, infatti, che i Paesi ad alto reddito medio avrebbero reso disponibili per la loro riconversione industriale 100 miliardi di dollari l’anno. Anche se Germania, Canada e pochi altri hanno aumentato i loro fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, indirizzandola in particolare alla riconversione industriale dei “Paesi inquinatori”, gli impegni finanziari effettivi non raggiungono neanche la metà della cifra definita a Parigi nel 2015. Tuttavia, poche settimane fa, un comitato di esperti a latere del G20 finanziario a Venezia ha formulato proposte volte ad un riassetto delle istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale, Banche regionali di sviluppo) proprio al fine di sviluppare un’apposita Climate Finance.

Queste proposte sono, in gran misura, il risultato del lavoro di un’economista italiana che è in cattedra nel Regno Unito. Potrebbe essere sufficiente aumentare di poco il capitale effettivamente versato alle istituzioni finanziarie internazionali, le cui obbligazioni godono di una tripla A, ed effettuare un paio di emissioni straordinarie di Diritti Speciali di Prelievo (DSP) per avviarsi verso una concreta Climate Finance facendo ricorso a titoli dedicati al mercato finanziario internazionale in una fase in cui la liquidità non manca.

Difficile prevedere se e come queste proposte avranno un seguito. Tanto più che, a ragione del Covid-19, gran parte dei Paesi ad alto reddito medio sono alle prese con forti debiti delle loro pubbliche amministrazioni.


Bagehot

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