Riflessioni sul voto liquido e dintorni

All’indomani della riunione dell’Hotel Forum, dove Giuseppe Conte ha accettato di assumere un ruolo di primo piano nel M5S, alcuni sondaggi hanno rilevato un aumento di oltre il 6% dei consensi per il Movimento che così andrebbe ad insidiare da vicino il primo posto della Lega.

Ovviamente i sondaggi non sono paragonabili agli esiti delle consultazioni elettorali, ma certamente indicano – nel bene e nel male – il trend dei partiti nella raccolta dei consensi.


Nelle elezioni politiche del marzo 2018 i risultati riportati dai partiti furono (per la Camera dei Deputati):

- M5S 32,68 %

- Lega 17,37 %

- Forza Italia 14,01 %

- FdI 4,35 %

- PD 18,72 % (ante scissioni di Renzi e Calenda che valgono oggi il 4 - 5%)

Nel luglio 2019 (governo Lega – M5S prima dello strappo di Salvini) i sondaggi riportavano:

- Lega 36,9 %

- PD 22,6 % (ante scissioni Renzi e Calenda)

- M5S 17,6 %

- Forza Italia 7,1 %

- FdI 6,6 %


A febbraio 2021, con la nascita del Governo Draghi, i sondaggi registrano:

- Lega 24,0 %

- PD 19,0 % (dopo le scissioni di Renzi e Calenda)

- FdI 17,4 %

- M5S 15,4 %

- Forza Italia 7,6 %


Tanto per rifarsi al titolo di un libro del 2018 tra i cui autori figura anche Ilvio Diamanti, siamo passati “dal voto devoto al voto liquido”, dal voto cioè cristallizzato del dopo guerra quando sino agli anni ottanta/inizio novanta uno 0,5 -1% decretava il successo o l’insuccesso di un partito, a variazioni violente delle percentuali di consensi in un lasso di tempo estremamente breve.


Le astensioni nelle elezioni politiche

Se poi si riflette sulle percentuali di astenuti registrate nelle varie consultazioni elettorali dal 1948 al 2018 altri dati su cui riflettere balzano agli occhi.

Come rilevato da una ricerca della Fondazione Magna Charta nel 2018, “l’astensione nelle elezioni italiane rappresenta una ascesa costante dagli anni novanta”.

Con le elezioni politiche del 1994 si data la fine della cosiddetta Prima Repubblica a causa di un combinato disposto derivato dalla caduta del Muro di Berlino e quindi della “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI che a metà anni settanta rappresentava circa un terzo dell’elettorato; dalle conseguenze sul sistema politico dell’indagine Mani Pulite; dalla fine del sistema elettorale basato sul proporzionale; dall’avvento di nuove compagini politiche, in primis Forza Italia con il venir meno del principio dell’ “arco costituzionale” rendendo fruibili i voti del MSI e poi di AN.

Nel 1948 la percentuale di astensioni si attesta al 7,8%, passando al 6,2% nel 1953, quindi al 6,6% nel 1976 e al 9,4% nel 1979 per arrivare al 13,7% proprio nel 1994.

Dal 1994 al 2018 la percentuale di astenuti è in costante, progressiva crescita (salvo che nelle elezioni del 2006) per arrivare al 24,8% del 2013 e al 27,1% del 2018.

Lo scarto maggiore (+5,3%) si rileva fra le elezioni del 2008 (19,5%) e quelle del 2013 (24,8%) con il debutto del M5S che per poco non raccoglie il maggior numero di voti, nonostante fosse al debutto.

Il record di affluenza alle urne si raggiunse nel 1953 (93,84%) circa 21 punti percentuali in più (72,9%) di quanto registrato nelle elezioni politiche del 2018, quando il M5S raggiunse quasi il 33% dei voti.

I dati sull’astensionismo portano a concludere che l’avvento di nuove compagini sullo scenario politico (ad es. Forza Italia nel 1994) ed in particolare di movimenti caratterizzati da radicali posizioni anti-sistema (ad es. il M5S nel 2013 e soprattutto nel 2018) coincide con l’affermazione costante e progressiva dell’astensionismo.

Da una ricerca condotta nell’autunno 2018 dall’Università di Milano – Bicocca e pubblicata su Il Sole 24 ore, “si nota come la percentuale di astenuti sia cresciuta nel tempo, arrivando a superare le percentuali di voto per partiti tradizionali con l’ingresso in politica del M5S”

“Si nota altresì – continua la ricerca – come le province in cui ha vinto il M5S soffrano di un elevato tasso di astensionismo che in alcuni territori arriva sino al 42%.”.


