“Lo stato dell’Unione” non è buono

Lettera da Washington


Una volta l’anno, l’America ci ricorda che gli Stati Uniti sono cinquanta Stati, uniti da un patto federativo, la Costituzione scritta più di due secoli fa e ancora solida e vivace, che ha creato un’Unione: il suo valore aggiunto doveva essere apprezzato dagli Stati, e occorreva dunque mantenere benevola ma assidua attenzione.


Una volta l’anno, i rappresentanti degli Stati si riuniscono perciò in Congresso per ascoltare il Presidente esercitare una responsabilità espressamente attribuitagli dalla Costituzione stessa, quella di rivolgersi agli eletti per riferire “sullo stato dell’Unione”. A differenza delle nostre democrazie parlamentari, dove i capi del governo frequentano le Camere in ogni momento del loro mandato, questo è la sola occasione in cui il Presidente si riunisce al vertice del potere legislativo, ed esercita la facoltà di raccomandare al Congresso quanto ritiene opportuno allo scopo di rafforzare l’Unione. Non c’è voto, né formale adozione, ma è anche occasione di vigoroso dibattito a posteriori, nell’aula e fuori.


Nel tempo, questo è diventato il momento per un consuntivo dell’anno trascorso, con l’anticipazione dell’agenda politica dei prossimi dodici mesi, e si conclude invariabilmente con l’affermazione rituale che “lo stato dell’Unione è saldo”.

C’è stata una eccezione: Gerald Ford nel 1975 riferì al Congresso che lo stato dell’Unione “non era buono”. Ford era sopravvissuto allo scandalo del Watergate e presiedeva su un’America turbata, con un’economia erosa dalla disoccupazione e soggetta - in quei tempi - al ricatto energetico dell’OPEC. E aveva ragione, l’America non era unita; e non è unita ora. Biden non se la è sentita di dirlo, e se l’è cavata dicendo che l’Unione è forte, “perché sono forti gli americani” che ne fanno parte. Non era questa la domanda; diciamo che ha schivato l’argomento.


Ma questa apparizione in pompa magna è anche l’occasione per fare di più. Nell’era delle comunicazioni di massa non è solo un momento d’incontro con i parlamentari, ma è diventato un mega-evento che cattura l’attenzione della nazione: di solito una cinquantina di milioni di americani seguono il discorso in diretta televisiva o in streaming.

Questa volta, i presenti, e i milioni di americani incollati ai televisori, avevano due parole in mente: Russia e economia. Tutto il pubblico in sala sfoggiava i colori dell’Ucraina. Il Presidente ha subito affrontato il tema, condannando il ruolo della Russia in queste settimane, senza trascurare di alludere a come questa “passeggiata militare” si sia trasformata, come è accaduto nella storia con altre simili “passeggiate”, in un costoso, doloroso, tortuoso, sanguinoso percorso di cui non si vede la fine. Il pubblico americano soprattutto non vede una fine accettabile né per l’Ucraina, né per la Russia stessa, che ha perso in pochi giorni quel che restava di qualunque buona volontà si fosse accumulata verso la Russia post-Sovietica. Oggi tutto il mondo guarda con disgusto il capo di questa Russia, e si interroga perfino su eventuali segni di squilibrio. Vi ravvisa la triste incarnazione di una cultura disumana, e la contrasta con un’altra immagine ideale, la tradizione culturale che rappresenta il contributo di questo grande paese alla vita dell’Europa.

Ci si chiede come questi giovani russi in uniforme siano stati mandati allo sbaraglio, senza avere idea della loro missione - un indice dell’insicurezza dei loro stessi comandanti, e allo stesso tempo l’effetto forse di aver creduto alla loro stessa propaganda, per essere umiliati da una milizia raccogliticcia di cittadini Ucraini, armati con i loro stessi Kalashnikov - una manna per la logistica, certamente.

Nessuno si illude sulla probabilità che nuovamente Davide vinca Golia; sperare allora che Golia si ravveda, se in famiglia gli fosse consigliato? Si è riaffacciata nei media la preoccupante espressione “regime change”, che avevamo creduto fosse rimasta per sempre sepolta sotto le rovine di Bagdad.

Nessuno ha interesse a vedere la Russia disintegrarsi in un altro “failed State” armato di missili nucleari. Tutti hanno interesse, invece, a una Russia pacifica perché sicura, e sicura non in quanto armata fino ai denti, ma perché al centro di un continente in pace e senza tensioni; ma senza una democrazia a Mosca sembra un orizzonte difficile e lontano.

Biden, pertanto, ha delineato un futuro fosco nei rapporti con Mosca, promettendo una pressione costante sulla sua economia, ma anche una guerra senza pietà agli oligarchi che la gestiscono in simbiosi col regime. C’è sicuramente un messaggio in questa decisione.

C’era un messaggio anche per la Cina, ma su un tono molto diverso: Biden ha promesso competizione, tratteggiando l’immagine di un’America con una infrastruttura rinnovata e una industria dedicata a vincere la sfida tecnologica, rilocalizzando in America gli impianti industriali di punta per l’industria avanzata, e ha delineato un sommario programma sociale destinato a venire incontro alle necessità del cittadino medio – compreso un riferimento al controllo più stretto dell’industria della sanità, che è effettivamente il regno di un sistema piratesco su cui ci sarebbe molto da dire. L’America soffre davvero di una infrastruttura fatiscente, di un potere incontrollato nelle mani di un cartello farmaceutico-sanitario-assicurativo, e di un ritardo ingiustificato delle strutture sociali – tutto ciò grava sull’economia del paese, con un carico fiscale disuguale che tutela i redditi finanziari a spese dei salari.

Biden, eletto dai Democratici, non poteva mancare di affrontare questa realtà. Avrà ora la forza politica per tradurre i suoi progetti in realtà? In buona parte, purtroppo, sono già passati per il Congresso e non vi hanno raccolto la maggioranza necessaria.

Potrebbe farli risorgere solo una chiara vittoria elettorale nel prossimo novembre, che al momento non si profila. Dunque cosa resterà di tutto ciò alla fredda luce del giorno? È vero che nell’aula non sono mancati gli applausi, e nell’atmosfera patriottica indotta dalla crisi Ucraina si sono uniti talvolta anche i Repubblicani presenti. Ma non basterà questo per assicurare il successo di Biden nei mesi che ci separano dal prossimo appuntamento elettorale. Non si può nascondere che l’età e il brutale logorio del mestiere hanno pesato sul Presidente americano, che è qua e là caduto in gaffes solo giustificabili con il peso degli anni e delle responsabilità - come confondere Ucraina e Iran a un certo punto del discorso. Il pubblico non è caritatevole, ahimè, e l’elettorato anche di meno.


Lo stato dell’Unione, purtroppo, non è dunque oggi molto diverso da come lo descriveva Ford quasi cinquant’anni fa: non buono.


Franklin

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