La lettera di Seid


Arriva ieri a metà mattina, in primo piano sui giornali online, la notizia del suicidio di Seid Visin, ventenne di origine etiope adottato quando era bambino da genitori campani. Aveva giocato nelle squadre giovanili del Milan e del Benevento ma poi aveva rinunciato persino a quella sua grande passione: provava vergogna e paura perché, ha lasciato scritto, “ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone".

La lettera di Seid Visin è una confessione dolorosa ma lucida e ragionata, come non ci si aspetta da chi, peraltro così giovane, sta vivendo un inferno. I genitori l’hanno avuta da un’amica del ragazzo perché fosse letta ieri in chiesa durante i suoi funerali. Il padre ora dice che suo figlio era angosciato dal razzismo, ma quello sfogo l'aveva scritto nel 2019 e oggi altre ragioni intime lo hanno spinto a compiere il gesto fatale. Chiede di “non speculare” sul dolore della famiglia e certo va rispettato. Ma le parole del giovane, seppure scritte due anni fa, vanno ascoltate.

Seid dice di essere cresciuto in un clima affettuoso, accolto da tutti con benevolenza e simpatia. Poi è arrivato il “grande flusso migratorio” e tutto è cambiato: “Qualche mese fa – racconta - ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro". Perciò ha lasciato anche il lavoro e poi gli amici (“non so se posso più definirli tali", annota) che lo deridevano e quando lo incontravano intonavano il coro “Casa Pound". Lui, per non essere emarginato, era arrivato a fare battute pesanti sui neri, per marcare la sua differenza di ragazzo italiano cresciuto in Italia rispetto ai neri che arrivano sui barconi.

Non ha retto e tre giorni fa si è tolto la vita. Seid era un ragazzo fragile, forse segnato dall’infanzia difficile e dolorosa trascorsa fino a 7 anni in Etiopia dove aveva perso i genitori naturali. Forse la sua sensibilità esasperava battute, motteggi, esternazioni discriminatorie che ascoltava in giro. Probabilmente il colore della sua pelle era lo stigma di una condanna che lui - per indole depressiva o semplicemente per un parossismo dei turbamenti tipici dell’età evolutiva - sentiva su di sé. La violenza delle parole allusive, degli sberleffi o dei palesi insulti può essere micidiale. Pier Paolo Pasolini, nel settembre del 1962, scriveva nelle pagine della rivista Vie Nuove: “Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista della società”.

Poi c’è la violenza criminale che colpisce le minoranze senza distinzione di età o nazionalità. È di poco più di un mese fa l’agguato al “ghetto” di Rignano, in provincia di Foggia, la più grande tendopoli di braccianti d'Italia, dove vivono fino a più di quattromila persone in precarie e degradanti condizioni di sovraffollamento. Tre uomini bianchi hanno fatto fuoco su un una macchina dove tre giovani del Mali si stavano spostando per raggiungere la loro baracca e uno di loro è stato devastato nel volto – secondo i medici “poteva morire” - dall’esplosione del lunotto del veicolo. I cecchini andavano “a caccia di neri” come avviene di consueto anche in pieno giorno, hanno detto le vittime. Troppi episodi riempiono da anni cronache drammatiche di violenza e attentati alla vita degli immigrati. Come quella dell’assassinio nel 2018, in Calabria, del bracciante sindacalista Soumaila Sacko, ucciso a colpi di fucile perché diventato simbolo della rivendicazione dei diritti da parte degli sfruttati. Succede per quell’istinto spietato dell’homo homini lupus, quando i più deboli – tanti di più oggi con l’impoverimento provocato dalla pandemia - per rimanere a galla ingaggiano una lotta per la sopravvivenza con chi è ancora più derelitto.

Il premier Draghi, nei vertici internazionali, ha giustamente impostato politiche per il consolidamento degli accordi con gli Stati di provenienza dei migranti e il governo insiste sulla collaborazione con i Paesi mediterranei e sulla necessità di riaprire corridoi umanitari gestiti da Onu e Ue, che limiterebbero i viaggi della morte in mare. Ma, in un’Europa che da troppo tempo mantiene aperto a Bruxelles il capitolo della revisione del trattato di Dublino senza trovare un accordo sull’equa ripartizione dei migranti, a livello nazionale è diventato urgente mettere in campo politiche più mirate ed efficaci per l’integrazione delle minoranze etniche. L’accettazione degli stranieri nella nostra società e nel nostro ordinamento giuridico è ancora incompiuta e lo dimostra lo spaesamento, quando non la disperazione o la rabbia, della cosiddetta seconda generazione di ragazzi nati da genitori immigrati a cui viene ancora negata la cittadinanza italiana e i diritti che ne conseguono.

Percorsi normativi e amministrativi difficili, che non possono non tener conto dell’esasperazione delle zone dove maggiore è l’insediamento, nel degrado, di comunità di immigrati. Percorsi, però, ai quali uno Stato giusto e rispettoso dei diritti universali dell’uomo non può sottrarsi.

I giovani di seconda generazione in Italia sono ormai circa un milione. Una legislazione organica e avanzata per l’inclusione degli stranieri nel nostro territorio non è solo un modo per riaffermare la maturità democratica del nostro Paese, ma lo strumento per tutelare la sicurezza di tutti, in previsione di ondate migratorie che non si fermeranno. L’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera Frontex ha registrato l’ingresso in Italia di 11600 migranti nei primi quattro mesi dell’anno - 12894 secondo gli ultimi dati del Ministero dell'Interno, il triplo rispetto allo stesso periodo del 2020. Perché nel mondo masse di persone sono costrette a fuggire dalla guerra, dai regimi autoritari, dalla miseria. E l’Italia è per moltissimi la prima, se non la definitiva tappa sulle rotte per la salvezza.


Silvia Di Bartolomei


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