• Il contributo

Politica e sobrietà dal dopoguerra ai social

Il contributo di Fabrizio del Signore sul rapporto fra “cultura e politica al tempo dei social” ha stimolato riflessioni come altrettanto stimolante il contributo di Silvia Di Bartolomei sui social media.

Non penso ci sia una “primazia” tra politica, cultura e social nell’individuare le cause della situazione attuale, ritengo invece che tutto si leghi in un progressivo affastellarsi di “causa ed effetto” fra i vari elementi.

Spesso - soprattutto da quanti hanno una certa età - ci si abbandona ad impietosi paragoni fra l’attuale classe dirigente e quella dei primi decenni della nostra Repubblica, dove per “classe dirigente” si deve intendere non solo quella politica, ma anche quella economica, sociale e sinanco culturale.

L’esperienza della dittatura fascista, la guerra e la Resistenza avevano forgiato una classe dirigente politica che già nella Costituzione aveva presentato le sue indubbie credenziali. Sul piano economico, le capacità imprenditoriali liberate dagli anacronistici vincoli corporativi avevano prodotto – in un positivo contesto internazionale – il famoso “miracolo economico italiano”. Sul piano sociale, nonostante le profonde differenze ideologiche, il movimento sindacale italiano - grazie a leader come Giuseppe Di Vittorio, Giulio Pastore, Italo Viglianesi e Amedeo Sommovigo - contribuì a far valere le giuste istanze dei lavoratori. Sul piano culturale basti citare la figura di Palma Bucarelli e quanto riporta Sandra Petrignani in “Addio a Roma” per avere un quadro del grande fermento artistico in Italia nel dopoguerra, mentre la stessa televisione con la RAI considerata la “prima industria culturale del Paese” completava una vera Unità d’Italia affermando una lingua comune e con il Maestro Manzi combatteva il perdurante analfabetismo.

Tutto ovviamente si teneva ed ogni ambito contribuiva allo sviluppo del Paese.

Un primo tornante si è presentato con il “sessantotto” che ha rimesso in discussione alcuni archetipi fondamentali su cui poggiava il Paese che non era nel frattempo riuscito ad investire proficuamente il cospicuo dividendo del miracolo economico, investendo come uno tsunami ogni versante, andando ben oltre la giusta richiesta di trasformazione sociale, economica e politica.

Il movimento studentesco, con un malinteso egualitarismo giocato non sulle pari condizioni di partenza ma a garantire velleitarie posizioni di arrivo, ha ottenuto così un indiscriminato accesso all’Università e metodologie didattiche che ignoravano il merito e l’impegno, rendendo di fatto ancora più elitaria la formazione universitaria con le classi più agiate che hanno avviato i propri figli alle più prestigiose Università straniere e/o private Italiane.

Sull’onda della contestazione del ’68, negli anni settanta si è aperta una stagione di profonde riforme spesso in anticipo su altri Paesi (come riporta John Foot nel suo “L’Italia e le sue storie: 1945 – 2019”) e forse non tutte adeguate alle reali possibilità economiche, sociali e politiche. “Si ebbero così – scrive Foot – importanti modifiche nel diritto di famiglia (1975), nel sistema carcerario (1975), negli ospedali psichiatrici (1978), legalizzando il divorzio (1970) e l’aborto (1978)”, senza dimenticare lo Statuto dei Lavoratori (1970), i provvedimenti in difesa dell’ambiente (1976) e la progressiva disciplina per l’edilizia economica e sociale.

Sul piano culturale, gli anni sessanta e settanta segnano l’egemonia delle cosiddette “istanze rivoluzionarie” con un confuso melting pot di teorie gauchiste che vanno dal leninismo al maoismo, dal castrismo alla teoria cattolica della liberazione di stampo sudamericano che in Italia si è tradotta con la proliferazione dei “preti operai”, impoverendo ancora più la scuola e l’università con modelli al di fuori della tradizione classica italiana.

In economia, le crisi petrolifere e l’abbondono del sistema di cambi fissi di Bretton Woods e delle teorie keynesiane a tutto vantaggio del liberismo, hanno inaugurato in Italia la lunga stagione delle crisi strutturali, dell’iperinflazione e dei bassi tassi di sviluppo, mentre imperversava il terrorismo e con il rapimento e la morte di Aldo Moro, si concludeva il progetto della democrazia dell’alternanza.

