BLU NERO



L’Europa non può continuare a girare la faccia di fronte al problema dei migranti.


Un breve racconto di Danila Bonito


Lo sguardo di Abel fissava l’acqua del mare. Era uno sguardo vuoto. Non varcava l’orizzonte, era fermo ad inseguire il movimento leggero della superficie, le increspature dell’acqua scura come la notte. Il mare era calmo. Non c’erano luci e non c’erano stelle. Il cielo quella sera sembrava un tutt’uno con quell’acqua nera. O forse era lui che aveva cancellato le stelle. Abel cercava l’orizzonte ma al posto di quella linea di confine apparivano fantasmi incappucciati e scomposti. Non si sarebbe più bagnato in quel mare. L’aveva giurato guardando quell’acqua che quella stessa mattina, schiarita dal sole, gli era apparsa turchese. Dal mare non cercava risposte, neanche dagli uomini che gli abissi avevano inghiottito. Loro tacevano ora e chissà se avevano raggiunto il fondo del mare. Chissà cosa hanno pensato i pesci, si chiedeva Abel, quando hanno visto quelle cose scure dibattersi agitate mentre precipitavano giù, chissà se in quel momento i pesci avevano fame. Suo fratello aveva quattro anni più di lui che ne aveva diciotto, aveva gli occhi del colore della notte e i capelli ricci. Suo fratello si chiamava Arum, tutti nella sua famiglia avevano nomi che cominciavano con la lettera A, chissà perché si chiedeva ora Abel. Non riusciva a vedere gli occhi di Arum, forse li avranno mangiati i pesci, pensava. Non sentiva freddo eppure si era alzato il vento, la costa era silenziosa e deserta. Non era potuto salire a bordo con lui, mi raggiungerai, gli aveva detto Arum, io vado avanti. Forse l’avrebbe raggiunto, glielo aveva detto con un filo di voce ma quando? Ora sarebbe dovuto tornare indietro, ripercorrere tutta quella strada che l’aveva portato lì tre giorni prima, ma era come paralizzato ed era stanco e solo. Aveva sognato una nuova terra e nulla l’avrebbe potuto fermare, né la paura dell’ignoto, né il mare. L’avevano fermato il denaro che non bastava per due e Arum che non avrebbe voluto lasciarlo solo ma che l’aveva spinto fuori dal barcone. Non aveva avuto il tempo di abbracciarlo, non sono cose che si fanno tra uomini, non sono cose che si fanno davanti alle donne, ai bambini. Chissà cosa avranno pensato i bambini che avevano paura dell’acqua del mare. Quando si tenta di sopravvivere, non si pensa, si consolava Abel. Arum non sapeva nuotare, eppure il mare non lo aveva mai spaventato. Da piccoli, ricordava Abel, Arum gli parlava sempre del mare, gli raccontava storie di navi e di pirati. Chissà se le aveva inventate, pensava Abel, mentre gli occhi gli si chiudevano per il sonno. Non voleva smettere di guardare quel mare blu nero gonfio di vita e di morte, eppure le forze lo stavano abbandonando. Sognò quella notte Abel. C’era Arum che lo prendeva per mano e gli raccontava del suo viaggio. Era stato lungo e terribile e aveva temuto di non sopravvivere rinchiuso in quella stiva buia e bollente di anime silenziose. Quando aveva capito che il barcone stava rallentando il suo cuore aveva ripreso a battere, lo aveva sentito premere contro la cassa toracica quasi volesse uscirgli dal petto. Tutte le persone che erano con lui avevano cominciato a muoversi, tutte insieme, e il silenzio, rotto solo dal rumore del motore, si era popolato di un brusio crescente. Forse era il suono di tutti i cuori che erano rinchiusi laggiù e che come il suo ora battevano più veloci. Eravamo a un passo dalla costa, gli diceva, non so come sarà questa terra, Abel, ma sono felice di essere arrivato, sarà difficile all’inizio, senza documenti, senza identità, ma non potrà essere peggio del niente che ho lasciato, in quel niente ho abbandonato anche te ma sto solo preparandoti la strada. Credimi non ho paura e poi ho imparato qualche parola di italiano, so dire “Buongiorno” so dire “Grazie”.

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