Ue, alzarsi dal sofà

Lettera da Bruxelles


Come nel miglior teatro, la scena della seggiola mancante ha avuto un effetto demistificatore. Il colpo del presidente turco era ben assestato, ha avuto solo la sfortuna di rivolgersi verso una donna, cadendo dunque nel maschilismo. Più probabilmente mirava a sminuire il ruolo comunitario dell’Unione Europea, volendo trattare da capo a capo, ignorando la dimensione comunitaria dell’UE, una linea che ha illustri precedenti: anche più grave, come affronto, è stata la sorprendente decisione di Boris Johnson di negare lo statuto di ambasciatore al capo della delegazione UE a Londra, riconosciuto dai trattati e da ogni paese.

La seggiola in meno ha aperto e chiuso un vertice atteso, e ha fatto prendere la misura dello stato dei rapporti bilaterali. Il vertice si è chiuso per l’UE con un pessimo risultato comunicativo e poca sostanza, mentre in Turchia il potere ha avuto buon gioco a venderlo come un piccolo trionfo, per entrambi gli aspetti.

Gli animi si sono esasperati, ma non sarà difficile in futuro aggiustare il protocollo e riprendere un dialogo. Se ora si è nuovamente arrestato, in futuro dovrà andare avanti, questione di geografia, di commercio, e anche tenendo conto che la Turchia non riesce ad avere rapporti facili con nessuno dei suoi vicini – la Grecia, la Bulgaria, l’Armenia, l’Iran pro-Assad, la Siria, Cipro, e poi Israele, il mondo arabo, sono altrettante spine nel fianco – e può solo convergere con Mosca, memore però dell’antica vocazione della cristiana Russia a controllare gli Stretti. Da Ankara l’Europa torna con la tradizionale posizione senza carota e senza bastone – nessuna prospettiva di adesione, ma il dialogo resta e moderiamo tutti i toni. La linea dovrebbe essere rovesciata: vogliamo la Turchia in Europa, dobbiamo crederci, e per questo, per questa carota, il confronto si fa senza ipocrisia.

Ma il vertice ha avuto una valenza che va ben oltre le relazioni con la Turchia, e col suo sofa-gate ha messo noi europei di fronte alle nostre contraddizioni. In base all’articolo 13 del trattato sul funzionamento dell’Unione, il protocollo seguito da Ankara (e chissà, forse addirittura avvallato da qualcuno di Bruxelles) a rigore era corretto: il Consiglio, e dunque il suo capo, viene prima della Commissione. Ma ancora prima viene il Parlamento Europeo, per cui se il Presidente Sassoli fosse stato presente, la poltrona gli sarebbe spettata e il duo Von der Leyen & Michel si sarebbe dovuto accomodare sul divanetto.

Un primato comprensibile, tenendo conto che il Parlamento è, a oggi, l’istituzione con la natura più nitida. Nel loro stretto cooperare, è difficile capire chi tra i presidenti della Commissione e del Consiglio abbia più presa sull’altro. Quanto all’Alto Rappresentante (buon per lui non essersi recato ad Ankara), ha una natura ponte: presiede le riunioni del Consiglio per gli affari esteri, è vice-presidente della Commissione, è a capo del Servizio di Azione Esterna, insomma un ibrido tra sistema comunitario e inter-governativo.

Il presidente del Consiglio e della Commissione hanno lasciato decantare la situazione e finalmente si sono incontrati, con l’impegno a un “mai più” e ad accorgimenti che evitino il ripetersi di tali imbarazzi. La responsabilità di tutti, come previsto, ha prevalso, ma la ferita c’è stata e il prossimo dibattito del Parlamento Europeo con la presenza dei due protagonisti si annuncia animato e tale da rianimare le polemiche, perché molti deputati chiedono ancora le dimissioni di Michel e un po’ tutti, e in particolare il PPE, lamentano la gravità del combinato offesa al genere e offesa all’istituzione più “europea”.

Ciò per cui occorrerà tempo, è chiarire la complicata costruzione istituzionale europea – una e trina – che è basata su una coabitazione non occasionale ma strutturale. Di fatto concordate come parte di un pacchetto tra le famiglie politiche che compongono la maggioranza, le cariche europee si ritrovano a lavorare le une con le altre, con ruoli mai intercambiabili ma che all’esterno si prestano a equivoci, mentre all’interno a una possibile confusione mediatica e, ancora peggio, a un rischio di conflittualità o addirittura incompatibilità. Gli stessi equilibri politici tra popolari e socialisti o liberali o altri componenti di una maggioranza, ognuno con la propria figura di punta ai vertici dell’Unione, potrebbero facilmente esasperarsi in questo spazio istituzionalmente così complesso e intrecciato.

Soprattutto perché niente dà per scontato che quanto abbiamo conosciuto fin qui - un equilibrio politico e una leale cooperazione tra le varie figure apicali – sia necessariamente la regola. Se Tusk e Juncker hanno lavorato bene insieme, e con loro Federica Mogherini, la frizione tra Michel e la Von der Leyen è un indizio che, tanto più in un mondo pieno di trappole predisposte ad arte da vari “malintenzionati”, le cose potrebbero essere diverse. Ed è possibile, anche se non auspicabile, che dopo Ankara non sarà mai più tutto come prima tra i vertici del Consiglio e della Commissione. Con altri personaggi, in futuro la coabitazione problematica potrebbe paralizzare l’Europa, o meglio la sua dimensione bruxellese, lasciando soli gli Stati Membri con le loro debolezze e le loro velleità.

L’Unione Europa è un animale complicato, ha bisogno, nel suo ammirevole percorso così unico nella storia dei popoli, di regole e strutture ad hoc. Ma la Conferenza sul Futuro dell’Europa farebbe bene a concentrarsi su questo aspetto come una sua priorità: superare la sovrapposizione dei metodi comunitario e inter-governativo delle varie cariche. Perché il vero risultato di un vertice altrimenti di poca sostanza, è stato mostrare, più che ai turchi agli stessi europei, che occorre governare con una maggiore chiarezza di ruoli e competenze e che la trinità è meglio lasciarla alla teologia.


Niccolò Rinaldi


Post recenti

Mostra tutti