• Il Commento Politico

Michele Spera: un tuffo nel talento

Aggiornato il: ott 12



Michele Spera non poteva quindi non occupare un posto di rilievo in MEMORABILIA e non solo perché Il Commento Politico ha utilizzato, per la campagna del NO al referendum sul taglio dei parlamentari, i suoi manifesti per il NO ai vari referendum sul divorzio, sull’aborto, sulla Legge Reale, ma anche perché interloquendo con lui dopo anni per questo MEMORABILIA, ne ricaviamo l’intervista che segue, compiendo anche un esaltante viaggio della nostra memoria nella nostra gioventù, nel nostro impegno politico e professionale, respirando grazie a lui una corroborante e fresca aria di cultura e bellezza.

All’inizio degli anni Sessanta sei stato incaricato da Ugo La Malfa di “comunicare l’immagine” del PRI. Quale ricordo hai di Ugo La Malfa e delle prime esperienze al PRI?

Entrare a far parte di quel nucleo di giovani lamalfiani, protesi al rinnovamento del partito avviato da Ugo La Malfa, fu un approdo direi naturale e conseguente alla mia formazione giovanile. Venivo da un contesto che era già idealmente repubblicano. La mia formazione nasceva a Potenza, nel profondo Sud, nel Circolo di Comunità di Adriano Olivetti. Lì allargavamo i confini delle nostre giornate parlando di Gobetti, di Salvemini, di Dorso, del nostro Sud senza speranze e lì frequentavamo i personaggi che venivano nel Mezzogiorno a studiare la questione meridionale e che noi, intellettuali a Potenza, avemmo la fortuna di conoscere. Li accompagnavamo alla Martella, a Matera. Erano Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Gardella, Pannunzio, Compagna, Ciranna e tanti altri. E poi Leonardo Sinisgalli. Furono loro che mi nutrirono e mi fecero capire.

La Malfa che esce dalle immagini del PRI non è un politico che si limita all’oggi, ma un uomo che progetta un ponte sull’impossibile: un’Italia diversa, “L’altra Italia”. Per costruirlo ha bisogno di scienziati, ingegneri, matematici, muratori e anche di un designer e prova a metterli al lavoro, sotto un’unica spinta, il rigore logico e la passione civile. Con Ugo La Malfa ho avuto un rapporto che ha segnato la mia vita. Non dimenticherò mai la sua reazione commossa quando gli mostrai il primo dei tanti manifesti progettati per lui che recava la sua firma dilatata, l’interpretazione che davo con quel segno al suo rigore, alla garanzia che generosamente firmava per gli italiani.

Una curiosità: Enrico Cisnetto, credo fosse il 1988, volle mettere nel suo studio la firma di Ugo La Malfa. Fu costruita come una scultura in pvc da Claudio Marchini su progetto del sottoscritto. La firma usata nei manifesti del partito era circondata da un alone giallo che dava luce al nero incombente. In questa scultura l'alone giallo fu prodotto da tubi fosforescenti inseriti nel retro della scultura.



(Nella foto, da sinistra: Enrico Cisnetto, Claudio Marchini e Michele Spera)

All’inizio hai utilizzato direttamente lo statista repubblicano per la comunicazione politica del partito inserendo nei manifesti la sua firma, un suo messaggio, il suo volto per passare successivamente all’uso del colore in uno schema standard e una immagine quasi sempre geometrica.

Ho sempre sostenuto che la comunicazione del partito, al di là della trasfigurazione dei contenuti, dovesse essere espressa con modi grafici sempre identici così da renderla riconoscibile al di là della lettura del testo e del messaggio politico. Le fasce colorate erano il carattere identitario e inequivocabile del partito così i nostri manifesti erano riconoscibili prima ancora di leggerne il contenuto verbale. Questo assetto comunicazionale raggiunse l’obiettivo di creare un’immagine globale, coordinata e distinguibile.


Dopo Ugo La Malfa hai collaborato con Spadolini, Visentini, Giorgio La Malfa, Dodo Battaglia e tutti gli altri principali esponenti repubblicani. Quali i tratti comuni e le distinzioni?

