La Conferenza sul futuro dell’Europa. Il flop o la svolta

Lettera da Bruxelles


C’è stata come un’aria di festa con l’avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa – ed è bene, perché una riflessione sul nostro avvenire va sempre affrontata con una forma di gioia e una disposizione all’ottimismo, ché altrimenti sarebbe già una falsa partenza.

Anche l’Eurobarometro ha festeggiato, con la rilevazione di un consenso di gradimento alto verso l’Europa come non accedeva da tempo, e pure il Presidente Macron può felicitarsi con se stesso: la Conferenza, che propose già all’indomani delle elezioni del 2019, ha sede a Strasburgo, come si è compiaciuto di ricordare nel suo discorso nonostante possa essere un aspetto trascurabile per la maggior parte dei cittadini europei, e potrebbe terminare i suoi lavori durante la presidenza francese e alla vigilia delle elezioni presidenziali. Dunque essa costituirà uno dei cavalli di battaglia per la rielezione del presidente francese. Che tutto vada per il meglio è auspicabile e anche possibile, ma è inevitabile ricordare che legare le ragioni di politica interna a quelle dell’Europa, ha fin qui prodotto effetti funesti – dal referendum costituzionale alla Brexit – sia all’Europa che a chi volle mescolare l’acqua col vino.

Ce ne sarà comunque per tutti: Consiglio, Commissione, Parlamento, parlamenti nazionali, Comitato delle Regioni, Consiglio Economico e Sociale, discuteranno su come riorganizzare l’Unione assicurandogli maggiore “vitalità” ed “efficienza”. Nel costante, e a suo modo nobilissimo, processo di aggiornamento del progetto europeo, sono stati utilizzati di volta in volta strumenti diversi – conferenze intergovernative lampo o fiume, vertici ad-hoc, la famosa Convenzione, la stessa giurisprudenza della Corte di Giustizia, ecc. Che questa volta ci sia stato il bisogno di una denominazione diversa, è un probabile sintomo che non è stato ancora trovato un metodo chiaro per avanzare nell’integrazione comunitaria, né che finora i risultati siano stati all’altezza dei bisogni.

Il sapore è infatti quello della discontinuità rispetto alle esperienze precedenti, con una presidenza a tre (e spicca il rappresentante del Parlamento Europeo, un Guy Verhofstadt che dalle prime mosse si sta muovendo come un mattatore capace di fare la differenza rispetto ai soliti equilibri consensuali) e un’enfasi quasi sospetta sul ruolo diretto dei “cittadini”.

Sospetta perché si avverte una sorta di coda di paglia nel voler mettere al centro la voce dei cittadini, che potranno contribuire ai lavori attraverso tavoli nazionali e partecipando in prima persona alle assisi. Ma sembrano armi spuntate per almeno due ragioni. In primo luogo perché i cittadini sono già rappresentati, con tutti i crismi, dai deputati europei da loro eletti, e l’introduzione marcata di un meccanismo di assemblearismo diretto mal si concilia con la complessità delle nuove basi giuridiche dell’Unione Europea – e gli esperti Stati membri saprebbero facilmente ingarbugliare richieste dal basso che risultino poco strutturate. In secondo luogo perché i cittadini che si lasciano coinvolgere in queste formule sono spesso di una categoria sostanzialmente diversa, dei cittadini più avvertiti e impegnati e non necessariamente rappresentativi di una maggioranza silenziosa che può seguire con interesse le fasi iniziali della Conferenza ma che non risparmierà il suo scetticismo se essa mancherà di produrre risultati veri.

Quali risultati? In realtà non c’è bisogno di alcuna “conferenza” per appurare quali siano le esigenze di un’Unione Europea alle prese con la pandemia, con il protagonismo ostile della Cina, della Russia, perfino della Turchia, in un mondo dove l’attuale emergenza sanitaria potrebbe essere piccola cosa rispetto a una futura crisi climatica, con una coesione interna ancora da affermarsi, e con un lungo catalogo di sfide regionali e globali dentro o fuori i suoi confini.

Tuttavia, nonostante le premesse e la festa d’avvio, nessuno ha un’idea precisa su come potrà svilupparsi la Conferenza. Non è chiaro quale sia il ruolo della plenaria, il reale peso delle richieste dei cittadini, e soprattutto cosa fare della dichiarazione finale. Essa comporterà una revisione dei trattati esistenti? O si limiterà a delle raccomandazioni per future conferenze intergovernative? E su quali campi si orienterà il lavoro, visto che delle scelte preliminari andranno fatte nel mare magnum delle riforme desiderate?

A Bruxelles si è consapevoli che la pandemia detta alcuni punti delle cose da decidere, come la creazione di una base legale per un’Europa della salute, o il rendere permanente il meccanismo di SURE, scelta invocata anche da Mario Draghi. Né sarà facilmente eludibile una discussione su dei meccanismi strutturali di mutualizzazione europea del debito degli Stati membri, col bilanciamento di una ripresa del Patto di stabilità o di nuove misure di disciplina di bilancio. Da tempo si discute del superamento dell’unanimità per la politica estera europea altrimenti ingessata al minimo comune denominatore, e non sfugge a nessuno che è urgente l’accelerazione verso una difesa europea comune che inevitabilmente, per varie ragioni, non potrà eludere il ruolo centrale della Francia.

Questo e molto, molto altro. Nella sua agenda non definita, nel suo lunghissimo periodo preparatorio, nell’uso che se ne farà per fini politici personali, nel suo esito tutt’altro che scontato (dal flop alla svolta), nel suo calendario così vago, c’è tutta la gloria dell’Europa plurale che si mette a un tavolo per unirsi. Non sarà il metodo migliore, ma altrove, nel mondo, non c’è niente del genere.

E per quanto demagogica possa sembrare, la piattaforma digitale della Conferenza è uno strumento in buona parte inedito nell’intero mondo, aperto alle proposte più disparate e alla loro diffusione e che ha un potenziale notevole di democrazia diretta. Anziché “commentare” e rassegnarsi al cinismo o all’indifferenza, spetterà soprattutto ai singoli cittadini, alle associazioni, ai partiti (il Partito Radicale, ad esempio, replicherà sulla piattaforma un dibattito previsto per il 23 maggio, anniversario della morte di Altiero Spinelli), ai sindacati, di far sentire la loro voce. Il megafono gli - ci - è dato, e sarà bene farsi sentire.


Niccolò Rinaldi

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