Concorso Sud, il primo intoppo nelle selezioni

In un recente articolo ho sottolineato l’importanza della carica innovativa delle selezioni per titoli ed esami per le 24.000 posizioni amministrative e, in gran misura, tecniche per l’attuazione degli investimenti previsti nel Piano di ripresa e resilienza (Pnrr). Non si tratta di una novità assoluta: selezioni di questa natura sono state fatte nel 1999-2000 quando Massimo D’Alema era a capo del governo e si intendeva creare presso la Presidenza del Consiglio un Dipartimento Affari Economici di qualità e, più o meno negli stessi anni, per dare vita al servizio studi della Ragioneria Generale dello Stato. Gli esiti sono stati soddisfacenti: alcuni dei dirigenti “di seconda fascia” allora selezionati rivestono oggi ruoli apicali.

Si è, tuttavia, verificato un intoppo già nella prima delle selezioni per il Concorso Sud. Riguardava 2.800 posizioni per le amministrazioni nel Mezzogiorno: esperti in rendicontazione, controllo, progettazione. Posizioni medio-alte e con un forte contenuto tecnico. Con contratti legati alla durata dell’attuazione del Pnrr e con una “premialità” (in termini di punteggio) per eventuali concorsi per entrare “in ruolo”, ossia a tempo indeterminato. Dio sa quanto c’è bisogno di queste professionalità: lo documentano i ritardi e la non completa utilizzazione dei fondi strutturali europei soprattutto nelle aree del Mezzogiorno e delle isole.

Sono state presentate ben 70.000 domande. Difficile dire se tutte avessero i requisiti necessari. Alla presentazione delle domande ha fatto seguito una campagna mediatica, soprattutto sui “social”, contro la prima selezione per titoli ed a favore del sistema della preselezione per quiz seguita da esami scritti ed orali con l’hastag “uguaglianzadipartenza”. Chi ha dimestichezza di concorsi nella pubblica amministrazione, ben sa che una volta superati i quiz, questa tipologia di “concorsone” è la più lunga, la più costosa e la più permeabile a “spifferi” a favore di questo o quel candidato.

In breve, sulla base dei titoli, sono stati scelti 8.852 candidati: il bando prevede che ha accesso all’esame scritto un numero pari a tre volte quello dei posti a disposizione. Degli 8.852, solo il 65% si è presentato agli scritti: in alcune sedi regionali appena due candidati per ogni posto.

La selezione verrà riaperta, a partire da domani, a tutti i 70.000 che hanno fatto inizialmente domanda. Non credo sia la soluzione appropriata, è un segnale poco incoraggiante in materie di riforme e di ammodernamento della pubblica amministrazione: non solo in tutta l’Unione europea ma in tutti i Paesi OCSE i concorsi sono per titoli ed esami e comportano procedure snelle e veloci.

Occorre riflettere sulle determinanti dell’intoppo. I sindacati della pubblica amministrazione sostengono che un “contratto a termine” è poco attraente, ma ciò non spiega le 70.000 domande, nella speranza forse che le assunzioni, pur collegate al Pnrr, sarebbero, poi, state commutante in impieghi a tempo indeterminato. A riguardo è bene ricordare che circa venticinque anni fa, due studi (uno della Banca d’Italia ed uno della Cgil) hanno esaminato la “disoccupazione di attesa” nel Mezzogiorno e nelle Isole: invece di trasferirsi dove la domanda di lavoro c’è, si opta per “l’attesa” di un posto “fisso e sotto-casa” con poco carico di lavoro e la possibilità di continuare attività “al nero”. Questa determinante si è certamente aggravata a ragione del “reddito di cittadinanza” conferito sulla base di autodichiarazioni, con controlli fatti a distanza di diversi mesi ove non di anni.

Occorre tener duro sulla via della riforma dei concorsi per l’accesso a tempo indeterminato o determinato nella pubblica amministrazione, ma occorre fiancheggiarla con un riassetto degli “ammortizzatori sociali”, soprattutto di quel “reddito di cittadinza” che si prospetta, in particolare nel Sud e nelle Isole, come un ostacolo ad un’Italia più moderna e più giusta. Il Ministro del Lavoro ha detto che la presenterà presto. È urgente e deve essere ben fatta.


Bagehot

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