Noi e la Cina: Marco Polo o Tucidide

Lettera da Washington


Pochi mesi fa, mentre su questa sponda ogni nuovo giorno portava sviluppi nei rapporti con la Cina - un processo animato da una miscela di considerazioni strategiche, di protezionismo, di preoccupazione umanitaria e incoronato dalle ultime polveri del colonialismo occidentale - è approdata, come un vascello spinto dalla corrente, la notizia che Europa e Cina avevano appena concluso un accordo sui reciproci investimenti, lungamente perseguito da Bruxelles: una piuma sul cappello, ma al momento sbagliato. Ora la corrente si è invertita e il vascello è svanito con la corrente.

Si può essere certi che a Washington ci sia stato più di qualche sospiro di sollievo. Non era imbarazzante che l’alleato principale degli Stati Uniti si muovesse così in distonia col nuovo governo americano, anzi con l’insieme dell’America?

Un raro punto, infatti, dove conservatori e progressisti di qui possono convergere è proprio la politica verso la Cina. Entrambi percepiscono una contrapposizione ideologica che manda in frantumi la rosea illusione di un sottostante flirt storico; entrambi sono attenti ad una competizione economica che continua a sedurre i consumatori, ma che li allarma al tempo stesso man mano che le vecchie industrie chiudono i battenti; entrambi si affacciano a un mondo in cui l’inquietudine provocata dalla sempre rispettabile potenza militare sovietica è in via di sostituzione con quella generata dalla crescente potenza militare cinese; in più, e non solo dal lato progressista, molti sono allarmati dalla constatazione che il prossimo contendente per la leadership mondiale nutre inclinazioni nazionaliste e autoritarie - e ha i mezzi militari, economici e diplomatici per esercitarle.

Se guardiamo da vicino, occorre convenire che la Cina ha cessato di essere una potenza regionale con una proiezione militare limitata e col ridotto prestigio lasciato dalla storia travagliata del suo XX secolo; ora ha le risorse per proiettare le sue forze ben più lontano che nel passato ed ha una crescente capacità di farlo, ben oltre il valore deterrente a tutela della integrità nazionale. Non si tratta più della limitata missione di fare la guardia alle frontiere, pur senza esitare a varcarle quando occorre (come fu in Corea e col Vietnam). Oggi, il sito “Global Fire Power” (GFP), che classifica la potenza militare delle forze armate del mondo, pone la Cina al vertice delle marine militari per numero di unità in servizio - gli USA sono quarti; e prendo l’esempio della marina, perché la misura della capacità di proiezione militare su scala mondiale non è senza rapporto con la capacità navale, ancor oggi come nel ‘600. Quello del GFP è certo un indice grossolano, ma punta in una direzione inattesa. Chi avrebbe detto che la Cina avrebbe scavalcato tutti e issato la bandiera su 777 unità, quasi 300 più degli USA, e perché lo avrebbe fatto se non perché conscia che, da millenni, flotta uguale strategia?

Quanto all’economia cinese, si spandono quotidianamente su questo tema fiumi di eloquenza. Se si volesse fare il punto, come risponderemmo al quesito se possa l’economia cinese stabilmente rivaleggiare per dimensione con quella degli Stati Uniti o dell’Europa unita? È una domanda ormai superata: se si compensa il differente potere d’acquisto, la Cina aveva già nel 2017 il PIL più grande nel mondo, con 23 trilioni di dollari contro circa 20 degli USA, anche se pro capite, beninteso, è ancora un’altra storia. Il quesito è se nell’avvenire la Cina potrà sostenere sistematicamente l’attuale sviluppo con il flusso dell’innovazione, come già accaduto altrove nella storia. Non mi convince che si senta così facilmente dismettere in modo sommario questa capacità. Abbiamo evidentemente già dimenticato i tempi in cui si diceva che il Giappone poteva solo sfornare imitazioni dozzinali di cose inventate altrove - poco prima del panico per il “pericolo giapponese”. La concorrenza industriale ha ampiamente passato la fase della pura imitazione, è seria, ben radicata e non cesserà.

Una ragionevole domanda è invece come evolverà la Cina in quanto paese, accompagnando l’incredibile evoluzione della sua economia, che è peraltro ancora lontana dal capolinea.

Dove sarà situato quest’ultimo? La Cina resta figlia del partito, che l’ha strappata al Medioevo e alla dominazione straniera, salvandone alla fine l’integrità assieme all’indipendenza. Come con altri grandi paesi, siamo tentati di visualizzare la Cina come una grande macchia colorata uniformemente sull’Atlante De Agostini, convenientemente ridotto alla scala di 1:5 milioni. Vista da fuori, non è facile percepire come nella realtà questo grande paese sia composto di popolazioni con una propria fisionomia e ciascuna con una sua particolarità storica, spesso una sua lingua, perfino una etnia che si discosta dalle altre. Noi italiani col nostro regionalismo dovremmo capirlo meglio di altri. La storia della Cina è una storia di contrapposizioni interne e di lotte per la supremazia, e l’incubo dei governanti di Pechino è che queste linee di cesura tra le regioni potrebbero portare alla rivincita dei particolarismi, se venisse a mancare il monopolio politico esercitato dal partito. Il partito, con la sua rigida disciplina, è anche l’assicurazione contro la frantumazione del paese.

