L'unione economica dopo la pandemia

Due documenti della Commissione europea profilano quali saranno le caratteristiche dell’unione economica e monetaria europea: il primo è una “comunicazione della Commissione al Consiglio” COM2021 -3-3-2021 su “un anno dall’inizio della pandemia Covid-19: la risposta di politica di bilancio”; il secondo è una comunicazione, sempre della Commissione al Consiglio, in materia di “criteri per l’analisi della compatibilità con il mercato interno degli aiuti di Stato destinati a promuovere la realizzazione di importanti progetti di comune interesse europeo”. Nonostante siano a due stadi differenti di elaborazione – il primo è un documento compiuto, il secondo una bozza che gli uffici della Commissione stanno esaminando con le Rappresentanze permanenti dei 27 - è utile leggerli insieme perché delineano quella che sarà l’unione economica e monetaria europea quando si sarà usciti della pandemia e si potrà tornare ad una nuova normalità.

I due documenti hanno anche rilevanza immediata in materia di decisioni che i Governi nazionali devono assumere in materia di temi pressanti, quali la definizione dei “ristori” od altre misure per alleviare il costo della pandemia su alcune categorie ed in campo di politica industriale, come, nel caso specifico dell’Italia, le problematiche sul futuro dell’ex-Ilva e del nuovo salvataggio/nazionalizzazione di Alitalia.

Il primo dei due documenti è verosimilmente il prodotto del “gruppo di riflessione” insediato circa sei mesi fa dal Commissario Gentiloni per delineare quale saranno le regole dell’unione monetaria dopo la pandemia; in particolare se e come modificare il Patto di Crescita e di Stabilità ed i “parametri” indicati nel Trattato di Maastricht. Il secondo è parte dei lavori in materia di concorrenza per dare nuova vita al “mercato unico”, i cui assunti di base sono stati modificati, durante la pandemia, per sostenere questo o quel settore od anche questa o quella impresa a traghettare la crisi economia innescata dal virus.

Ad una lettura attenta, i due documenti propongono strade differenti ma convergenti. Il documento sulla politica di bilancio dà correttamente un’interpretazione espansiva: riconosce che la finanza pubblica dovrà a lungo sostenere la ripresa, prima, e la crescita, poi, dell’economia europea. In breve, una strategia keynesiana sarà necessaria e per un certo numero di anni non si dovranno porre regole restrittive, ma assicurare che la qualità della spesa pubblica sarà elevata. Ciò comporta, per gli Stati dell’Ue che non le hanno o le hanno smantellate, la necessità di dotarsi di strutture tecniche per la valutazione del rendimento economico e sociale della spesa pubblica (non solo di quella in conto capitale ma anche di quella di parte corrente), nonché di meccanismi permanenti di spending review. In Italia, la collocazione appropriata per queste strutture e questi meccanismi è, senza dubbio, il Ministero dell’Economia e delle Finanza, che ha già uffici ed unità appropriate al Dipartimento del Tesoro ed al Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato. Iniziative volte a potenziare le strutture esistenti vanno incoraggiate.

Naturalmente, queste linee di indirizzo sono particolarmente cogenti per i Paesi caratterizzati da alto debito delle pubbliche amministrazioni in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil), soprattutto Italia e Grecia. Non vengono proposti, per il momento, “parametri” puntuali come quelli del Trattato di Maastricht e del Patto di Crescita e di Stabilità, ma non è detto che qualche indicatore non venga introdotto quando il documento verrà preso in considerazione dal Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Ue. Se viene perseguita con successo una strategia di crescita, non dovrebbe essere difficile convincere i creditori (segnatamente la Banca centrale europea) ad allungare le scadenze e risolvere in tal modo il problema: gli ultimi war bonds emessi dalla Gran Bretagna per finanziare spese relative alla prima guerra mondiale sono stati definitivamente liquidati nel 2015.

La politica di crescita è il sottostante del secondo documento. La normativa rispetto agli “importanti progetti di comune interesse europeo” per i quali gli aiuti di Stato sono concessi è resa più puntuale. Ciò implica che “dopo la pandemia” quella rivolta ad imprese di dubbia sostenibilità verrà resa più restrittiva. Ciò in linea con quanto proposto a metà dicembre 2020 dal 'Gruppo dei Trenta' (un’associazione di consiglieri di governi, istituzioni internazionali e imprese), in un rapporto co-firmato da Mario Draghi e ribadito dallo stesso Draghi, nella veste di Presidente del Consiglio, nella presentazione alle Camere del programma di Governo. Ciò può voler dire serie difficoltà nell’elargire ancora aiuti ad Alitalia (nelle sue differenti denominazioni) che ne ha già ricevuti per circa 16 miliardi e limitare il supporto all’ex-Ilva ad una riconversione ambientale degli impianti che comporti una riduzione dei piani di produzione in linea con valutazioni realistiche della capacità di assorbimento da parte del mercato.


Bagehot


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