Biden in Europa


Lettera da Bruxelles


Da consumato direttore di scena, Joe Biden ha impostato i due atti dello stesso show bruxellese (vertice Nato & vertice UE/USA), sapendo far svolgere a tutti la parte che desideravano. Ad altri incombeva organizzazione e ospitalità, lui si è potuto concentrare sul contenuto. Tutt’altro che neofita a Bruxelles, Biden ha mostrato di sapere bene che certi paradossi europei non possono essere irreggimentati: perché a noi, vecchio Mondo, piace essere trattati da Europa al singolare, come un progetto maturo e un sogno a suo modo alternativo a quello americano; ma piace anche, altroché, essere vezzeggiati bilateralmente, ognuno col suo legame indivisibile con gli USA – ne sappiamo qualcosa noi italiani, ma tutti – dalla Francia alla Polonia, dalla Germania alla Danimarca, dall’Irlanda alla Romania, si piccano di un proprio rapporto privilegiato per forza industriale, emigrazione, cooperazione nello spionaggio, seggio alle Nazioni Unite o quant’altro.

Perfino Erdogan è stato tenuto a bada, vedremo poi quanto sia davvero tornato nei ranghi però anche a lui Biden ha fatto giocare le sue carte: blandito per la confermata importanza del controllo degli Stretti, nelle varie dispute con l’UE potrà farsi forza di aver rinnovato l’iscrizione al club che conta.

Per capire il valore del vertice nei suoi due atti – faccio fatica a spezzettare la due giorni in due vertici, perché, ripeto, lo show aveva lo stesso mattatore, una logistica simile e ha puntato a precisare un unico “canone dell’Occidente” – occorre ricordare la premessa: l’insistenza dei tedeschi di mettere in agenda a tre giorni dalla fine del 2020 e del loro turno di presidenza dell’UE, il Comprehensive Agreement on Investment (CAI) con la Cina, i cui negoziati si trascinavano da anni. Washington non la prese bene. Quell’affrettarsi a chiudere un accordo strategico per una mutua compenetrazione commerciale tra Europa e Cina fu il segnale che degli europei non ci si poteva fidare troppo: auspicavano la discontinuità con Trump ma salutavano in questo modo, senza uno straccio di consultazione, la nuova amministrazione ancora non in funzione ma che volevano più vicina.

Il problema è stato poi risolto, magno cum gaudio, dalle sanzioni cinesi, che hanno seppellito la ratifica del CAI per scelta europea – che è esattamente quello che Biden voleva.

Non bastava: per far capire ai comunisti di Pechino che l’alleanza Atlantica, pur con qualche crepa, viene da lontano e ha le radici di chi fa comunque parte della stessa famiglia, il presidente americano ha chiuso la partita dei contenziosi commerciali con l’Europa. È parsa una bacchetta magica, perché la rapidità con la quale è stato trovato l’accordo ha fatto scordare a tutti per quali malefiche ragioni la diatriba sugli aerei, sull’agroalimentare, perfino sul più complesso settore dell'acciaio, fosse cominciata, o perché non la si fosse chiusa da tempo.

Biden ha avuto poi non un terzo atto, ma un epilogo: il vertice con la Russia. È uscito più forte anche dal confronto con Putin, e così pure lo stesso presidente russo: entrambi, forse con le idee poco chiare su come proseguire, hanno lasciato aperte le porte a diverse opzioni (quella possibilità che non è stata offerta alla Cina). Una certa esitazione, o meglio il prender tempo con Mosca, ha confortato la stessa Europa, che si trova da tempo in simili prudenze interne con Mosca e che esce dal vertice vedendo comunque premiata la sua perseveranza.

L’Alto Rappresentante per la politica estera lo ha detto con formula efficace: saremo anche noiosi, perché ripetitivi e lenti, ma noi europei a differenza di altri non facciamo giravolte, insistiamo sulle nostre posizioni e, sapendo aspettare, alla fine qualcosa raccogliamo. Orfana dell’America a causa di Trump, l’Europa è andata avanti con la sua agenda sul clima, il multilateralismo, il non riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, la protezione dei dati individuali, e via dicendo. Non solo: a questo vertice l’UE è arrivata forte delle scelte coraggiose per fondi europei post-pandemia e per campagne di vaccinazioni. Per non parlare del Brexit, con un Boris Johnson a gufare inutilmente perché il partenariato Washington-Bruxelles si indebolisse.

Anche di questo “ritmo” europeo Biden sa, e lo ha riconosciuto, consapevole che presentandosi a Bruxelles sottolineava quanto sia stata l’America a dover cambiare, non l’Europa, e che tra i suoi Stati Uniti e l’Europa di tutti e di nessuno, di questioni spinose ce ne saranno sempre: la tassa sulle multinazionali e sui giganti della rete, oppure il Carbon Border Adjustment Mechanism.

Al vertice NATO si è parlato sorprendentemente troppo poco di Afghanistan, con qualche paragrafo senza sapore: dopo anni di partecipazione alla presenza americana, gli europei sono stati messi di fronte al fatto compiuto di un negoziato di pace con i talebani che ha tutto l’aspetto della resa, e di un ritiro frettoloso. Impareremo a concertarci meglio fra di noi e, la prossima volta, a pretendere una maggiore condivisione delle scelte strategiche da parte dell’alleato americano. Sornione, il presidente Biden acconsentirà, sapendo che la vera vittoria, con gli alleati, sta nel pareggio.


Niccolò Rinaldi












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