La disfatta delle destre

Sono due, strettamente collegate fra loro, le cause della vera e propria disfatta subita dal centrodestra nelle elezioni amministrative. La prima è la mancanza di credibilità complessiva di questo schieramento che è la conseguenza inevitabile del differente posizionamento dei tre partiti - di fatto tre destre - rispetto al governo Draghi. Forza Italia è un sostenitore pieno e coerente dell’azione del governo. Fratelli d’Italia è all’opposizione su tutti i temi dell’agenda del governo. La Lega è nel governo ma sostiene giorno per giorno le tesi dell’opposizione, senza ottenere alcun successo visibile rispetto a queste richieste. Praticamente sta commettendo un suicidio in diretta, ma così facendo rende del tutto palese che le posizioni politiche dell’intero schieramento sono in contraddizione fra loro.

La verità è che la pandemia ha fortemente inciso sul giudizio che gli elettori danno sulle forze politiche. Si è stabilito un canale diretto fra i cittadini e il governo, perché le decisioni dell’esecutivo hanno un riflesso immediato sui cittadini, su quello che possono o non possono fare e sulle loro condizioni di vita.

Una coalizione che non ha una posizione chiara sul governo si condanna alla sconfitta, specialmente se in essa prevalgono le posizioni contrarie quando, con ogni evidenza, il giudizio della pubblica opinione sull’azione del governo è sul piano sanitario e sul piano economico favorevole. Si è verificata un’alta astensione dal voto. In passato la si attribuiva essenzialmente a un senso di estraneità rispetto alla vita politica. Questo c’è sicuramente, ma la nostra impressione è che siano andati a finire nell’astensione molti elettori che non condividono l’azione del governo ma non hanno percepito una convincente posizione politica di opposizione. Sono elettori del centrodestra, ma anche probabilmente del Movimento 5 Stelle, che ha subito una sconfitta altrettanto marcata di quella della destra.

Questa è la prima ragione della disfatta del centrodestra. Non avendo un giudizio comune sull’azione del governo – di un governo presente come mai prima nella vita dei cittadini – la destra ha perso totalmente di credibilità e di forza di convincimento.

Ve ne è una seconda che è strettamente collegata alla prima, ma che ha operato in maniera diversa e aggiuntiva rispetto al primo problema. Mentre il centrosinistra è stato rappresentato in queste elezioni da un partito, il PD, capace di creare alleanze caratterizzate dal pieno appoggio all’azione del governo, la coalizione di centrodestra si è presentata come un’alleanza di tre partiti ben strutturati, la Lega, i Fratelli d’Italia e Forza Italia, ma sostanzialmente in contrasto fra loro sia sulla linea politica, sia sul problema della leadership interna.

Cominciamo dal minore. È evidente che Forza Italia non può aspirare per le sue dimensioni ormai ridotte alla leadership dello schieramento, ma nello stesso tempo essa sa di costituire l’unico vero punto di forza della coalizione. Sa anche che finché le tre forze sono all’opposizione, chi ha più filo politico interno e internazionale da tessere può tesserlo, mentre dopo un eventuale successo nelle elezioni politiche, la gerarchia dei ruoli e la scelta delle posizioni sarà per così dire definitiva. Che interesse hanno i suoi elettori al successo delle due altre forze? Anche laddove abbiano presentato come civici i loro candidati sindaci?

Lo stesso vale per gli altri due partiti, la Lega e Fratelli d’Italia, in lotta su tutto a partire dal posizionamento internazionale. Nel primo turno evidentemente il desiderio di portare a una buona affermazione il proprio partito ha portato gli elettori dei tre partiti a confluire sui candidati sindaci. Nel secondo turno, i candidati sindaci, civici o meno, sono rimasti soli con il sostegno di quello fra i tre partiti che lo aveva designato. A Torino il civico era designato dalla Lega? Che ragione avevano gli altri due partiti di impegnarsi a fondo, sapendo o temendo che il proprio civico altrove non avrebbe ricevuto un particolare sostegno? Così a Roma Giorgia Meloni è rimasta con il suo Michetti, così a Varese la Lega con il suo candidato.

Abbiamo scritto molte volte da quando si è formato il governo Draghi che la differenziazione di posizioni sul governo sarebbe stata fatale alla destra e che qualcuno “aveva commesso un tragico errore”. Ora pensiamo che lo abbiano commesso tutti e tre e che l’errore è apparso in superficie.

È chiaro che, se domani si andasse a votare e se lo si facesse con un sistema elettorale che obbliga alle alleanze, il centrodestra si ricomporrebbe in qualche modo e probabilmente raccoglierebbe un risultato migliore del centrosinistra. Ma che ragione c’è di andare a votare mentre c’è un governo che opera bene e soprattutto che ha ancora davanti a sé una quantità di problemi difficili – a cominciare dall’uso dei fondi europei e del negoziato per la revisione del patto di stabilità – che nessun altro in Italia potrebbe affrontare con qualche speranza di successo?

Mentre il governo Draghi procede nella sua opera, la destra ha la possibilità o di chiarirsi le idee e le prospettive o di affondare definitivamente. È interesse della democrazia italiana che questo processo politico abbia il suo corso, perché il suo esito è comunque positivo sia se la destra trova una posizione convincente (in primo luogo sulla sua collocazione europea e internazionale), sia se entra in una vera e propria crisi di identità e di consenso.

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