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Il mio ricordo di Dodi Negri

Aggiornato il: 7 giorni fa

Venti anni fa, il 18 ottobre 2000, moriva improvvisamente, all’età di 74 anni, Guglielmo Negri, Dodi per tutti gli amici repubblicani. Era allora presidente del PRI in cui aveva militato ininterrottamente dall’immediato dopoguerra dopo una prima breve esperienza nel Partito d’Azione. Dodi Negri era stato un apprezzatissimo alto funzionario della Camera dei Deputati, in cui era entrato nel 1956 dopo una laurea in giurisprudenza e un anno ad Harvard come uno dei primi borsisti italiani Fulbright.

Dopo essere andato in pensione come funzionario della Camera, nominato Consigliere di Stato, nel 1994 era stato scelto da Lamberto Dini, chiamato alla guida dell’esecutivo dopo la crisi del primo governo Berlusconi, per il delicatissimo ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che aveva ricoperto con unanime apprezzamento fino alle elezioni del 1996 che videro il successo della coalizione dell’Ulivo guidata da Romano Prodi.

Dodi era nato nel 1926 in una famiglia della borghesia professionale romana. Il padre era stato uno stimatissimo medico condotto a Frascati, dove Negri era cresciuto, per poi trasferirsi a Roma. Aveva studiato al liceo Tasso, avendo come compagni di scuola molti giovani che poi furono protagonisti della vita pubblica nel dopoguerra.

Dodi Negri aveva qualità umane straordinarie. Generosissimo con i giovani, era prodigo di consigli e di aiuto. Aveva un sicuro giudizio politico che poggiava su una vastissima esperienza istituzionale, su una grande conoscenza della politica estera e su una non frequente per i giuristi conoscenza dei temi della politica economica. Su consiglio di Ugo La Malfa, la sua tesi di laurea aveva riguardato l'European Recovery Program (ERP), il piano Marshall. E nella tesi Negri aveva potuto osservare l’importanza che aveva avuto, nell’efficacia del piano sull’economia italiana, l’istituzione di un sottosegretario con la responsabilità specifica della attuazione dell'ERP.

Avendo attraversato l’intero dopoguerra e avendone conosciuto tutti i protagonisti, aveva maturato una grande esperienza e sviluppato un sicuro istinto politico. Fermo nella sua adesione agli ideali repubblicani aveva rispetto per le posizioni delle varie forze politiche ed insieme capacità di comprenderne le ragioni. Questo era probabilmente anche il frutto dell’esperienza maturata negli anni trascorsi come funzionario parlamentare. Nella vita interna di partito era uno di quegli uomini che tendeva a unire e mai a dividere. La sua perdita nel 2000, nel momento in cui il PRI si accingeva a una fase difficilissima di collaborazione con il centrodestra che aveva diviso profondamente le file repubblicane ma che Dodi Negri aveva compreso e condiviso, privò il partito di un interlocutore che avrebbe potuto mantenere aperti dei canali di comunicazioni con molti amici, specialmente nel mondo degli intellettuali, che invece in quel momento si allontanarono, e nello stesso tempo avrebbe reso meno netta e radicale la scelta dell’alleanza con il centro destra che egli considerava, come del resto il segretario di allora, una scelta tanto obbligata quanto provvisoria, in attesa che le vicende politiche ci consentissero di riprendere la nostra tradizionale posizione di centro sinistra. Del resto, era quello che il PRI aveva fatto negli anni fra il 1950 e il 1969, dopo l’esaurimento dell’esperienza centrista, come Negri ricordava nei suoi appassionati interventi nei congressi e nei consigli nazionali del partito. Avendo visto da vicino la crisi del Partito d’Azione e i tanti allontanamenti dal PRI, il suo appello all’unità dei repubblicani era un monito costante.

Quando le condizioni del Covid lo permetteranno, la Fondazione Ugo La Malfa cercherà di ricordarlo degnamente. Nel frattempo, insieme con questo mio personale ricordo, Il Commento Politico pubblica una delle pagine più significative del suo bellissimo volume autobiografico Testimone di mezzo secolo, pubblicato nel 1986 dalla casa editrice Il Mulino. Si tratta di una pagina tratta dal capitolo sull’Italia della ricostruzione nella quale Negri descrive in maniera chiara il suo atteggiamento verso le altre forze e culture politiche, un segno della qualità intellettuale ed etica di quell’Italia di minoranza di cui spesso parlava Giovanni Spadolini e di cui Dodi Negri fu un interprete fra i più nobili e disinteressati.


Giorgio La Malfa

Non ho mai avuto, umanamente e politicamente, quelli che chiamiamo complessi di inferiorità cioè sentimenti di invidia, sofferenza, servilismo, odio-attrazione verso i comunisti, i socialisti e i democristiani del mio Paese, convinto, come sono stato da sempre, che l’Italia di minoranza secondo la bella definizione di Giovanni Spadolini, sia stata il lievito della crescita civile dell’Italia e che l’Italia laica abbia quasi sempre coinciso con l’Italia della ragione. Culturalmente sono figlio dell’umanesimo e dell’illuminismo, politicamente sono stato formato dalla tradizione di pensiero e d’azione del repubblicanesimo risorgimentale che come un grande albero ha espanso sino ad oggi i suoi rami in tutte le direzioni: le esperienze politiche e culturali del primo e secondo Partito d’azione, del Partito repubblicano, del primo e secondo Partito radicale, dell’Unione democratica nazionale di Giovanni Amendola, del gruppo del Mondo di Pannunzio, del filone del socialismo pisacaniano, del Movimento di ‘Comunità’ dei movimenti di volontariato civile di Aldo Capitini e di Zanotti Bianco, per ricordare alcune di queste ramificazioni.

Ma non ho sofferto neanche di complessi di superiorità: ho sempre cercato come studioso e nell’azione politica quando ne ho avuto la responsabilità, di approfondire la conoscenza e le ragioni degli ‘altri’, senza considerarmi né più libero né più democratico di loro, difendendo con fermezza e civiltà le mie idee in una prospettiva che concepisce la storia come storia della liberazione dell’uomo. Il confronto con i comunisti è stato talvolta durissimo: per esempio nel Consiglio Interfacoltà di Roma…o nella piazza quando durante ‘la guerra fredda’ tentarono di bloccare l’adesione al piano Marshall, al Patto Atlantico e ad altre scelte politiche del libero Parlamento. Anche con i democristiani i rapporti hanno segnato fasi tempestose… Con i socialisti ho sempre intrattenuto rapporti di simpatia e di collaborazione, fin dai tempi del PSIUP… Non fui tra quelli che considerarono il Movimento dell’Uomo qualunque un fenomeno da baraccone ovvero il rigurgito di un’Italia sanfedista e ignorante.”

Guglielmo Negri, Testimone di mezzo secolo, Il Mulino, Bologna 1986, pp. 75-77.

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