Le elezioni in Francia non finiscono mai

Lettera da Parigi


Una Francia frastornata dal fragore della guerra e delle sue preoccupanti ripercussioni sulla vita quotidiana guarda con una palpabile disattenzione, venata di lacerazioni, sussulti di radicalismo di segno contrapposto, sfiducia generalizzata nella politica e nelle istituzioni, questa nuova fase del ciclo elettorale: quello che prevede, di qui a due settimane, il primo turno delle legislative per il rinnovo completo dell’Assemblea Nazionale ed il ballottaggio finale del 19 giugno.


Eppure, la posta in gioco è alta e il traguardo che si prefigge Macron – vale a dire il raggiungimento della maggioranza assoluta di deputati per la federazione tripartita che lo sostiene – è imprescindibile per poter poi governare ed attuare il progetto (al tempo stesso di emergenza e di riforme) su cui è riuscito a spuntare il secondo mandato presidenziale.

Nella tradizione della Quinta Repubblica, e a dispetto dell’istintiva simpatia sempre manifestata dall’opinione pubblica per la coabitazione (quasi un generico anelito alla concordia ed al compromesso virtuoso fra maggioranza e opposizione), i rigorosi meccanismi di alternanza inerenti alla Costituzione gollista avevano fin d’ora assicurato al Presidente eletto un effetto coat-tail alla francese, con la quasi automatica conquista della necessaria maggioranza parlamentare (non a caso qui definita “presidenziale”).


Ma oggi, nulla è più come prima: dagli sciagurati ritocchi costituzionali dell’inizio del millennio, con l’istaurazione del quinquennio in luogo del settennato e quindi l’ulteriore indebolimento di un potere legislativo ricalcato, anche temporalmente, sull’esecutivo, sino alla “Casamicciola” del panorama partitico e alla frammentazione completa del sistema sostanzialmente binario dell’alternanza; ad un ordine logico e razionale, ad avvicendamenti rispondenti ad una alternativa ponderata ed efficace, a consolidate modalità di proficua contrapposizione fra idee e progetti diversi, è oramai subentrata, anche nella percezione dell’opinione e dei media, una sorta di magmatica confusione in cui finiscono per prevalere spesso irrazionali fughe in avanti, sterili polemiche di tipo più “societario” che politico, visioni estreme, quando non estremiste che sembravano sopite, contrapposizioni e frammentazioni del tessuto sociale di un Paese che si era considerato a lungo un monolite, nel segno della sua storia e della sua identità.


Dai media giungono segnali contraddittori che, agli occhi dell’osservatore disincantato non valgono davvero a dipanare il groviglio delle aspirazioni e degli orientamenti dei cittadini: si passa con disinvoltura da catastrofiche profezie di imminenti, rovinosi smottamenti del benessere e del potere d’acquisto (per effetto dell’inflazione, dell’impennata dei costi dell’energia, delle materie prime e dei beni alimentari) a un insistito e ripetitivo resoconto del ritorno ai “giorni felici” del dopo-pandemia. E ci si sofferma ad nauseam sugli ingorghi chilometrici della rete autostradale, percorsa da milioni di aggiuntivi automobilisti in vacanza, in questa fine di maggio culminante nell’inveterata ed irrinunciabile tradizione dei lunghi ponti dell’Ascensione e della Pentecoste (con buona pace dei rigori dogmatici della laicità e della parola d’ordine “lavorare di più”).


Se si evocano incessantemente, da un lato, la drammatica ascesa dei costi del carburante o la conclamata penuria di generi alimentari ed improbabili incette precauzionali nei supermercati, il settore alberghiero torna al “tutto esaurito” e gli imprenditori della ristorazione lamentano a gran voce la scarsità di personale e la irrimediabile “vacanza” di migliaia di posti di lavoro, permanenti e stagionali, pur ben remunerati che rimangono malgrado tutto scoperti.


A conferma del lucido intendimento di Macron di dover far fronte oggi ad un panorama politico e sociale così dissestato con la pazienza del tessitore più che con la veemenza del novatore, le prime mosse del rieletto inquilino dell’Eliseo appaiono meditate e prudentemente articolate d’intesa con i suoi principali sostenitori, rimasti per il momento nell’ombra: dagli esponenti del centro conservatore, come Bayrou e Philippe, agli avversari socialdemocratici dell’avventura populista di Mélenchon, come l’ex Primo Ministro Valls e la rinvigorita corrente progressista di “en Marche”, Territoire de Progrès, cui è iscritta la stessa nuova Prima Ministra Borne.


Stavolta, Macron ha preso tempo, dosando con un misurino degno del manuale Cencelli la struttura del nuovo Governo, nato la settimana scorsa, gli equilibri fra continuità (specie nei grandi Ministeri, come l’Interno, la Giustizia e l’Economia) e new entries, la conferma della parola data in materia ambientale, con la promessa accentuazione della pianificazione ecologica ed energetica, premiando più la competenza tecnocratica e l’efficacia potenziale dell’azione (a cominciare dalla scelta della Prima Ministra) che il richiamo mediatico di grandi nomi e del cursus honorum partitico di ciascuno.