Gli anni ottanta vengono quindi ricordati come gli anni del riflusso dal 68 e del ritiro nel privato con un drastico calo del livello di partecipazione; con le prime sconfitte sindacali (referendum scala mobile, vertenza FIAT e marcia dei quarantamila); con il decollo del debito pubblico e, soprattutto, l’avvento della TV privata.

Quest’ultima da allora sostituisce la TV pubblica come principale “industria culturale del Paese” con l’offerta di modelli (a)culturali di riferimento che sono anche alla base – oltre agli errori della sinistra - dell’avvento del berlusconismo in politica e del decadimento progressivo della cultura in genere.

Comincia così ad imperversare la criminalizzazione degli avversari politici cui fanno da contraltare in TV le false liti nei programmi di intrattenimento. Il modello “calciatore-velina” diventa il riferimento del successo sociale e la sguaiatezza di certi improponibili programmi con la “TV del dolore” prima ed i talk show poi contrabbandano il trash con l’indagine sociale ed il giornalismo.

Questa la prima “base (a)culturale” su cui poi si innestano le origini del populismo e del sovranismo, mentre via via arretra sempre più la cultura cui si oppongono alcuni illuminati provvedimenti di Ministri della Cultura che tentano – e in qualche misura, riescono – a far avvicinare i famosi “giacimenti culturali” ad un consumo meno elitario, senza però incidere sul più generale “sentiment culturale”.

Le divisioni e le insufficienze delle forze politiche, prevalentemente di sinistra, ereditarie di una certa cultura di governo e l’ascesa di forze populiste e sovraniste, sono l’inevitabile conseguenza di quanto accennato e, in questo contesto, non sorprendono quindi alcuni dati negativi della scuola e dell’università italiane.

Pur migliorando qualche posizione, la prima Università italiana, nella classifica dell’University Ranking 2020 delle migliori 200 Università, vede la Sant’Anna di Pisa al 149° posto, la Normale sempre di Pisa al 152° e la statale di Bologna al 168°. Per EUROSTAT nel 2016, su 3 milioni di abbandoni degli studi universitari oltre 500 mila sono italiani. Se poi si osservano i dati OCSE sulla preparazione degli studenti, gli italiani denunciano competenze scientifiche e di lettura inferiori a quelle, pur non esaltanti, di dieci anni or sono, con uno studente su quattro che non raggiunge il livello base. Dati che collocano l’Italia al 25° posto fra i Paesi OCSE.

Questa la risultante di una politica dell’istruzione che ha visto negli ultimi decenni un drastico taglio di finanziamenti pubblici; successive pseudo-riforme che hanno sedimentato problemi, mortificando la figura dell’insegnante ma anche la scuola professionale e tecnica; garantendo la sopravvivenza del precariato in cambio di basse e poco dignitose retribuzioni, con il permanere di anacronistiche rigidità sindacali. Nonostante i tanti proclami, l’istruzione non è mai stata considerata uno degli assets fondamentali della democrazia, contribuendo così in gran misura allo scadimento culturale del Paese.

Di converso l’eclissi del ruolo dei corpi intermedi, il crollo delle vendite dei giornali e dei libri che assegnano all’Italia poco invidiabili record, completano il quadro.

Non devono quindi meravigliare le successive ondate che hanno portato alla ribalta il berlusconismo prima, l’avvento del populismo M5S poi, ma anche il successo delle istanze sovraniste, un’inarrestabile marcia che va di pari passo con il progressivo arretramento culturale del Paese in un vicendevole rapporto fra politica-cultura-social media, con quest’ultimi che stanno scalzando la TV come “principale fabbrica (a)culturale”.

“Che fare?” di fronte a tale situazione è impresa titanica, al limite dell’impossibile ed a meno di pensare di rimettere in discussione il suffragio universale, auspicare l’arrivo di un improbabile cavaliere bianco o un cataclisma che annulli il trend, non rimane che seminare – come tenta di fare Il Commento Politico – nel proprio contesto di riferimento, sperando che la semina nel tempo produca risultati positivi cominciando ad affermare il principio della responsabilità individuale, della sobrietà, delle competenze e del merito.

In breve, l’ordinario inteso come vera e propria rivoluzione culturale.


Maurizio Troiani

Italia

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