• Il contributo

L'Europa di fronte al giudizio della Storia

I 750 miliardi del Recovery Fund arriveranno in ritardo, non è più solo un allarme ma una certezza. Il processo di ratifica è rallentato da un duplice braccio di ferro: tra Consiglio e Parlamento europeo, per la richiesta degli eurodeputati di aggiungere 39 miliardi nel bilancio pluriennale a favore di Erasmus e Ricerca; e tra Paesi del Nord da una parte e Polonia e Ungheria dall’altra, per la clausola del rispetto dello Stato di diritto come condizione per ricevere i fondi europei. Così per ora è stallo, perché, sebbene si preveda a breve un accordo sulla questione dei diritti umani, il ritardo già accumulato farà slittare di mesi la ratifica del pacchetto da parte dei parlamenti nazionali. I primi finanziamenti non arriveranno prima dell’estate.

Intanto la pandemia incalza, con l’implacabile bollettino quotidiano dei contagi in aumento esponenziale e il conteggio delle perdite nei bilanci delle imprese e del terziario. Perciò non è più solo un ventilato timore che i 750 miliardi non saranno sufficienti a sanare l’emorragia che torna a colpire l’economia europea. Dopo il crollo del Pil dell’eurozona dell’11,8% fra luglio e settembre e l’inevitabile inasprimento delle misure restrittive appena varate, la previsione dell’Eurozone economic outlook, che vedeva i consumi in aumento del 9,2% nel terzo trimestre sarà con ogni probabilità riformulata a ribasso. Servono, quindi, nuove risorse e vanno subito aperti altri canali di finanziamento. Alcune ipotesi sono note, a cominciare dalla proposta di rendere permanente il Recovery Fund lanciata dalla presidente della Bce Christine Lagarde. Scrive Alberto D’Argenio nella sua newsletter di approfondimento per Repubblica che l’idea sarà presa in considerazione “dalla Commissione europea nella proposta di riforma del Patto di stabilità attesa nel 2021”. La stessa proposta “punterà anche ad ammorbidire i parametri di Maastricht (3% di deficit, 60% di debito) e ad accompagnarli con indicatori verdi, ovvero con lo scorporo delle spese green dal conteggio degli obiettivi di finanza pubblica”. Si fa largo negli ambienti della finanza europea anche l’idea di rimpinguare le risorse destinate agli ammortizzatori sociali nazionali ampliando il fondo Sure, che ha ottenuto un successo straordinario e forse inaspettato già nel giorno del suo esordio, lunedì scorso. Come rendiconta D’Argenio, le prime emissioni di bond Ue hanno raccolto “offerte 14 volte superiori ai 17 miliardi messi all’asta”. Meno nota l’ipotesi di rilanciare il Mes allargandolo ad altri settori oltre quello sanitario, quindi anche ai “programmi classici del Mes, ovvero ai salvataggi sovrani”, eliminando le condizionalità per gli Stati che decidano di accedervi. Si tratta per il momento, rivela D’Argenio, solo di un sussurro, niente di ufficiale cioè. Tuttavia c’è da aspettarsi che tutte insieme queste idee confluiranno in una ripresa del confronto e dello scontro fra gli Stati membri, con una probabile riedizione dello schieramento contrapposto tra Nord e Sud che, da ultimo al Consiglio europeo di luglio, ha reso tanto difficile l’accordo sul Next generation Eu.

Ma la necessità di fronteggiare la seconda ondata della pandemia mondiale, l’urgenza di accordi tempestivi per limitare al massimo i danni di altre, purtroppo possibili, emergenze virali, riporta in primo piano l’urgenza di un salto in avanti nel processo di integrazione europea ancora incompiuto. Rilanciare e potenziare gli strumenti fiscali fin qui adottati e procedere in sintonia verso scelte che garantiscano una sicurezza sanitaria comune sono ormai priorità assolute, non realizzabili se non con un indispensabile avanzamento verso un’Europa comunitaria e non più intergovernativa. Negli ultimi decenni il ruolo del Consiglio europeo è cresciuto a dismisura, il voto all’unanimità che ancora vincola molte materie di carattere comunitario agli interessi dei governi nazionali è solo uno degli ostacoli che impediscono una governance finalmente sovranazionale dell’Unione europea. Non c’è più tempo da perdere. L’indecisione, le rivalità, l’ostilità degli Stati dove risorgono tendenze isolazionistiche, o peggio nazionalistiche, devono essere spazzate via dalla determinazione dei governi di fede europeistica che oggi sappiano riconoscere nella crisi sanitaria, economica e sociale in atto il memento consegnato dalla Storia alla coscienza dei popoli.


Silvia Di Bartolomei

Italia

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