Affaire Aukus: e l’Europa sta a guardare


Lettera da Bruxelles

L’Unione Europea non ha fatto in tempo a pubblicare, il 16 settembre scorso, la sua annunciata Strategia per l’Indo-Pacifico, che il giorno prima è stato siglato l’accordo AUKUS (Australia, UK e US). La nuova alleanza militare - non la prima in una zona calda sin dai tempi della Guerra Fredda - pare avere soprattutto uno scopo: dotare l’Australia dei sommergibili americani di tipo SSN: propulsione nucleare ma senza quelle testate nucleari incompatibili con l’adesione di Canberra al Trattato di Non Proliferazione. L’Australia è così il primo paese, dopo la Gran Bretagna, ad aver accesso a una tecnologia di sommergibili capaci di restare immersi più a lungo - e in quasi perfetto silenzio, dunque non percepibili - dei concorrenti francesi, anch’essi silenziosi, ma alimentati a gasolio e maggiormente bisognosi di riemergere per rifornirsi di ossigeno e di ricaricare le batterie.

La crescente presenza militare cinese nel Pacifico e nell’Oceano Indiano ha indotto gli americani a condividere gli SSN con un alleato fedelissimo come l’Australia - che può vantarsi di essere stata al fianco di Washington in ogni sua missione militare del dopoguerra, dalla Corea all’Afghanistan - e ha convinto gli australiani ad annullare improvvisamente il contratto con Parigi, ormai definito e dato per scontato dopo anni di proficue trattative. L’entità dell’accordo, oltre sessanta miliardi di dollari, è tale che una sua rimessa in discussione dovrebbe richiedere molto di più che un “cambiare idea perché improvvisamente un nuovo prodotto diventa disponibile sul mercato”.

È il punto sul quale Parigi ha insistito: non tanto la migliore qualità dei propri sommergibili, ma la modalità, di una disinvoltura tanto più grave perché proviene da alleati naturali. È uno degli aspetti che ha convinto l’insieme dell’Unione Europea a schierarsi senza se e senza ma con Parigi.

Perché, appena all’indomani del patatrac afghano, la crisi dell’AUKUS mette a nudo le troppe cose che non vanno bene nel campo occidentale. Cominciando dalla geografia: la Francia, e con essa l’Unione Europea, si considera a pieno titolo una potenza del Pacifico, con territori, popolazione, presenza militare - in misura ben più significativa che non il Regno Unito. Tuttavia, questa dimensione extra-europea dell’UE pare non essere apprezzata né da Washington né da Canberra, che hanno ritenuto opportuno chiudere l’accordo AUKUS a tre; così come nel “Five Eyes” – l’alleanza che sviluppò il famigerato Echelon che oltre all’URSS finì per spiare anche alcuni alleati NATO - erano inclusi anche Nuova Zelanda e Canda, ma nessun europeo, a parte Londra.

Quella parte del mondo sembra dunque riservata alla sfera di influenza anglo-sassone. Ma l’Indo-Pacifico è il futuro per tutti, come ricorda la “Strategia” europea: vi transitano due terzi delle merci dei mercati globali, vi abita oltre metà della popolazione della Terra, è il cuore dell’Intelligenza artificiale e dell’innovazione. La terza guerra mondiale non scoppierà a Berlino, e nemmeno a Mosca. È già strisciante in una regione che sta diventando troppo piccola - si pensi alle tensioni persistenti, sempre sull’orlo di esplodere in un conflitto, nel Mare cinese meridionale - per Cina e India, Giappone e Indonesia, Corea del Sud e Australia, e con situazioni sempre sull’orlo della crisi di nervi come Taiwan o Corea del Nord.

Quello che non ci si aspettava è che il Pacifico arrivasse ad essere talmente fragile da far piombare in una disputa, che da diplomatica potrà diventare commerciale, perfino paesi amici e vicini. Un paradosso colto da Biden, che, dopo aver incassato la commessa militare, si è affrettato a calmare i furori del presidente francese. I due si incontreranno a Roma a fine ottobre, ai margini del G20, mentre l’ambasciatore francese (a Parigi ultimamente si ha un po’ il grilletto facile nel richiamare gli ambasciatori, come se questo di per sé generasse chissà quali effetti) è tornato a Washington. Su Londra c’è poco da contare: dà sempre l’idea di pensare ai fatti suoi, in modo poco lungimirante, anziché approfittare del suo ruolo di sponda europea dell’asse anglo-sassone e appianare i contrasti. Quanto all’Australia, ha gestito la sua svolta sui sommergibili con un uso dei tempi e delle parole che ha fatto dichiarare, al capo dell’opposizione laburista a Canberra, che “se dobbiamo trattare i nostri amici in questo modo, che bisogno abbiamo di avere anche dei nemici?”. Un modo di fare che lascerà sul campo, nei tempi e forse addirittura nell’esito finale, l’accordo di libero scambio tra UE e Australia, i cui negoziati erano ormai prossimi alla conclusione.

In balia delle onde di questi oceani restano le ragioni dell’ovvio. Un ovvio europeo, di cui abbiamo recentemente scritto: che senso può avere, negli scenari internazionali attuali, al cospetto di sfide di cui in alcuni casi intravediamo appena le potenziali conseguenze (dagli standard industriali alla guerra del clima, dall’intelligenza artificiale all’approvvigionamento delle materie prime, eccetera eccetera), restare articolati in ventisette forze armate, e ventisette industrie militari distinte? Nessun senso. E un ovvio transatlantico: le alleanze militari non sono fini a se stesse, costituiscono invece i baluardi di un sistema di valori, lo strumento di una comunità delle democrazie che va ben oltre la NATO e l’Australia e coinvolge paesi come Giappone, Corea, India o Indonesia, per restare nella regione. Se già all’interno della NATO, come si è visto a Kabul, si parla poco, un rischio grave quanto la proliferazione nucleare è la proliferazione dei tavoli separati e delle alleanze ad excludendum. Qualcuno, forse sorridendo, ci sta osservando, e passo passo, sta ponendo quell’Oriente con il quale era identificato, al centro del mondo.


Niccolò Rinaldi

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