Sanità: il Pnrr da “una tantum” a strumento di riforma

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che la Commissione europea ha accolto con un favore superiore alle aspettative di numerosi osservatori ed analisti, sarà una «una tantum» od una strategia che verrà perseguita per diversi lustri, ed anche decenni, sino a quando non si saranno ridotti gli squilibri che rendono l’Unione europea (Ue) ed in particolare l’eurozona non ancora un’«area ottimale»?

Se lo chiedono in molti. È ovviamente una domanda prematura perché al fine di convincere gli Stati maggiormente scettici sulla capacità di quelli più fragili di fare bene i loro compiti, questi ultimi dovranno dare prova di saper attuare riforme ed investimenti in modo efficiente ed efficace. Il Premio Nobel Robert Mundell, recentemente scomparso nella sua residenza nei pressi di Siena, ammoniva che sarebbero stati necessari, a lungo, trasferimenti ai più fragili per fare funzionare la moneta unica ed averne i benefici.

Tuttavia, è buon segno avere The Long View (ossia sapere guardare lontano) come è intitolata da anni una rubrica di Rob Long sul settimanale americano The National Review.

Ci sono comparti che stanno dando prova di avere questa Long View. Uno è la sanità le cui carenze sono state messe a nudo, ove ce ne fosse stato bisogno, dalla pandemia. Al Ministero della Salute ed in alcune Regioni, in particolare del Nord Est, nonché al Cnel, hanno destato attenzione i lineamenti preliminari per una «seconda fase» del Pnrr redatta da dirigenti medici associati ad esempio nella Confedir, con il supporto di economisti sanitari.

Il documento parte dalla premessa che sarebbe un grave errore lasciare incompiuto – a metà strada – il processo di riorganizzazione del sistema sanitario incentrato sulla creazione di diffuse reti/strutture territoriali di prossimità verso i reali e quotidiani bisogni di salute, sia individuali che collettivi. È stato quindi stimato il personale necessario, ed il relativo costo, per fare funzionare le strutture mediche sul territorio create con il Pnrr 2021-2026 e per estendere il programma a tutto il territorio nazionale. I bacini territoriali di riferimento e gli standard relativi sono desunti da uno studio presentato lo scorso maggio al Policlinico San Matteo di Pavia, dall’Agenzia Nazionale per la Sanità (Agenas). Un seminario a cui hanno avuto accesso unicamente gli invitati e di cui non sono stati ancora pubblicati gli atti.

Per ciascuna casa (sanitaria) di comunità – una ogni 20.000 abitanti, ciascuna con 68 figure professionali - i costi annuali saranno pari a 4.190.000 euro/anno. La spesa totale per il previsto standard di 3.010 case sarebbe quindi di 12,611900 miliardi di euro/anno. Circa 7,5 miliardi di euro/anno sono attualmente già sostenuti dai bilanci delle ASL. Restano pertanto da coprire circa 5 miliardi di euro/anno. Per gli ospedali di comunità (uno ogni 50.000 abitanti), ciascuno con 20 posti letto e con 20 operatori; costo annuale del personale = 800.000 euro/ospedale. Con la realizzazione entro il 2030 di altri 13.317 nuovi posti letto per complessivi 24.100 posti letto (in nuove costruzioni o in pre-esistenti ospedali dismessi), si dovrà sostenere un costo di personale sui 964 milioni di euro/anno.

Occorre chiedersi come queste spese incrementali di parte corrente, che si cominceranno ad evidenziare a partire dal 2025, verranno coperte, se tramite i trasferimenti ordinari dello Stato al Servizio sanitario nazionale (Ssn) o in altro modo, tra cui un eventuale secondo Pnrr o ricorso allo sportello sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Per avere un ordine di grandezza, la spesa sarebbe di 13,5 miliardi di euro l’anno; tenendo conto che 8 miliardi sono attualmente già sostenuti dai bilanci delle ASL, restano almeno 5,5 miliardi di euro l’anno che ovviamente andrebbero ad aggiungersi alla spesa annua attualmente sostenuta dal Ssn. In materia sanitaria, infatti, riorganizzazione non significa contenimento della spesa territoriale ma ampliamento della stessa anche attraverso un parziale trasferimento di risorse dal settore ospedaliero. Ciò dovrebbe avvenire a scapito delle strutture ospedaliere emergenziali, messe nettamente in crisi nel 2020-2021, perché sottostimate rispetto alla media europea e rispetto a una pesante emergenza, qual è stata e qual è ancora la pandemia.

Per ottenere guadagni di efficienza, si dovrebbero prevedere due misure. La prima, a carattere tecnologico e nello spirito del Pnrr, riguarda le centrali operative territoriali (Cot) che hanno il compito del coordinamento dei vari servizi territoriali: una trasformazione della carta sanitaria da “passiva” (microchip muto) ad “attiva” (microchip caricato delle informazioni cliniche basilari del paziente), personale adeguatamente informato e attivo 24 ore su 24, per 7 giorni alla settimana. La seconda pertiene ai medici di famiglia, o medici di base – oggi spesso addetti più a funzioni amministrative (predisporre prescrizioni per medicine e visite specialistiche): secondo la proposta dovrebbero essere integrati (se del caso, a tempo definito) nel Ssn.

Sono dunque molte le proposte in campo per l’introduzione di misure che renderebbero l’attuale Pnrr, già nella sua prima fase di attuazione, un effettivo strumento di riforma della Sanità.


Bagehot


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