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Pnrr: che fine hanno fatto le riforme?

La nuova bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è formalmente ancora solo nelle mani dei leader della maggioranza ma in pratica circola tra redazioni, sedi di partiti e movimenti e fondazioni di cultura politica. È un documento di 13 pagine ed una tabella, non privo di un afflato politico nelle prime due pagine. Il documento sarà prestissimo all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri (per andare poi in Parlamento). Rispetto alla bozza precedente di circa 300 pagine (Schede progettuali incluse), le modifiche riguardano principalmente la ripartizione tra grandi comparti (ad esempio, un maggiore accento sulla sanità) e tra investimenti (già programmati e di nuova programmazione) e incentivi/sussidi. Si tratta, probabilmente, di modifiche appropriate. Non toccano, però, il nodo cruciale: il nesso tra riforme e finanziamenti. Nella concezione della Commissione europea quale approvata dal Consiglio europeo lo scorso luglio, questo dovrebbe essere l’aspetto centrale del PNRR.

Non si tratta di novità nella finanza per lo sviluppo. Circa cinquanta anni fa, la Banca mondiale cominciò a sperimentare con prestiti legati a «riforme» nel cui quadro gli investimenti erano uno strumento per misure di politica pubblica atte a stimolare lo sviluppo. Una delle prime operazioni di questo genere fu un’ampia linea di credito alla Corea (il cui Pil pro-capite era la metà di quello dello Zambia; oggi è pari a quello dell’Italia) per il riassetto della politica della tecnologia: varie modifiche legislative mettevano in competizione centri di ricerca ed università (anche nell’ambito del settore statale) e gli istituti venivano forniti di nuove attrezzatture modernissime; secondo gli storici dell’economia, la linea di credito fu una molla importante per la piega presa dall’industria coreana. Un’altra operazione fu il supporto alla «riforma» dell’istruzione in Etiopia; gli esiti non furono, almeno nel breve periodo, parimenti positivi perché la «riforma della struttura stessa della scuola» (portando la scuola elementare da sei a quattro anni e valorizzando, dopo revisione dei programmi, le scuole tradizionali del clero copto, senza oneri per lo Stato) scatenò la rivolta degli insegnanti e fu la miccia della fine dell’Impero e dell’instaurazione del regime di Mengistu.

Nel 1980, il «Rapporto Brandt» dal nome del Cancelliere tedesco che presiedette una commissione internazionale per riflettere sulla finanza per lo sviluppo, teorizzò il finanziamento del «riassetto strutturale», prestiti che potevano anche non prevedere il supporto di investimenti purché sostenessero «riforme» mirate a rimuovere ostacoli allo sviluppo. Più o meno in parallelo, una linea analoga venne presa dal Fondo Monetario Internazionale. I prestiti per il «riassetto strutturale» delle due istituzioni, pur se guardavano ambedue al medio ed al lungo termine, avevano contenuti differenti: quelli della Banca miravano all’economia reale (o nella sua interezza o di particolari settori), mentre quelli del Fondo erano indirizzati a «riforme» della finanza pubblica, del tasso di cambio e del debito della pubblica amministrazione.

L’Unione europea (Ue) sta ora costruendo un assetto analogo a quello delle due istituzioni finanziare con sede centrale a Washington. Il Meccanismo europeo di stabilità (che alcuni avrebbero voluto denominare Fondo monetario europeo) è il prestatore di ultima istanza per la «stabilità finanziaria» e, per questo motivo, le sue analisi hanno specialmente un accento sulla «sostenibilità» del debito delle pubbliche amministrazioni. Il piano straordinario Next Generation EU guarda invece alle «riforme» essenziali perché i giovani di oggi possano vedere ad un’Ue che diventi più moderna e più giusta.

Si possono allestire tali «riforme» e valutarle sia prima della presentazione del PNRR sia nel loro avanzamento sia nei loro esiti prima di erogare l’ultima rata del finanziamento? È normale che un Governo ed una pubblica amministrazione impregnati di diritto civile ed amministrativo siano tanto scettici da pensare che si tratti da un requisito futile e, quindi, da non prendere troppo sul serio.

Si suggerisce loro la lettura del saggio di Balázs Ègert, uno degli economisti di punta dell’Ocse, The Quantification of Structural Reforms: Taking Stock of the Results for OECD and Non-OECD Countries nell’ultimo fascicolo (Dicembre 2020) dei Cesifo Working Papers. Il Cesifo è il centro di studi e ricerche di Monaco a cui più ha fatto ricorso Angela Merkel negli ultimi 15 anni. In 36 pagine, la ricerca quantizza gli effetti di medio e lungo periodo in settori come il mercato del lavoro, il sistema giudiziario, la competitività, la qualità delle istituzioni (quindi della pubblica amministrazione) e via discorrendo. Ci si attende dall’Italia qualcosa del genere, anche se meno raffinata sotto il profilo della modellistica.


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