Il green pass e la Sanità europea che non c'è

Lettera da Bruxelles


Nella nostra Lettera del 28 aprile scorso si scrisse del certificato verde e si passò in rassegna i settori che durante la pandemia l’Europa ha affrontato con azioni comuni e quelli dove invece è andata in ordine sparso. L’adozione del Certificato Verde appartiene alla prima categoria in quanto strumento comune e da tutti riconosciuto, ma alla seconda in quanto a modo d’uso. All’indomani di una generalizzata applicazione in Italia, occorre rilevare che il famigerato e divisivo “green pass” viene maneggiato in modo molto diverso da ciascun paese. Indispensabile per lavorare e studiare in Italia, richiesto solo per viaggiare all’estero e per affollati eventi in altri paesi, e ogni genere di via di mezzo in altri. Basta un colpo d’occhio a una tabella comparativa sulle attività per le quali è richiesto in Italia e altrove, per capire che il certificato verde è molto poco “comune” e ha un significato assai diverso nei ventisette paesi dell’Ue.

Il risultato è che quella “Europa della Sanità”, invocata da oltre un anno, non c’è. Ed è difficile plasmarla tanto più distanti sono le scelte di fondo praticate dai paesi europei rispetto all’attuale fase della pandemia.

Vi sono altre due conseguenze dettate da questo “ognuno per sé”. La prima è la frammentazione dell’opinione pubblica europea, compartimentalizzata paese per paese, ciascuna alle prese con le proprie decisioni nazionali e dunque privata di uno spazio comune e di ruolo propulsivo per una modifica dei trattati. La seconda è il leit motiv del “chi fa la cosa giusta?”, tra le posizioni quasi opposte di una Danimarca che annuncia la fine di ogni restrizione e quelle dell’Italia che rende sistematico il certificato verde. A inizio ottobre, ed è solo un esempio, tre paesi nordici hanno deciso di non somministrare il vaccino Moderna a chi abbia meno di trenta anni, in seguito a studi delle loro autorità sanitarie che indicano rischi di miocarditi. Altrove, questo vaccino è invece per tutti. Un altrove che è in Europa.

Non solo: il regolamento del Consiglio che crea in certificato verde, esclude l'obbligo vaccinale stabilendo il principio di non discriminazione di coloro che non possono o non vogliono vaccinarsi, prescrizione omessa nella prima versione della traduzione italiana e rettificata solo il 5 luglio 2021. Poiché i regolamenti sono direttamente applicabili, al Parlamento Europeo sono arrivate le prime interrogazioni che chiedono alla Commissione di sanzionare la presunta violazione italiana. È probabile una risposta “politica” più che in punta di diritto, che tuttavia rischia di creare un precedente e un’affermazione non privi di conseguenze anche verso altri Stati e situazioni analoghe.

Così, anziché attraverso una pratica comune tra i ventisette paesi che compongono un medesimo spazio di circolazione e di regole, in tale frammentazione la parola dell’Europa rischia di tornare protagonista attraverso teoriche sanzioni ex-post, ovvero attraverso la porta sbagliata.


Niccolò Rinaldi


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