• L'intervista

“La Cina convitato di pietra del nuovo G11”

La Cina è salita alla ribalta della scena mondiale non più per i suoi tassi di sviluppo ma per la drammatica epidemia di coronavirus. La pandemia è nata e viene da lì. Alla tragedia sanitaria si stanno aggiungendo altri e forse ancor più delicati problemi: Hong Kong, Taiwan e il sempre più rapido deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Ne abbiamo parlato con Francesco Sisci, autorevole sinologo italiano, editorialista ed esperto di questioni geopolitiche che vive e lavora a Pechino. Sisci è ricercatore senior presso l’Università popolare cinese.


Partiamo quindi dalla pandemia: poche migliaia di morti dichiarati dalla Cina rispetto ai circa 33 mila solo in Italia. E’ possibile? Oltre al ritardo con cui la Cina ha reso nota la diffusione del virus, c’è stata anche una scarsa trasparenza sulle effettive proporzioni dell’epidemia?


“La Cina non ha detto che sono tutti i morti da coronavirus. Ha detto che tra i casi rilevati ci sono stati questi morti. Il che significa che possono esserci stati altri casi non rilevati e morti non rilevati. La Cina è stato il primo Paese colpito dal virus e se Paesi come l’Italia o UK o USA hanno avuto reazioni confuse e contraddittorie per mesi, pur nella coscienza dell’epidemia, figuriamoci in Cina dove per mesi non si era certi della malattia o della sua gravità. E’ possibile che i morti possano essere stati di più. Forse anche molti di più di quelli denunciati. Credo però che forse Pechino non sappia nemmeno con precisione quale sia lo stato. Certamente la Cina dovrebbe essere più chiara e trasparente sulla sua situazione. D’altro canto è importante capire che l'epidemia è figlia della tensione Usa-Cina e non il contrario. Cioè Pechino non si fida dell’America e teme che i dati possano essere usati politicamente, e quindi non si apre. Questo naturalmente avvelena tutto”.


Le proteste di Hong Kong già in atto da tempo contro la manifesta volontà di anticipare la fine dell’autonomia prevista per il 2047, sono diventate guerriglia armata nelle strade dopo la stretta di Pechino che vuole imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale. Gli scontri violentissimi hanno già causato la perdita di vite umane e c’è chi pensa che potrebbero degenerare in una nuova Tienanmen. Dobbiamo aspettarci una escalation di questo genere?


“Non c’è stata questa grande perdita di vite umane. Sono morti due-tre persone in un anno di continue violenze. Il dato è tutto sommato contenuto, anche rispetto a quello che vediamo per esempio ora a Minneapolis. C’è stata invece la distruzione della vita sociale normale di Hong Kong. Il punto qual è? Che in Usa Minneapolis è un episodio che non porterà, molto probabilmente, a un cambiamento della vita sociale e delle libertà costituzionali in America. A Hong Kong invece stiamo vedendo proprio questo: una limitazione progressiva della libertà personale e cambiamento delle regole sociali. Anche questo viene dal fatto che Pechino teme che Hong Kong diventi la miccia di una rivoluzione in tutta la Cina e quindi spegne questa miccia anche se significa una grande limitazione della propria capacità di finanza”.


La neo – presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, è stata eletta con un programma di assoluta intransigenza contro ogni tentativo di annessione da parte cinese, mentre Pechino rifiuta qualunque forma di indipendenza di Taiwan, tantomeno di separazione. La nettezza della posizione di Pechino può essere foriera di prove di forza?


“Nessun grande Paese ammette l’indipendenza di Taiwan, non l’Italia non la Cina. La questione di Taiwan è molto sottile. Quello che vediamo è che c’è un allontanamento progressivo ma molto lento dell’isola dal continente. Allora Pechino potrebbe essere tentata di fermare questo processo di allontanamento con la forza? Per ora ciò non sta avvenendo, anche se alcuni lo temono”.


Il confronto tra Stati Uniti e Cina, iniziato sul terreno dei dazi commerciali, sta assumendo ogni giorno di più la caratteristica di un vero e proprio scontro geopolitico. E’ in questa prospettiva che va letta l’idea dell’amministrazione americana di trasformare il G7 di giugno, rinviato per l’epidemia, in un G11 con la partecipazione di India, Corea del Sud, Australia addirittura Russia?


“Credo di sì. Questo nuovo G11 che esclude la Cina appare come un tentativo di isolamento economico e politico della Cina. Naturalmente il G11 ancora non c’è stato e la Cina sarà il convitato di pietra della situazione”.

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