Dodo Battaglia. Negli anni Sessanta era il centro del gruppo che si era raccolto intorno a La Malfa e di cui rispondeva. Tutti i manifesti e i depliants di quel periodo, che per la prima volta mossero l’ambiente intorno a noi, li abbiamo fatti lì e lì abbiamo sempre lavorato insieme. Un’invenzione continua ci ha legato, ha cementato la nostra amicizia con un affiatamento che ha fatto aderire gli entusiasmi ai ritmi delle nostre giornate.

Giovanni Spadolini. Con lui ho avuto un rapporto a volte difficile. Ma ho quasi sempre vinto le mie battaglie grafiche pur mettendo a repentaglio il mio ruolo. Riuscii, per esempio, a usare caratteri di costante grandezza sui manifesti, variandoli solo negli spessori. Le cose si facevano più drammatiche nei manifesti elettorali e in quelli dei comizi dove, a fianco di Spadolini, dovevo mettere il nome di altri relatori. Spadolini aveva già avuto modo di arrabbiarsi per questa per lui detestabile uguaglianza e ben lo può immaginare chi lo conosceva a fondo. Così al comizio all’Adriano per le politiche dell’83 mi presentai a lui con due bozzetti: su uno avevo messo tutti i nomi di uguale grandezza; sull’altro solo il nome di Spadolini, ma creando un’immagine col suo nome fatto con lettere distaccate. Non riuscii a fargli vedere il secondo bozzetto perché davanti al primo uscì in escandescenze. Praticamente mi cacciò fuori da quella stanza in piazza dei Caprettari che già era stata di Ugo La Malfa. Poi vide il “suo” manifesto. Mi richiamò dopo pochi minuti: era estasiato. Se lo portò, questo manifesto, nella borsa, piegato in otto. Dovunque lo intervistavano, lo tirava fuori e ci si metteva davanti. Al partito questo manifesto lo chiamarono “Topolino”. E non solo per una vaga somiglianza alla testata omonima. Quando arrivò al partito disse di me: “Quel ragazzo ha qualcosa di pazzo negli occhi”. Ma poi abbiamo fatto un’infinità di cose insieme. Altro manifesto del novembre 1982 legato a Spadolini fu “La navigazione difficile”. Una nave senza nocchiero potrebbe essere il titolo dell’immagine, una freccia rabbuiata da segni conflittuali neri, un cammino ostacolato e intralciato, forse il più bel manifesto fatto per Spadolini. Nacque dalla sua richiesta di interpretare il logoramento imposto dalla conflittualità endemica fra i partiti durante la sua presidenza, il governo difficile. Gli piacque molto l’idea; gli sembrò che fosse proprio la giusta visualizzazione della sua dolorosa esperienza.



Bruno Visentini. Il gran borghese non c’è più. Feci la sua prima campagna quando si presentò per la prima volta a Carrara, alle politiche del ’72. Poi l’ho seguito in tutte le altre sue avventure, disegnando con puntualità ogni sua uscita. Il suo spirito ironico, il suo sarcasmo era ineguagliabile. Lo esercitava con spudorata allegria nelle sere in cui ci riunivamo a casa della figlia Olga, al piano sotto casa sua, a consumare raffinati piatti e vini speciali. Con lui se n’è andata una parte della mia storia e quella parte orgogliosa dei repubblicani che in pochi contavano per molti.


Giorgio La Malfa. Ricordo con molta nostalgia quando Giorgio, con Daniela, mi invitò a casa sua insieme a tutti gli amici fidati per costituire un gruppo omogeneo per il rilancio del partito sotto la sua segreteria. Ma devo anche ricordare un momento per me doloroso. Nel ‘92 si tiene a Cinecittà, al famoso Teatro 5 utilizzato spesso da Fellini per i suoi film, una “Convention generale”; si tiene all’insegna del “nuovo”. Giorgio La Malfa invita agenzie a gestirne l’immagine. Di nuovo ci sarà forse un progetto politico, di vecchio sicuramente c’è l’immagine del congresso che rappresenta una folla. Si accorgono tutti di quanto sia banale. Mi rifiuto di metterci le mani. Mando a dire al segretario che sarà più difficile distruggerla, l’immagine del Pri, di quanto sia stato costruirla. Mi allontano dal PRI, deluso.



