Usa, la democrazia è malata

Lettera da Washington


La Democrazia in America si intitola il memorabile resoconto scritto da Alexis de Tocqueville dopo il suo "road trip" americano di duecento anni fa. È ancora una lettura edificante, ma quando si chiude il libro e ci si guarda attorno, induce a penose riflessioni. Lo spettacolo che offre oggi la democrazia americana non è smagliante, il che - per un paese che si è addossato il fardello di esserne il campione per il resto del mondo - è di per sé motivo di inquietudine.


Siamo reduci da una presidenza imbarazzante, frutto della scommessa politica rivelatasi vincente nel 2016 del partito Repubblicano, che era alla ricerca di una nuova formula dopo la perdita del voto moderato ancora negli anni di Obama; ora quella formula si è impadronita del partito, e non basterà l'insuccesso del 2020 contro Biden a cambiare le cose. Sarà difficile ormai per il Grand Old Party (GOP) liberarsi dall'orientamento autoritario, populista e mercantilista che ha sposato con la scelta di Trump; il partito ha accolto Frankenstein e ne è ormai dipendente.


Questo momento di tensione nel sistema democratico americano, fondato sul principio dei “checks and balances”, contrapposizioni ed equilibri, è l'effetto di una specie di fenomeno autoimmune, creato dalla lotta delle sue stesse cellule. Non sappiamo ancora se in prospettiva sarà solo una reazione passeggera, o invece un tragico collasso. Purtroppo, la struttura su cui poggia questa democrazia, che negli anni passati ha resistito a ogni genere di attacco e ne sembrava uscita più forte di prima, appare ora prossima all'esaurimento dei rimedi progettati dai fondatori e raffinati dalle generazioni che hanno costruito il paese che oggi conosciamo; gli americani si chiedono come si sia arrivati a questo punto.


Il tradizionale bipartitismo ha servito bene gli Stati Uniti per la maggior parte della loro storia, ma non è senza trappole. ln una democrazia, una parte può governare senza l'altra, ma non dovrebbe governare contro di essa, né rinunciare a coinvolgere quanti vi si sono riconosciuti. La difficoltà sta nel coinvolgere l'apporto delle minoranze senza rinunciare ad affermare la responsabilità degli eletti. ln Gran Bretagna nel XVIII secolo questo concetto ha dato origine all'idea di ”loyal opposition”. Ma qui, oggi, sembra esaurita la capacità dei politici di trovare il consenso necessario, mentre cresce l'ostilità tra le parti opposte. Forse manca un vivaio di partiti futuri per raccogliere e metabolizzare le nuove sfide e soluzioni del tempo; non resta che la possibilità per un partito di cambiare la propria missione, scomponendo le carte sul tavolo.


Negli anni di Obama ci si era chiesti ingenuamente se il partito Repubblicano avrebbe potuto sopravvivere all'ondata di compiacimento che aveva accompagnato l'elezione del primo Presidente di colore nella storia americana. La risposta è sì e no insieme, perché - con le spalle al muro - la reazione interna al GOP ha prodotto dapprima una generazione di Repubblicani iconoclasti (Tea Party, etc.) e poi l'abbandono del duetto bipartitico a favore di una opposizione senza quartiere, il contrario di quanto presume una democrazia. Di fatto, un partito che guarda in un’altra direzione, con molte facce familiari.


La ragione si trova nella lenta erosione dell'elettorato Repubblicano, in parte dovuta alla scomparsa del ceto moderato quando le riforme economiche di Reagan ne hanno minato le basi. Negli anni, anche se l'area di estrazione tradizionale del voto dei conservatori non è cambiata, si è relativamente ristretta e non basta ad assicurarne il successo. Nell’ultimo ventennio la demarcazione tra i due partiti segue una linea che non riflette più l'equilibrio tradizionale tra le componenti politiche storiche del paese; è l’effetto dell'evoluzione della base, riflessa nel recente censimento che ha visto un declino percentuale del gruppo maggioritario, quello che si descrive di razza "bianca", a favore di altre etnie, tra cui quella "latina", da cui proviene oltre la metà dell'incremento demografico americano nel decennio.