Ne è risultata una compagine compatta, giovanile per l’età media dei suoi componenti, paritaria per genere, pronta ad entrare in azione per le riconosciute competenze specifiche di tutti (o quasi) i Ministri, molti dei quali, provenienti dalla società civile, saranno chiamati, pena le dimissioni (ed in primis Elisabeth Borne che già fa campagna attiva nel suo natio Calvados) a misurarsi con l’elettorato e farsi eleggere in Parlamento fra il 12 ed il 19 giugno.

Il futuro dipende quindi – come è mestiere nei nostri sistemi democratici – dal responso delle urne e dalla misura e dalla distribuzione dei suffragi, propedeutici ad un probabile rimpasto o al rimaneggiamento dell’intero Gabinetto che tenga conto anche dei nuovi equilibri in seno alla coalizione Ensemble.


Nella campagna in corso per le legislative – solo l’ultimo round dell’eterna campagna elettorale francese - Marine Le Pen modera i toni e sembra ispirarsi ad una contenuta correttezza, concentrandosi sulla conquista dei seggi oggi alla sua portata per la costituzione di un suo gruppo parlamentare. Mélenchon e la Nuova unità popolare ecologista e sociale (Nupes) prediligono, invece, i toni tribunizi, le piazze e i veri o presunti scandali che trovano ampia eco mediatica e che purtroppo monopolizzano il dibattito.


Ed è così che del nuovo Governo, del suo programma economico ed ambientale, delle priorità che si prefigge Macron - soprattutto per la Sanità e per la Pubblica Istruzione - si discute poco e si schiva ogni dibattito ed ogni concreto e costruttivo raffronto con le rocambolesche promesse mélenchioniane ed i suoi illusori ed irrealizzabili disegni di ridistribuzione della ricchezza a discapito delle imprese e in spregio all’ortodossia europea.


Tiene banco, invece, la controversa nomina del nuovo Ministro dell’Educazione Nazionale, lo storico ed intellettuale franco-senegalese Pap N’Dyaie - l’unica autentica sorpresa uscita dal cappello dell’Eliseo - che Zemmour e la sua ultra destra tacciano di giorno in giorno di epiteti ingiuriosi per la sua asserita simpatia nei confronti dell’impostazione “woke” e dell’anticolonialismo, ereditata dai suoi studi dei movimenti razzisti nel mondo e soprattutto negli Stati Uniti.

Quasi a schivare l’impossibilità di contestare, da sinistra, la notorietà ed il generale apprezzamento del campo progressista per il nuovo Ministro, Mélenchon si concentra sull’altro dei “gossip” elettorali del momento, lo scandalo che ha investito – con l’attiva e forse non del tutto “innocente” complicità del famigerato sito di informazione Mediapart e di vari collettivi femministi vicini alla France Insoumise – l’appena nominato Ministro Damien Abbad, già capogruppo neo-gollista alla Camera, per presunte violenze contro due donne, rimaste anonime e strenuamente difese in pubblico dalla Nupes che reclama a gran voce le dimissioni a titolo “precauzionale” del nuovo e già infangato acquisto della “macronia”.


L’Eliseo e la Prima Ministra hanno per ora cercato di tagliar corto, trincerandosi dietro la presunzione di innocenza e le ripetute archiviazioni giudiziarie della sola denuncia esistente in materia, che evidenzia fra l’altro la netta smentita dell’interessato costretto a difendersi anche per la circostanza del grave handicap fisico che ne condiziona fortemente la mobilità.

Può sembrare un dibattito desolante e davvero poco edificante nel contesto di una campagna così rilevante per il futuro stesso della Francia in Europa. Ma il rischio è che il caso Abbad diventi, nei prossimi quindici giorni, un feuilleton amplificato dai social media e metta in serio imbarazzo il Presidente ed i suoi.


Saranno importanti i “ritorni” dal terreno sugli umori dei francesi su questo tema, come su quello altrettanto inspiegabile del “burkini” (il costume da bagno a copertura intera per donne mussulmane di stretta osservanze) nelle piscine comunali di Francia: altra provocazione lanciata da un esponente della Nupes, il sindaco Verde di Grenoble, e per ora respinta dal Tribunale Amministrativo su ricorso del Governo contro la provocatoria autorizzazione da poco in vigore, in omaggio all’insistente richiesta di un collettivo femminile islamista.


Sono forse queste derive, che pure raccolgono non irrilevanti consensi ed adesioni sul piano nazionale, a costituire la più eloquente illustrazione dell’impervio cammino che ancora attende il campo giustamente ed opportunamente definito “dei lumi e della ragione”.


l’Abate Galiani

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