Dobbiamo preoccuparci dell’arrivo dell’inflazione?

Siamo o non siamo alle prese con una nuova ondata d’inflazione di cui parlano alcuni media e che si avverte negli aumenti di prezzi particolarmente di alcuni comparti? In materia, c’è una certa confusione ed è, quindi, utile tentare di fare chiarezza.


Il Premio Nobel Paul Krugman, in editoriale pubblicato su vari quotidiani dei maggiori Paesi Ocse, invita a non preoccuparsi dei dati sull’aumento dei prezzi in quanto derivanti da fenomeni temporanei, gonfiati dai titoli dei giornali. La tesi di Krugman deve essere sviscerata con attenzione specialmente da un Paese come l’Italia la cui pubblica amministrazione è fortemente indebitata (circa 150% del Pil) e deve fare ricorso al mercato internazionale per finanziare o rifinanziare il proprio indebitamento. Un Paese, quindi, che potrebbe avere conseguenze negative da una virata delle politiche monetarie e di bilancio in senso restrittivo per contrastare un’eventuale nuova ondata d’inflazione.


In primo luogo, l’aumento dei prezzi si percepisce nelle tasche e nei portafogli soprattutto degli americani: l’indice dei prezzi al consumo viaggia al tasso del 6,2% negli Stati Uniti, mentre il saggio è considerevolmente più basso (4,1% all’ultima conta) nell’area dell’euro. Negli Usa, se depurato dai prezzi dell’energia e dei generi alimentari (due componenti caratterizzate da forti fluttuazioni) cresce al tasso del 4% l’anno, il tasso più sostenuto degli ultimi trent’anni. Nell’area dell’euro, invece, è gradualmente cresciuto dalla scorsa estate toccando il 2% l’anno in ottobre; un aumento dei prezzi del 2% l’anno è da sempre l’obiettivo della Banca centrale europea (Bce).


La crescita dei prezzi negli Stati Uniti ha alcune determinanti interne, quali la rapidissima espansione della spesa pubblica (e del disavanzo del bilancio federale) messi in atto per contrastare la recessione causate dal virus ed il rapido aumento della domanda di beni e servizi a cui non ha fatto fronte un corrispondente incremento dell’offerta. La Federal Reserve sta già riducendo gli acquisti mensili di titoli di Stato. Se a questa misura si aggiungerà un ritocco dei tassi, ciò potrebbe riflettersi sui mercati finanziari internazionali ed incidere anche sulle decisioni della Bce che ha, peraltro, già annunciato che chiuderà il programma straordinario di acquisto di titoli di Stato il prossimo mese di marzo.


In secondo luogo, come ha rilevato lo stesso Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, l’aumento dei prezzi non è generalizzato ed ha tutte le caratteristiche di essere di breve durata: il “ribalzo” della domanda dopo il brusco e forte crollo di produzione e di consumi dal marzo 2020 all’estate 2021, strozzature dal lato dell’offerta sia perché, durante i mesi più duri della pandemia numerosi impianti sono stati chiusi (e ci vuole tempo per riattivarli) soprattutto in Paesi dove si concentra la produzione di componenti essenziali (quali i microchip), difficoltà logistiche (ad esempio, il maggior porto degli Usa – quello di Los Angeles- è intasato) incremento quindi dei noli. Queste strozzature riguardano in particolare le materie prime, soprattutto quelle del comparto dell’energia (la cui domanda è in rapido aumento ma la cui produzione, per ragioni tecniche, non è elastica all’incremento della richiesta).


In terzo luogo, la tesi che siano i titoli dei giornali ad attizzare o ad incrementare l’inflazione non solo è errata concettualmente ma smentita proprio in Italia da un libro pubblicato nel 2005 dalla Scuola Nazionale d’Amministrazione (“I media, l’economia e la pubblica amministrazione”) in cui si esaminava se l’informazione giornalistica avesse avuto un ruolo negli aumenti dei prezzi “percepiti” nella transizione dalla lira all’euro. Lo studio, effettuato con tre modelli econometrici ed una mappatura completa della stampa in quel periodo, concluse che quando i media sostengono (a ragione o a torto) che i prezzi di determinati beni o servizi stanno aumentando, la percezione di essere in una spirale inflazionistica cresce ed in alcuni casi ci sono incrementi effettivi dei prezzi. Ma si tratta di fenomeni temporanei. La stampa, poi, non è coro unanime nel sostenere che si è alle prese con una nuova ondata d’inflazione: ad esempio, il supplemento Economia del Corriere della Sera del 29 novembre ha illustrato molto chiaramente come gli aumenti siano un “un effetto collaterale del virus” di breve durata.


In quarto luogo, ci sono comparti che, con il pretesto del presunto “clima inflazionistico”, ritoccano all’insù i prezzi. Per i comparti “di mercato” è un’operazione di brevissimo periodo, perché, dopo un po’, vengono scavalcati dalla concorrenza. É, invece, una furberia di numerosi servizi pubblici locali. Basta leggere le bollette, ad esempio quelle elettriche (quale che sia il gestore di riferimento). Pochi lo fanno anche perché le hanno “domiciliate in banca” ed oltre alla sintesi nella prima pagina hanno diverse pagine di dettagli che nessuno, neanche la proverbiale “massaia di Vigevano”, legge. In breve, le materia prime incidono sul 25%-30% sui costi totali della produzione di energia elettrica in Italia; quindi l’andamento dei “corsi” dovrebbe causare un aumento non più dell’8% della bolletta. Ma i gestori sovente aumentano anche le voci spesso denominate “spese organizzative (distribuzione, gestione del contatore, oneri di sistema)” di pari passo con i “corsi” delle materie prime, ritoccano all’insù, quindi, le accise e l’Iva applicata (non si capisce perché) pure alle accise. Non aumenta il canone Rai anche se è difficile capire perché lo si paghi (la Rai ha pubblicità come le altre emittenze televisive) e perché lo si paghi in bolletta elettrica. A riguardo, sarebbe auspicabile che nell’iter parlamentare del disegno di legge sulla concorrenza, il Governo promuovesse un emendamento atto a stimolarla nel comparto dei servizi pubblici locali.


In quinto luogo, infine, le prospettive, soprattutto in Europa, sono di un rallentamento della crescita nel 2022 e nel 2023, dopo il “rimbalzo” del 2021. Per l’Italia, in particolare, - secondo le previsioni della Commissione europea pubblicate l’11 novembre - dopo un aumento del 6% quest’anno, la crescita sarebbe del 4,3% nel 2022 e del 2,3% nel 2023. In queste ultime tre settimane, il quadro si è fatto ancora meno ottimista, a ragione dell’aumento dei contagi da corona virus in diversi Paesi soprattutto dell’Europa centrale ed orientale, delle misure restrittive che si sono dovute adottare e che possono essere acuite dalla “variante omicron”.


In questo quadro, politiche monetarie o di bilancio restrittive aggraverebbero un quadro già complicato.


Bagehot

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