Medio Oriente, scopo e limiti del piano italo-spagnolo

Lettera da Bruxelles


L’iniziativa avanzata da Italia e Spagna che mira a rilanciare il processo di pace israelo-palestinese con un’operazione di guida europea è da ormai quasi due mesi sul tavolo delle diplomazie internazionali, ma ha finora i contorni di un documento non ufficiale. Alla sua messa a punto – a quanto si sa – ha partecipato Mario Draghi nella sua visita di metà giugno in Spagna ed è anche stata motivo di confronto fra il ministro degli Esteri italiano Di Maio e il Segretario di Stato americano Blinken. L’intenzione è certo quella di rendere l’UE protagonista e mediatrice di un nuovo processo di pacificazione, come fu trenta anni fa, in occasione della Conferenza di Pace, proprio a Madrid, cui presero parte Usa e Urss, tappa importante verso gli accordi di Oslo.

La proposta italo-spagnola è il frutto di due diplomazie abituate a concertarsi parecchio con Bruxelles – e a nessuno sfugge come l’Alto Rappresentante sia giunto a Bruxelles direttamente dal suo incarico di ministro degli Esteri del primo governo Sanchez. Di essa si sa che è stata ben accolta dai palestinesi – i quali ormai, in quanto a trattative, non sanno più che pesci pigliare e hanno l’interesse ad attaccarsi a tutto – e con molta prudenza dagli israeliani, sospettosi, tra le altre cose, che uno degli annunciati parametri ribadisca la soluzione dei due Stati con Gerusalemme capitale di entrambi – un’ipotesi ormai impraticabile. La proposta, in perfetto stile europeo, cerca di rassicurare tutti, insistendo sul ruolo del Quartetto, una formula che si è rivelata del tutto inefficace, e sulla necessità di un ritorno al tavolo negoziale.

Nel dettaglio, poco si sa sui termini del paper italo-spagnolo, perché in questi casi le carte sono calate una alla volta. Ma se ne conosce quanto basta per rilevarne alcuni meriti: essa rimane nel solco di concetti assodati, perfino superati, ma che hanno permesso all’Europa di non commettere errori e di restare defilata ma sempre pronta a rientrare in partita. L’iniziativa ricorda che l’Europa non si è allontanata, che la geografia la rende imprescindibile (le frontiere dell’UE distano appena un centinaio di chilometri da Gaza) e che da qualche parte occorre ricominciare per riannodare il filo di un dialogo oggi più possibile di ieri – per via di Biden, del nuovo governo a Gerusalemme e della persistente debolezza della politica palestinese tanto più dopo l’ennesimo, e scontato, rinvio delle elezioni. Essa non rischia di far male a nessuno, anche nel caso dovesse naufragare rapidamente – mai con la stessa velocità della “Peace for Prosperity” di solo un anno fa – perché non pretende di essere un’iniziativa “epocale”, ma si propone come ponte per approdare a una nuova stagione di confronto. Rischia, quindi, di essere una variazione ardita sul “tema” di fondo dell’approccio europeo al conflitto mediorientale, ostinato proprio nel senso musicale.

L’Unione Europea ha una posizione sul conflitto israelo-palestinese che non ha mai voluto cambiare, fatta del riconoscimento dei confini del 1967, dell’indisponibilità (al limite dell’ottusità) di spostare le ambasciate da Tel Aviv alla parte occidentale di Gerusalemme, del riconoscere in Israele un figlio che ha lasciato la casa madre europea per andare a fare fortuna altrove e al quale si tiene anche di più perché si è consapevoli di antichi torti che gli sono stati inflitti, un figlio divenuto in fretta adulto e oggi un indispensabile alleato tecnologico, commerciale, culturale. A lungo considerato anche un alleato “morale”, ma questo è un capitale che Israele ha in buona parte dilapidato dopo decenni di occupazioni e vessazioni verso i palestinesi. È il tema ostinato di chi ha continuato a impegnarsi con la dirigenza palestinese, anche nelle sue peggiori fasi di corruzione e di connivenza con un terrorismo che non poteva essere scambiato come resistenza, la costante di chi ha continuato a confrontarsi con la dirigenza palestinese perfino allorché Israele e Stati Uniti decisero di eliminare politicamente Arafat, il quale restò invece in ballo grazie al riconoscimento che continuava a dargli l’Europa. Per quanto criticata altrove, quella posizione conservatrice dell’Europa ebbe una sua saggezza, perché riconosceva al contraddittorio leader palestinese una funzione unificatrice e di guida di cui si sarebbe poi avvertita la mancanza. Morto Arafat, arrivò presto, per restarci, la stagione di Hamas. Così l’Europa è restata fedele a se stessa, sono anni che dice le stesse cose su Israele e Palestina, come un disco rotto, riducendosi a payer (principale contribuente tanto dell’Autorità Palestinese che dell’UNRWA) che non è mai player.

E perché mai dovrebbe esserlo dopo tutto? Esperta, più degli Stati Uniti o delle Nazioni Unite, in lotte per confini e in quanto tempo ci vuole per una riconciliazione tra popoli contrapposti, l’Europa sa che il Mediterraneo, il suo Mediterraneo, va avanti senza che il conflitto israelo-palestinesi ne mini la stabilità. Non vi sono orde di rifugiati in provenienza dalla Palestina, né di attentatori terroristici verso le capitali europee; il Mediterraneo è stato scosso molto di più dalle cosiddette primavere arabe, e poi dalla Siria, mentre alla disputa della Terra Santa – così tanto terra e così poco santa – ci ha potuto fare il callo, durando da tempi immemorabili: da un secolo, se si comincia da Balfour, da mezzo, se si ha come riferimento la Guerra dei Sei giorni, o anche già da trent’anni se ci si limita a Oslo.

L’Europa insiste nella sua politica, e anche questo suo nuovo passo italo-spagnolo evita di avventurarsi in progetti risolutivi: il piano di Trump durò lo spazio di due giorni e da “accordo del secolo” (Netanyahu) è passato a essere “il furto del secolo” (The Economist) e poi “la barzelletta del secolo” (Haaretz). Oggi spagnoli e italiani ribadiscono il mantra dei due Stati per i due popoli – fingendo di ignorare quanto tale soluzione sia probabilmente la maggiore menzogna della politica internazionale, poiché da tempo chiunque conosca il terreno sa come si sia oltrepassata una soglia del non ritorno che, al netto della striscia di Gaza, rende impraticabile la separazione di un’entità palestinese da ciò che è, in termini di diritto o di fatto, Israele. Questione di realtà demografiche, di estensioni delle colonie, della quota crescente di cittadini israeliani arabi – per non parlare delle due narrazioni inconciliabili e altrettanto convinte su chi stia dalla parte del giusto.

Per la pace, quella vera, per la prosperità davvero condivisa, che è anche dignità e sicurezza di tutti, ci vorrà ancora tempo, e questo lo sa bene l’Europa, capace, come gli arabi e gli ebrei, di fare la differenza tra le stagioni e le epoche.


Niccolò Rinaldi

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