Presidenziali, la volata finale è a tre

Lettera da Parigi


La pesante cortina di angoscia che pervade in Francia – come in tutta Europa – l’intera scena mediatica dominata dalla guerra in Ucraina, si dissolve a tratti per riservare qualche frammentario spazio allo svolgimento della campagna elettorale, ormai giunta alla volata finale delle due settimane conclusive.


Contro ogni aspettativa, l’ordinato dipanarsi di interventi, approfondimenti e dibattiti, punteggiati da rilevazioni e sondaggi, che ci aveva assuefatto ad una progressione in spirito “cartesiano”, scandita negli originari palinsesti da tempi di parola rigorosamente contabilizzati, è improvvisamente esplosa. Si è in qualche modo polverizzata ed occupa a singhiozzo pochi ritagli, spesso relegati in tarda serata sui teleschermi, o sovrapposti alla cronaca di quelle rare manifestazioni pubbliche messe in scena dai candidati per le strade delle grandi città o negli ancora più diradati comizi “oceanici” cui l’elettorato francese era aduso (ed “affezionato”) in passato.


Ne profittano essenzialmente – stando agli ormai saltuari sondaggi - le dinamiche in positiva evoluzione dei due sfidanti del Presidente Macron, oggi più accreditati a contendersi la vittoria al primo turno, Marine Le Pen e Jean Luc Mélenchon, ai quali va riconosciuta, assieme all’esperienza propria a due veterani della battaglia politica, una efficace strategia comunicativa ed una articolata ed incisiva presentazione dei rispettivi programmi, con il riscontro puntuale (anche se per lo più demagogico) delle prevalenti aspettative della pubblica opinione.


È forse ancora troppo presto per escludere del tutto gli altri due aspiranti al duello finale con Macron, Eric Zemmour e Valérie Pécresse, ma le rilevazioni delle attuali intenzioni di voto sembrano annunciarne un’inesorabile caduta dei consensi. A fronte, per il primo, dell’inanellarsi di grossolani errori, al limite di imperdonabili “gaffes” (dal gelo manifestato per l’accoglienza dei rifugiati ucraini, sino all’agghiacciante, ultima trovata di un Ministero della Riemigrazione (sic) quale braccio operativo per scongiurare il “grand remplacement”). E, per la seconda, l’ondivaga incertezza fra una linea dura, intesa a tentare di strappare voti all’estrema destra, e il tardivo sforzo di presentarsi come campione della moderazione repubblicana con iniziative e progetti che la appiattiscono, a suo danno, sulle idee e sull’immagine del Presidente candidato. Come se piovesse sul bagnato, l’infragilita Pécresse è stata per di più dichiarata positiva al Covid e prosegue la campagna relegata in casa.


Un ritorno al passato, quindi, sembra comunque delinearsi nell’arco delle due fatidiche settimane tra il 10 ed il 24 aprile; secondo lo schema classico che ha prevalso sino al primo decennio del secolo del confronto fra moderati e progressisti, poiché Mélenchon cerca di accreditarsi come il solo campione della sinistra e capo indiscusso dell’Unione Popolare. Ovvero, in alternativa, con la ripetizione di quanto avvenne nel 2017 nella contrapposizione della destra nazionalista, sovranista ed anti-europea del Rassemblement National al progetto riformista ed illuminato, filo-europeo ed universalista perseguito dalla République en Marche.


Marine Le Pen sembra ormai sicura del fatto suo, con il ritorno – quasi miracoloso – a percentuali che superano il 20% e con la incarnazione di un personaggio (e di una forma di leadership) fortemente “addolciti” ed umanizzati che sembrano convincere anche quando poggiano su evidenti forzature e su promesse non propriamente attendibili.


Mélenchon è ancora indietro, attestato intorno al 15% ma fiducioso in una possibile impennata dell’ultim’ora attraverso il tenace perseguimento del voto ideologico “utile” per la sinistra di cui si definisce oramai apertamente (e non senza qualche sfrontatezza) l’ultima spiaggia.


Entrambi sembrano essere riusciti miracolosamente ad “esorcizzare”, con non poca destrezza manovriera, le antiche simpatie pro-putiniane ed i sostegni (anche finanziari) in passato garantiti da Mosca; entrambi hanno partecipato senza fare una piega alla “standing ovation” riservata a Zelensky dall’emiciclo del Palais Bourbon; entrambi martellano nei loro interventi gli astensionisti potenziali (soprattutto i giovani e i ceti meno abbienti) in nome della storica opportunità, pur di segno contrapposto, di far fuori Macron e, con lui, la vecchia politica e il precorso ordine costituito. E questo in vista, secondo Mélenchon, dell’istaurazione della Sesta Repubblica e, per la Le Pen, di dar luogo a forme plebiscitarie di rappresentanza popolare diretta. Entrambi collocano al centro del loro programma il cruciale incubo del “carovita” e del potere di acquisto, proponendo rimedi fra loro differenziati ma accomunati da calcoli e soluzioni per lo più “immaginifiche” che valgono al contempo a decredibilizzare la “difesa” del Presidente e dei suoi di un consuntivo socio-economico non irrilevante, specie sul piano dell’occupazione.


