Siccità e incendi, l’altra guerra dell’Europa

Lettera da Bruxelles


Il 18 luglio, il Centro Comune di Ricerca della Commissione ha pubblicato il suo, e nostro, ultimo bollettino di guerra. Perché di guerra l’Europa intera ne sta subendo un’altra, non ai suoi confini, ma nel suo territorio: le precipitazioni invernali sono state inferiori del 20% rispetto alla media degli ultimi trenta anni, la produzione di energia idro-elettrica ne ha risentito e nella penisola iberica si è dimezzata; vicino a Piacenza, per la prima volta in sessanta anni di attività, la centrale idroelettrica di Isola Serafini ha fermato le turbine.

La portata dei fiumi è in ribasso ovunque e per trenta chilometri l’acqua del mare, salata, è risalita in un Po dove non ha quasi mai piovuto da oltre quattro mesi. Il 46% dell’Unione Europea è in stato di allerta per siccità, assenza di umidità al suolo e stress della vegetazione. In Italia si prevede una riduzione fino al 30% della produzione agricola, soprattutto per i cereali giù colpiti dalla guerra contro l’Ucraina. Sempre in Italia oltre duecento comuni hanno deciso il razionamento dell’acqua, a Verona e a Pisa l’erogazione non è più garantita durante la notte.


In Portogallo il 98% del paese è in stato di siccità “grave” o addirittura “estrema”. A Londra per la prima volta sono stati toccati i 40°. Gli incendi divampano ovunque – non ancora domati in Francia, dove solo nel sud sono già bruciati oltre 4.000 ettari. È visione ormai consueta assistere dalle nostre spiagge ai voli di rifornimento in mare degli aerei antiincendio: ci siamo abituati. Al pari di un bombardamento, il cielo di Roma è stato più volte oscurato da grandi nubi dovute al fuoco di zone verdi. Anche l’alta velocità dei treni viene interrotta per incendi di sterpaglie, e il paese si blocca. Un pezzo di ghiacciaio della Marmolada si stacca e uccide oltre dieci alpinisti e l’intero massiccio dolomitico viene dichiarato zona vietata. Cose mai viste.


In Olanda ci si interroga seriamente sul livello di innalzamento del mare e sulla tenuta delle dighe mobili (a Venezia ci siamo affidati al MOSE, e viene un brivido). A fine estate si faranno i conti con i morti, soprattutto anziani, provocati direttamente e indirettamente da calura e siccità. Verosimilmente saranno nell’ordine delle migliaia (nel 2003, solo in Italia, furono calcolati tra i 4.000 e i 18.000).


È ancora presto per trarre conclusioni. Ad agosto potrebbe piovere, con gioia anche dei vacanzieri, ma sarebbe anche superficiale trattare la questione come l’eccezionalità passeggera di un’annata particolare. Alcune previsioni assicurano che questa non è l’estate più calda, ma la più fredda tra le prossime dieci. L’accesso all’acqua sta diventando materia di competizione interna e alla lunga le cose non potranno restare come sono. Se una siccità come quella attuale in Europa colpisse paesi del sud con alta densità di popolazione, gli effetti sociali sarebbero importanti, con conseguenze migratorie e di stabilità geopolitiche.

Forse si dovrà seguire l’esempio della Svizzera, dove l’uso dell’aria condizionata è fortemente limitato e diffondere i ben meno inquinanti ventilatori elettrici; forse occorrerà penalizzare l’uso della carne (anche il ministro Cingolani evocò a suo tempo la questione), dato il consumo enorme di acqua legato agli allevamenti. Abbiamo rigassificatori, ma non navi o terminali per desalinizzare l‘acqua del mare. Si calcola tra il 20 e il 40% lo spreco di acqua nei paesi dell’Unione Europea (in Italia, per il FAI è del 15% nell’irrigazione e del 45% nel settore civile), ma per intervenire contro la dispersione i tempi sono lunghi ed elevati gli investimenti necessari. Non ci stupiremmo se, di fronte alle diverse ferite provocate dall’attuale situazione, si ricorrerà a tollerare margini ulteriori di debito pubblico.

Tuttavia, l’Europa, sempre provvista di “Piani di Azione”, di “Strategie”, di “Autonomie”, si ritrova per ora senza armi, senza vere idee per combattere la siccità combinata all’aumento delle temperature. Nessun Consiglio è stato ancora dedicato al tema, occupati in altri conflitti. Ma anche questa a suo modo è una vera guerra, con un nemico visibile e tangibile, eppure inafferrabile, che potrà essere sconfitto solo con una politica lungimirante, che prima viene approntata e meglio sarà, non improvvisata, con l’ausilio della scienza e con una capacità di cambiamento di alcuni comportamenti sociali. E soprattutto, occorre che non diventi una guerra civile.


Niccolò Rinaldi



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