Naturalmente, i partiti sono attenti ad adattare il loro messaggio affinché rifletta le priorità degli elettori. Un esempio per tutti: il GOP si presta oggi a contrariare una parte del suo elettorato femminile favorevole all'aborto come un diritto della donna, ma mira ai voti dei settori religiosi e raccoglie in cambio consensi nel gruppo "latino", profondamente conservatore in materia di diritto della famiglia. Così ci si aspetta che l'interruzione di gravidanza possa essere presto preclusa dalla Corte Suprema dominata dai conservatori. Insomma è come legiferare, ma fuori dal Congresso. Sono gli svantaggi del sistema di "checks and balances"; un organo ha il potere di decidere, e un altro può avere quello di annullare.

In assenza di una componente centrista per far da ponte tra i due lati del Congresso, legiferare è diventato negli anni molto più difficile: quando un partito di minoranza arbitrariamente blocca il potere legislativo, non è più per negoziare termini accettabili per entrambi, bensì solo per fermare l'esecutivo. L'opzione "bipartisan" è affondata nella seconda parte del mandato di Obama, quando l’opposizione, controllando il Congresso, ha scelto di impedirgli di governare. Platealmente, con l’eclisse del parlamento “bipartisan” è venuta meno perfino la scrupolosa tradizionale etichetta che regolava il rapporto tra le componenti della politica, per quanto diverse per ideologia o per ruolo istituzionale.


Cogliendo il momento, le scelte iconoclastiche del GOP, esasperate dall’adozione di Trump come simbolo e punto di convergenza del partito, hanno attratto milioni di elettori che in precedenza votavano altrove, o più frequentemente non votavano affatto, reclutati tra gli insoddisfatti della globalizzazione o gli emarginati dall'evoluzione culturale del paese, tutt’altro che ingiustificati. In Europa, sarebbero già sorti partiti di protesta; invece in un sistema binario come quello americano i cittadini non hanno altro luogo dove dirigersi, e scelgono quel partito dove la loro presenza può determinare la differenza tra maggioranza o insignificanza.


Non è praticabile una democrazia in cui una parte sia sistematicamente confinata al margine, senza possibilità di partecipare al processo creativo di governo: a questo servono i parlamenti. Oggi il bipartitismo americano tende invece a favorire questa anomalia, ed è la democrazia a soffrirne le conseguenze.


Una conseguenza è che l'elettorato Democratico, preso di contropiede, mostra oggi segni di insofferenza. L'iniziale approccio garibaldino dell'amministrazione Biden nel formulare i grandi piani per il rilancio del paese e il sollevamento dei ceti più colpiti dalla pandemia ha generato grandi aspettative nell'euforia della vittoria, che si scontrano ora con la dura realtà di una maggioranza eterea e precaria in seno allo stesso partito. La tattica seguita dal partito Repubblicano si è confermata efficace, come lo era stata con Obama: l'ostruzionismo condanna all'impotenza una incerta maggioranza, il che si riflette nella curva discendente dei consensi. All’estero, i rivali dell'America - captata la debolezza - aumentano la pressione, e su questo presto occorrerà tornare.


In questi giorni i Repubblicani in Senato hanno bloccato un provvedimento tenacemente voluto da Biden: una legge a tutela del diritto di voto dopo le forzature in senso contrario introdotte in diversi Stati governati dai conservatori. Come non nutrire preoccupazioni per la sorte della democrazia americana e per quanti nel mondo guardano ad essa? Tutto tende a favore di un ritorno in forza dei Repubblicani al Congresso quest'anno, e - se non cambia nulla - alla Casa Bianca nel 2024. Se si votasse oggi, questo sarebbe l'esito.


Franklin

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