In ricordo di Giulio Picciotti

È morto qualche giorno fa a Roma, all’età di 92 anni, Giulio Picciotti. Il suo nome è poco conosciuto anche negli ambienti repubblicani, ma Giulio, oltre a essere stato un giornalista di valore, ebbe un ruolo importante nel PRI fra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta. Egli fu infatti il capo dell’Ufficio stampa del partito dal 1965 al 1979, cioè dalla elezione di Ugo La Malfa alla segreteria e successivamente alla Presidenza del partito fino alla sua scomparsa. Picciotti fu il portavoce di quella stagione irripetibile nella vita del PRI nel secondo dopoguerra che vide la rapida quanto profonda trasformazione del partito con l’innesto della cultura politica propria dell’eredità del partito d’Azione sul tronco dell’antico repubblicanesimo e che portò il PRI a rappresentare per molti anni i ceti più dinamici e più vitali della società italiana, nell’economia, nelle professioni, nelle Università e nella cultura.

Negli anni successivi alla scomparsa di Ugo La Malfa, Giulio Picciotti tornò alla sua professione e non ebbe più incarichi di partito, ma restò sempre un osservatore attento della vita politica e dell’attività del PRI. A partire da un certo momento lasciò Roma per lunghi periodi che trascorreva nell’isola di San Pietro nel sud della Sardegna, cui dedicò anche un bel libro.

Quando era a Roma, ci vedevamo periodicamente nella sede della Fondazione Ugo La Malfa. Aveva un’acuta capacità di giudizio sugli uomini politici e uno sguardo lungo sulle cose del Paese. Fu in completo disaccordo con la scelta del 2000 di un’alleanza con Berlusconi, ma non si allontanò dal partito limitandosi ad aspettare che la posizione cambiasse. Capiva che la scelta del congresso di Bari non rappresentava una svolta di fondo del PRI ma solo una scelta momentanea, tuttavia non l’approvava perché temeva che il partito venisse tentato da una collocazione a destra che in fondo, per molti quadri di un partito di confine come era sempre stato il PRI, poteva anche essere una tentazione. In realtà, riflettendo retrospettivamente su quegli anni, in questa sua preoccupazione non aveva torto. Quando le circostanze politiche rivelarono che era venuto il momento di porre termine all’esperienza della collaborazione con il centrodestra, la dirigenza del partito dell’epoca manifestò di considerare quella collocazione una collocazione stabile. E questa deriva si manifesta tuttora.

Dopo quella fase, in anni recenti ci siamo trovati quasi sempre d’accordo. Aveva seguito con molta attenzione la dialettica interna del PD quando era emerso Renzi. Ne aveva valutato le qualità politiche, ma ne dava un giudizio decisamente negativo. Ebbe sul referendum lo stesso atteggiamento intransigentemente negativo che prendemmo noi nella Fondazione La Malfa. Seguiva la nostra attività pubblicistica con affetto e in fondo non aveva mai cessato di sperare che il PRI potesse riemergere nella vita politica italiana.

Giulio era un uomo curioso e colto, generoso e disinteressato. Mancherà a lungo a tutti coloro che lo avevano conosciuto e ne avevano apprezzato le qualità politiche e umane.


glm

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