Tristemente, ciò vuol dire che vicende come la soppressione e la rivolta degli Uighuri (che sobbolliva da decenni scarsamente visibile dall’esterno), e più di recente l’amara evoluzione di Hong Kong e della sua democrazia ereditata dalla colonia, sono manifestazioni di questo imperativo; e così pure è la vicenda di Taiwan, una corda di violino che viene periodicamente tesa di una nuova tacca incrementale. Pechino conosce una sola Cina, e Taiwan ne fa parte, tanto quanto Hong Kong; la sua autonomia di fatto non è vista come indipendenza, e se finora la Cina ha scelto di tollerare l’ambiguità, è con l’intenzione di mantenerla fintanto che Taiwan, paradossalmente, si proclama Cina - sia pure una Cina alternativa. E questo, con l’andar del tempo, l’affievolimento dell’eredità di Chang Kai Shek e l’emergenza di una corrente indipendentista nell’isola, non è assicurato. L’orrore della frantumazione, inaccettabile rischio insito nel pluralismo competitivo che opera all’interno delle nostre democrazie, è stato ulteriormente cementato in Cina dalla sorte dell’URSS, seguita passo passo con ansia e anche con un po’ di ironia. Nessun leader cinese si è ispirato a Gorbachev, né allora, né ancor meno adesso.

Tutto ciò conduce, da ultimo, a un altro riferimento. Xi Jinping, che evidentemente ha una formazione classica, conosce chiaramente la cosiddetta “trappola di Tucidide”, poiché l’ha citata in pubblico (io invece ho dovuto rinfrescarmi la memoria). La trappola consiste in questo: quando una potenza nascente (come fu Atene), arriva a preoccupare una potenza affermata (come era Sparta), diceva Tucidide, la guerra è l’inevitabile conseguenza. In verità Xi Jinping citava lo storico greco per smentirlo e assicurare che non c’era nulla di inevitabile, a patto di metterci un po’ di buona volontà.

Purtroppo, nei secoli la storia ha dato spesso ragione a Tucidide e la buona volontà pare essere l’eccezione. Ma questo rende ancor più pressante, così sembra suggerire Xi, la necessità di intendersi.

Resta valida, quindi, la via sistemica del negoziato. Non è chiaro quanto si possa scommettere su un futuro “understanding” internazionale all’interno del quale possano convivere indefinitamente Cina e Occidente, Cina e resto del mondo, cercando di combinare diversità e uguaglianza. Pechino ha trovato, quando bisognava, intese comuni col mondo esterno, ma sempre senza cedere un pollice di autorità: il PCC resta l’unico fattore di garanzia della compattezza e dell'unità di questo grande paese, ma anche l’unico arbitro, ed è l’asse attorno al quale gira ogni strategia. Il governo non può comandare il partito. Per questo motivo le intese potranno più facilmente essere basate sulla definizione di zone di ambiguità, piuttosto che su una vera identità di vedute.

Ci sarà allora spazio per negoziare con Pechino, o è solo una illusione?

Per ora l’Europa ha preso la posizione che ci si attendeva da un’Unione fondata sui principi, e la reazione punitiva cinese nei riguardi di alcuni membri del Parlamento Europeo (proprio il PE avrebbe dovuto ratificare l’accordo di cui sopra!) ha messo fine a un progetto utile, ma estemporaneo; e ci obbligherà a pensare meglio come condurci correttamente con la Cina, affermando al contempo i principi che ci ispirano. È un favore che ci è stato fatto. Abbiamo guadagnato tempo per dare basi robuste, ed accettabili per entrambi, al rapporto che desideriamo costruire. Usiamolo non per rinunciare ai nostri principi, ma per esplorare con Pechino quali vie rimangono aperte. Ricordiamoci che la Cina su scala mondiale vuol essere una potenza politica, militare ed economica, non solo indipendente, ma con un ruolo da svolgere nella comunità internazionale. Non sarà incline ad accettare asimmetrie, e meno ancora imposizioni al proprio interno, proprio come noi. Ma se ci sarà un futuro di prosperità e di commerci tra Europa e Cina, incombe per entrambi la responsabilità di dargli forma.

E, allora, forse Marco Polo ci avrà suggerito una risposta per Tucidide.


Franklin

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