Stabilità politica o sopravvivenza dei governi?

Salvo improbabili sorprese è prevedibile che anche il Senato darà oggi la fiducia al governo Conte. È altrettanto prevedibile che sarà una fiducia di minoranza: e ciò a prescindere se si raggiungerà o meno il fatidico numero di 161 che rappresenta la maggioranza assoluta a Palazzo Madama. In ogni caso, infatti, il presidente del Consiglio, per governare, dovrà cercare in fretta di trasformare i consensi ottenuti in ordine sparso al suo appello “Aiutateci”, in qualcosa di più solido e tale da consentire all’attività parlamentare di proseguire con un minimo di ordine.

Non sappiamo se ciò si realizzerà utilizzando le caselle governative lasciate libere da Italia Viva o se sarà necessario procedere ad un rimpasto più ampio. Ma non ci sembra essere questo il punto fondamentale. Due cose ci hanno colpito nel passaggio parlamentare di ieri. Una è il basso profilo politico del governo: un’elencazione di cose fatte e soprattutto di cose da fare senza un disegno complessivo. L’altra è la debolezza della risposta del centrodestra. Delle due, quest’ultima va oggi sottolineata. I leader della destra si sono superati nei toni di voce - che probabilmente saliranno ancora oggi in Senato quando parlerà Salvini - ma nel complesso sembravano in qualche modo rassegnati a rimanere fuori dal grande gioco.

Non poteva essere diversamente.

Il contesto in cui il nostro Paese è inserito ed in cui la stragrande maggioranza degli italiani vuole continuare ad essere inserita è cambiato totalmente nel giro di un solo anno. A causa della pandemia l’Europa ha cessato di essere matrigna ed è tornata ad essere un’opportunità. La vittoria di Biden riporta i rapporti transatlantici entro canoni più tradizionali di collaborazione.

Da questo nuovo panorama Lega e Fratelli d’Italia sono esclusi ed essi stessi ne sembrano consapevoli. Per certi aspetti sembra essere tornata quella conventio ad excludendum che per ragioni di collocazione internazionale aveva colpito come un anatema il PCI durante la prima Repubblica.

Il presidente del Consiglio ha fatto riferimento, seppure in modo un po’ stentato e macchinoso, a questo nuovo confine politico. Il problema è capire se si tratta solo di un modo per circoscrivere i limiti della prossima maggioranza o se si sta facendo largo tra le forze politiche una più profonda consapevolezza del grande mutamento intervenuto nel quadro internazionale.

Noi pensiamo che l’instabilità politica del nostro Paese sia lungi dall’essere superata ma che siamo all’inizio di una nuova fase che potrebbe sfociare in un nuovo assetto - più stabile e duraturo - del panorama politico. Si tratta, però, di un processo non breve e che pretende dalle forze politiche potenzialmente di maggioranza una lungimiranza che va molto al di là della formazione di una posticcia maggioranza politica intorno al governo Conte. Sia esso Conte bis o Conte ter.

L’apertura del presidente del Consiglio ad una riforma della legge elettorale in senso proporzionale è, insieme a quello della collocazione internazionale, l’altro terreno su cui potrebbero aprirsi nuovi scenari per gli equilibri politici italiani.

A nessuno sfugge che parlare di legge proporzionale, insieme al baluginio di qualche posto di governo, è nell’immediato l’esca con la quale attrarre qualche responsabile o costruttore che dir si voglia.

Crediamo, però, che il ritorno al proporzionale possa essere l’occasione per un ripensamento ben più profondo dei rapporti politici, che vada molto al di là della necessità di tenere ancora un po’ in piedi questo o quel governo.

All’inizio dell’esperienza repubblicana, il fronte popolare costituito da socialisti e comunisti era compatto e forse, in esso, la componente socialista partiva politicamente avvantaggiata. Poi, con la guerra fredda, tutto cambiò ed i socialisti vissero con sempre maggior disagio quell’alleanza, fino a romperla dopo i fatti di Ungheria. Quel travaglio lungo, conclusosi con l’approdo del PSI nel campo per così dire “europeo ed occidentale”, non sarebbe stato possibile senza una legge elettorale di impianto proporzionale. E senza l’opera di un partito “di confine” come era il Partito Repubblicano, che non usava il suo peso per atti di semplice interdizione ma per consolidare, allargandola, l’area di governo.

Ci chiediamo se non si sia necessario aprire oggi uno spiraglio simile a quello di allora.

Ci sono forze, in Parlamento e nel Paese, che rispondono alla fotografia fatta ieri da Conte: forze liberali, democratiche, popolari, socialiste. Molte di queste forze sono oggi all’opposizione del governo: per recenti baruffe, come Italia Viva; per incompatibilità con i Cinquestelle, come Più Europa ed Azione; o perché sono state tradizionalmente schierate con il centrodestra, come Forza Italia e l’Udc, ma che oggi cominciano a manifestare un disagio in questa collocazione.

Questo mondo, che può aspirare a rappresentare oltre il 20 per cento dell’elettorato, è tuttavia, a diverso titolo, inutilizzato.

Non si tratta di fare scouting per consentire al governo Conte di restare in sella, anche se è del tutto legittimo che il presidente del Consiglio abbia questa aspirazione. La tenuta del governo in carica, ancor più debole di un mese fa, non è sufficiente: essa ha un senso solo se rappresenta il primo passo per avviare un ben più lungo percorso.

Sessant’anni or sono, l’allargamento della base democratica del Paese fu possibile perché in questo senso si orientò la Democrazia Cristiana. Non senza molte convulsioni interne. L’allargamento si realizzò per la sussistenza di due condizioni. Una legge elettorale proporzionale che, dopo aver consentito in una prima fase la compartecipazione al governo dei cosiddetti partiti laici, rese possibile l’incontro delle forze centriste con un partito socialista sempre più a disagio nell’alleanza con il PCI. E, in secondo luogo, la presenza di un partito come la DC confortato da un larghissimo, stabile consenso popolare ed elettorale.

Oggi mancano ambedue le condizioni. Una nuova legge elettorale proporzionale può realizzare la prima. La seconda non può costituirsi per legge. Tuttavia, ci sono davanti a noi passaggi cruciali per far avanzare un processo che ricostituirebbe una duratura stabilità politica. Uno è la gestione del Recovery Fund, da cui dipende il nostro destino economico e sociale. Un altro è l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Sta al Pd - e cioè alla forza politica che più ha ispirato i caposaldi del discorso di Conte alla Camera dei Deputati - far sì che l’aver adombrato un nuovo perimetro dell’area di governo non si riduca ad un escamotage per dare solo una boccata d’ossigeno all’esecutivo di turno.

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