Tre priorità nell’agenda europea 2022

Lettera da Bruxelles


Anche nel 2022, l’anno europeo è cominciato all’insegna della pandemia e l’agenda cambia solo di poco. Sono almeno tre le questioni sul tavolo.


1. La revisione del Patto di Stabilità, le regole per una maggiore flessibilità di spesa, in sostanza la definizione di una nuova identità di politica finanziaria dell’Unione Europea per fare fronte in modo strutturale all’impatto economico del Covid.

2. Dopo la semina, che è stata sostenuta, passare alla raccolta del Next Generation Eu, delle risorse del Recovery, della messa in atto dei programmi nazionali per spendere bene i fondi ottenuti.

3. In un quadro pandemico nuovamente in movimento, assicurare l’armonizzazione delle politiche sanitarie degli Stati membri, per spostamenti, attività economiche, misure di sanità pubblica.


Sul primo punto, molti in Italia, compreso il governo, ritengono che una flessibilità più o meno permanente sia nell’interesse nazionale, e fin qui lo stesso governo ha trovato la comprensione della Francia e l’ostilità dei cosiddetti frugali. Tuttavia, il dibattito è tutt’altro che concluso: al cospetto di un debito che continua a salire, a Bruxelles è opinione generale che all’Italia convenga una disciplina di bilancio garantita dall’UE, magari scorporando gli investimenti produttivi, compresi quelli per la ricerca e l’istruzione, e riducendo le zone di spreco permanente – di questo abbiamo scritto nella Lettera del 23 settembre 2021. Sono cose di cui si parla molto a Bruxelles, ma sarebbe bene che una questione di tale importanza fosse dibattuta a livello nazionale attraverso confronti costruttivi.


Sul secondo – ne ha molto bene scritto Bagehot sul Commento Politico del 21 dicembre scorso – mancano dati precisi e un quadro completo. L’impressione è che si stia accumulando ritardo, e che alcuni progetti che dovrebbero beneficiare degli straordinari fondi dovuti alla pandemia, non siano tali da creare posti di lavoro duraturi né ad assicurare quella transizione digitale e ambientale capace di assicurare il paese a un futuro di innovazione e di sicurezza. A Firenze, per esempio, si annuncia l’impiego di novanta milioni per ristrutturare uno stadio, a fronte di un privato disposto a costruirne uno pagandolo di tasca propria. I tempi permettono ancora di recuperare, grazie anche a tavoli comuni con gli enti locali, le università, le imprese e il terzo settore – ovvero con le quattro gambe che meglio di altri possono e sanno incedere sui nostri territori. Quanto alla Commissione, vigila e per ora nel complesso tace; ma è verosimile che presto tornerà ad essere ben più assertiva su tempi e contenuti della spesa italiana dei fondi europei.

Infine, sul terzo punto, l’Europa registra posizioni confuse. La Spagna propone di passare a una fase nella quale la pandemia diventa una sorta di “influenza rafforzata”, la Francia segue invece l’esempio italiano e introduce un super-certificato verde, di Londra si sa. Gli esperti, e gli stessi responsabili governativi, si dividono sulla metodologia statistica di computo di infetti e decessi e sulla durata della seconda o terza dose, o sulla prospettiva di quarte e quinte altre iniezioni. I certificati verdi hanno una durata che non è la stessa nei vari paesi; l’obbligo vaccinale europeo non è stato deciso ma è legge in alcuni paesi e di fatto praticato da molti altri. Insomma, la pandemia resta una gestione oggettivamente difficile e divisiva per un’Europa plurale. Ognuno prova la sua strada, anche molto diversa da quella del vicino, ma una qualche sintesi è doverosa e possibile, come sul riconoscimento della validità del certificato verde del portatore.


Dunque, regole di finanza pubblica, utilizzo dei fondi UE e politica sanitaria per il Covid: le tre questioni sono separate ma con molteplici connessioni, mentre i governi e le istituzioni comunitarie che devono affrontarle sono gli stessi. E, ancora una volta, la capacità decisionale del consesso europeo è condizionata da molte ragioni interne: Macron e le presidenziali che lo vedono favorito ma non si sa mai; la nuova e articolata coalizione tedesca; la conferma di Mark Rutte nei Pesi Bassi; la linea spagnola, e via dicendo.


Quanto all’Italia, un eventuale governo non più condotto da Mario Draghi dovrebbe affrontare con Bruxelles soprattutto i punti 1 e 2 in modo assai diverso rispetto all’oggi. E non solo per una questione di credibilità e autorevolezza personale del premier, ma anche perché non è detto che nonostante l’efficacia dell’azione fin qui condotta, l’eredità dei conti e delle riforme, o mancate riforme, sia tale da mettere in sicurezza chi venga dopo.


Niccolò Rinaldi




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