Lavoro e politiche sociali nel Bilancio 2022

Settembre, andiamo è tempo di migrare, scriveva Gabriele D’Annunzio nella raccolta di poesie Alcyone del lontano 1903. Settembre, andiamo è tempo di Bilancio dicono in questi giorni dirigenti statali di tutti gli ordini e gradi perché si avvicinano i momenti in cui devono essere messi a punto i documenti programmatici di politica economica e la legge triennale di bilancio.

Quest’anno si respira un’aria euforica a ragione degli ultimi dati sulla crescita del Pil (e della produzione industriale), non certo di quelli su mercato del lavoro ed occupazione, diffusi dall’Istat e delle indicazioni sul clima di fiducia delle imprese che ha tenuto banco al simposio della European House della Ambrosetti a Cernobbio. Pochi hanno ragionato sul fatto che la “recovery” o il rimbalzo degli ultimi mesi, avviene dopo la più profonda contrazione in Europa e dopo un quarto di secolo di stagnazione o quasi e di crescita zero della produttività. Nei corridoi dei dicasteri il motto è “ci sono i soldi, spendiamoli con la prossima legge di bilancio che dobbiamo scrivere in queste settimane”.

Dei Ministeri il più attivo su questa linea è quello del Lavoro e delle Politiche Sociali. Ha un piatto grosso che vorrebbe inserire in tutto o in parte nella legge di bilancio. La prima partita è quella degli “ammortizzatori sociali”, per la cui riforma sono disponibili (a legislazione vigente) 1,5 milioni di euro: per dare vita alle proposte del dicastero ce ne vorrebbero 8. In effetti, nel Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr), il disegno di legge di riassetto degli ammortizzatori sociali viene definito alle pagine 79-80 una “riforma di accompagnamento”, ossia una riforma che “accompagna” e dà forza ad altre riforme. Non viene indicato un termine esatto per iniziarla e completarla come per altre riforme, soprattutto quelle “abilitanti” (come giustizia e tributi), ma dal contesto si evince che deve prendere corpo in un “collegato” alle leggi di bilancio, iniziando dalla prossima. Dalle proposte del Ministero, mancano due elementi essenziali: the big picture e the long view, ossia il quadro generale e la prospettiva di lungo periodo: ci si sofferma su alcuni istituti (in primo luogo, la Cassa integrazione guadagni nelle sue varie forme) senza tener conto del contesto e della sua possibile evoluzione, con le pertinenti implicazioni economiche e finanziarie. In effetti, si tratterebbe di generalizzare e rendere permanente quella Cassa integrazione speciale introdotta, come strumento eccezionale, nelle prime fasi della pandemia, quelle del lockdown. Su questo concetto non c’è consenso. Quindi, è prevedibile che i negoziati con le parti sociali continuino ben oltre la tempistica della preparazione della legge di bilancio.

Inoltre, la riforma degli ammortizzatori sociali si interseca con quelle delle politiche attive del lavoro, del reddito di cittadinanza e della previdenza. In materia di politiche attive del lavoro, dopo le complesse vicende dell’Anpal (che hanno interessato più le cronache giudiziarie che le pagine economiche dei giornali), non siamo nemmeno all’inizio della formulazione di una proposta. In materia di reddito di cittadinanza, siamo in un terreno molto divisivo. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali pare essere rimasto l’unico a difenderlo ed a chiedere 8 milioni di euro in legge di bilancio. Lo stesso Movimento Cinque Stelle, che ne ha fatto un vessillo, è pronto ad accettarne un “tagliando” che porti a modifiche. Italia Viva sta promovendo un referendum per abolirlo. Forza Italia e Lega ne vogliono la fine meglio in via normativa, oppure definanziandolo. In materia di previdenza, il caos è ancora maggiore: con la fine di “Quota Cento”, pullulano le idee di riforma.

Tanto rumore e tanta agitazione per nulla. Infatti, la preparazione della legge di bilancio è iniziata da tempo a Via XX Settembre e a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, che è stato Direttore generale del Tesoro, e il ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, che è stato Ragioniere generale dello Stato, intendono ritornare allo spirito originale: un provvedimento snello che fissi i saldi di finanza pubblica, non una legge “omnibus” che possa essere caricata di tutto e di più (come le “finanziarie” degli anni Ottanta del secolo scorso e anche le ultime leggi di bilancio). Quindi, per ammortizzatori sociali, reddito di cittadinanza e previdenza occorrerà predisporre, quando sono mature, normative ad hoc. Ciò non vuol dire che tutto resterà immutato: in materia di reddito di cittadinanza è verosimile una riduzione dello stanziamento, in vista del “tagliando”, ed in tema di previdenza è probabile che sparirà quel “contributo di solidarietà”, più volte censurato dalla Corte Costituzionale, e che riguarda solamente 25.000 persone.


Bagehot


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