Se – ed è l’ipotesi meno accreditata – il tribuno populista dovesse prevalere in zona Cesarini, lo scenario finora più attendibile di una confortevole riconferma del Presidente, favorito dall’effetto “drapeau”, risulterebbe privilegiato: le simulazioni dei sondaggisti di un secondo turno Macron-Mélenchon fanno stabilmente stato di un margine di vantaggio superiore a venti punti per il primo. Sembra anzi diffondersi, nella “Macronie” il velato auspicio di uno sviluppo in questo senso che, oltre tutto, garantirebbe per il futuro ancor maggior autorevolezza ed autonomia di azione nei cinque anni successivi.


Il ritornello, e non più soltanto in sordina, che sale persino dai simpatizzanti del campo presidenziale, è di tutt’altro tenore, nell’ipotesi – ben più concreta – di una seconda sfida Macron - Le Pen. Le rilevazioni, per ora empiriche, di un siffatto secondo turno, sono ben lontane dai dati del 2017 con il travolgente successo dell’attuale Presidente, grazie anche alla superiorità schiacciante su una rivale sbaragliata nel faccia a faccia televisivo e intrinsecamente indebolita dall’avverso “fronte repubblicano” ad excludendum. La tradizione dell’ istintivo e corale rigetto maggioritario dell’estrema destra, tale da assicurare un’ampia riserva di voti “bipartisan” al ballottaggio, potrebbe stavolta venir meno per un insieme di fattori; una parte non irrilevante della destra neo-gollista, trainata dalla delusione della sconfitta e non insensibile alle sirene di Zemmour, potrebbe per la prima volta fare una scelta contro-corrente; l’apporto della sinistra sarebbe comunque meno determinante che in passato e forse temperato dalle tentazioni astensioniste; la candidata ultra potrebbe persino cercare di far convergere su di sé alcune fra le componenti più strettamente populiste dell’Unione Popolare di Mélenchon, motivate soprattutto dalla ostilità viscerale per un secondo mandato del Presidente uscente.


La sera del 10 aprile, le principali personalità politiche dell’ “arco costituzionale” richiameranno ancora una volta coralmente e solennemente l’esigenza di far fronte comune contro una eventuale qualificazione dell’ultra-destra: ma, stavolta, è legittimo domandarsi che seguito concreto avranno questi appelli in termini di voto o di astensione il 24 aprile. Il margine che divide oggi, a giudizio dei sondaggisti, il Presidente dalla leader della destra sovranista è valutato a circa il 10%, ma tende in questi giorni a scendere a sfavore dell’incumbent, mentre la quota delle intenzioni di voto per Macron è in leggera decrescita.

Si moltiplicano quindi, con frequenza quotidiana, le preoccupate sollecitazioni di tutti i sostenitori dell’Eliseo (ma anche quelle dei simpatizzanti dei media ed in generale dei “benpensanti”) per un lancio in grande stile di una vera e propria offensiva di comunicazione dell’ultim’ora del candidato alla rielezione, per il quale non è considerato più sufficiente volare con le sole ali del Presidente in esercizio, totalmente assorbito dalla gravose responsabilità istituzionali: Emmanuel Macron dovrà decidersi a sporcarsi le mani, non delegando più al ristretto manipolo dei fedelissimi la presenza sul terreno – virtuale o reale – e misurandosi direttamente con gli elettori e con tutti i francesi.


Il primo esercizio da lui svolto in tal senso con la lunga (e un po’ tediosa) conferenza stampa della scorsa settimana non pare abbia avuto, forse per le troppe misure annunciate e la stretta saldatura ideale fra il mandato concluso e il progetto per il futuro, quell’effetto propulsivo che sembrava logico attendersi dal giovane e prorompente riformatore comparso sulla scena politica cinque anni fa. “Non è ancora riuscito a farci sognare”, commentava ieri un noto commentatore televisivo. È forse per questo che viene annunciato a Parigi per sabato 2 aprile il grande raduno di En Marche e dei suoi alleati alla Arena della Défense, che ha una capienza di molte migliaia di persone, alla presenza naturalmente del Presidente candidato.


Insomma, è ancora una volta (conforme alla lettera e allo spirito della Costituzione gollista) che la posta in gioco coincide con l’incontro fra il popolo e chi – donna o uomo di Stato – sarà chiamato a guidare il Paese: e, stavolta più che mai, la scelta della sostanza dei programmi e dell’affidabilità del candidato/a, porterà sulla prosecuzione di un disegno riformista, universalista ed europeo contrapposto all’incognita angosciosa di un’opzione sovranista e populista, anche se “imbellettata” di una moderazione di facciata e di ostentate aperture popolari e sociali.


l’Abate Galiani







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