Ho incontrato successivamente Giorgio e Daniela in un Congresso PRI con Nucara segretario ed è stato un gran piacere. Passano gli anni e ora, in vecchiaia, senza alcuna acredine, anzi con struggente speranza, confido che Giorgio possa impegnarsi a ridare vita a quel glorioso partito di Giuseppe Mazzini riuscendo a riaccendere l’anima di tutti quelli che, ancora oggi in tanti, conservano un cuore repubblicano. Di Giorgio condivido le idee, per lui nutro sentimenti di stima e affetto, sentimenti che non possono essere rimessi in discussione da incomprensioni e delusioni professionali.

Con il successo della collaborazione con il Pri hai iniziato una straordinaria carriera che ti ha portato a creare immagini coordinate per i più disparati soggetti e uno sconfinato portafoglio di prestigiosi committenti.



Ho disegnato corporate identity per committenti prestigiosi, ricordo il Tg2 per la Rai, e, sempre per la Rai, le tribune di Jader Jacobelli, la tribuna dell’accesso, ecc. Ho disegnato i loghi della Innocenti e della Maserati per Alejandro De Tomaso, il logo per la Treccani del settore audiovisivi, ho progettato per l’Unioncamere e tante Camere di Commercio, per vari Ministeri, Province e Comuni. Ma il migliore apporto che ho dato in tanti anni di lavoro alla società civile e alla pubblica utilità è aver disegnato per Ugo La Malfa l’immagine indistruttibile del suo Partito Repubblicano.

In una intervista hai definito il design come uno strumento che “migliora lo spirito dell’uomo, lo educa alla bellezza e lo induce ad abbracciare modelli culturali che donano rara qualità alla vita, fatta di osservazione ed introspezione”. E’ ancora valida questa tua definizione?

Questa definizione è comprovata dal rapporto tra l’intelligenza del committente e la coniugazione del design ispirata dalla passione civile.

Su cosa stai lavorando oggi?

Continuo a scrivere libri. Quelli sulla grafica, in cui riporto le mie lezioni al Corso di Laurea in Disegno Industriale presso la Facoltà di Architettura della Sapienza di Roma è adottato in tutte le Università e scuole italiane. Nei miei libri è sempre presente la straordinaria esperienza con il Pri. Oggi sto lavorando, insieme a mio figlio Gerardo che mi è accanto in ogni progetto dal 1980, a un nuovo libro che racconta la nostra storia.

Desidero, a conclusione, rivolgere un saluto alle splendide donne repubblicane. A tutte loro dedico alcuni dei manifesti che ho realizzato per l’AGCI per le donne oltre ad una frase di Giuseppe Mazzini “Stimo voi donne migliori di noi. Vi stimo più accessibili alla pietà e meno calcolatrici per natura: quando lo siete è colpa nostra, colpa dell’educazione che vi si dà e del modo in cui la società si è organizzata intorno a voi, organizzazione tutta dipendente da noi uomini.” Giuseppe Mazzini 29 Giugno 1837



E saremo certamente fra i primi in libreria quando uscirà questo libro della “Spera & Spera” per fare di nuovo un viaggio straordinario nella bellezza, nella cultura, nella nostra giovinezza e in tutto ciò che di bello evocherà del nostro comune impegno: Michele da indiscusso protagonista ed il sottoscritto da modesto comprimario. Una carissima amica – Teresa - che ha condiviso molto più del sottoscritto quei momenti, quando talvolta insieme rinvanghiamo il passato, citando circostanze, persone e fatti che hanno lasciato un segno indelebile nella vita del Paese, si lascia andare a grandi sospiri conditi da un melanconico “Quanta nostalgia!”.

La correggo, dicendo “Quanto siamo invece stati fortunati a vivere quei momenti e conoscere quegli uomini” e tra quest’ultimi un posto d’onore lo occupa, insieme ad altri, Michele Spera. A Teresa, sorridendo, non resta che convenire anche se, sono sicuro, un po' di nostalgia la prova comunque. Come darle torto!

Maurizio Troiani

Italia

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