La volatilità elettorale

Oltre a ciò, come dimostrato da YOUTREND sempre nel 2018, “la fluidità dell’offerta elettorale negli ultimi dieci anni ha generato negli elettori una maggiore propensione al cambiamento di voto fra una elezione e l’altra. Ciò si traduce in una ridotta fedeltà partitica e in un aumento della volatilità elettorale”.

“L’indice di volatilità elettorale del 2018 – prosegue YOUTREND – è pari al 28%, terzo dato più alto della storia d’Italia repubblicana, dopo quelli del 2013 e del 1994 (entrambe elezioni di rottura). La novità del 2018 è rappresentata dal fatto che al contrario delle altre due consultazioni, non c’è stato il debutto di nuove compagini politiche, ma solo dall’insieme degli spostamenti di voto fra forze già esistenti.”

Se poi ci si rifà ai sondaggi degli ultimi tre anni, dalle elezioni politiche del marzo 2018, come riportato all’inizio del presente articolo, la volatilità assume caratteristiche “violente” in lassi di tempo molto brevi.

Dal luglio 2019 alla nascita del Governo Draghi nel febbraio 2021, la Lega perde quasi il 13% di consensi; il M5S dal marzo 2018 a febbraio 2021 perde oltre il 50% dei consensi; FdI nello stesso periodo passa dal 4,35% dei voti nel 2018 al 17,4% degli ultimi sondaggi, mentre il PD recupera solo le scissioni di Calenda e Renzi.


La partecipazione fra “offerta politica liquida” e “voto liquido”

Come evidenziato nell’editoriale de Il Commento Politico di qualche giorno fa, il Governo Draghi ha imposto sia al M5S che alla stessa Lega profondi cambiamenti di strategia e quindi di posizioni, alcune davvero sorprendenti vista la storia delle due compagini. Altri cambiamenti produrranno nel PD le dimissioni da Segretario di Nicola Zingaretti. Al momento tali cambiamenti non sembrano produrre profondi spostamenti sul livello dei consensi dei diversi partiti. E questo è un altro dato su cui riflettere.

Sino al 1994, la partecipazione dei cittadini alla vita dei partiti era molto articolata ed avveniva per lo più “in presenza” nelle diverse sedi.

Rammento a tal proposito che in un partito dalle piccole percentuali di consensi come il PRI, esisteva comunque una folta rete di sezioni sul territorio e nei quartieri delle grandi città e così il sottoscritto, facente parte della Sezione Salario Parioli di Roma, partecipava quasi tutte le settimane all’attività di sezione, che si declinava dalla grande politica nazionale al confronto con gli altri partiti del quartiere sui problemi del territorio di riferimento.

Ma la partecipazione alla vita politica avveniva anche attraverso i famosi “corpi intermedi” come i sindacati, le associazioni del terzo settore, le associazioni professionali, eccetera.

Una prima rottura è avvenuta nel 1994 con il tramonto dei partiti tradizionali e l’avvento di Forza Italia e Berlusconi che ha sostituito di fatto la “partecipazione attiva” nei comizi in piazza, nelle sezioni dei partiti e nei corpi intermedi con la “partecipazione passiva” della televisione, specie quella “commerciale”, che ha modificato non poco, in pejus, i modelli culturali di riferimento.

La seconda rottura è avvenuta ancor più profondamento con l’avvento dei “social” ed a tal proposito giova rammentare l’ultimo Cenacolo in presenza della Fondazione Ugo La Malfa di inizio 2020 su “La democrazia al tempo dei social” con la partecipazione di Alfredo Recanatesi, già Vice Direttore de Il Sole 24ore e l’on. Filippo Sensi, già responsabile della comunicazione del Governo Renzi e Gentiloni.

Recanatesi nel suo intervento di apertura ha affermato: “Il suffragio universale si è giovato del contributo determinante dei corpi intermedi (stampa, associazioni professionali, sindacati, confederazioni imprenditoriali, eccetera) che "istruivano" i propri rappresentati e rappresentavano presso la Politica i propri aderenti. I Social hanno fatto piazza pulita dei corpi intermedi e stabilito un contatto diretto tra il leader politico/candidato con i singoli cittadini o gruppi di cittadini. Tutto ciò ha sacrificato la "dialettica" e la Rete è in grado di profilare tutti. Una ricerca USA ha stabilito che durante la sua campagna elettorale il Presidente Bolsonaro ha trasmesso l'80% di messaggi falsi o distorti. Eppure Bolsonaro ha vinto le elezioni e quindi le elezioni non sono il risultato della proposta migliore ma del messaggio più efficiente seppur non vero. Quale democrazia possiamo garantirci al tempo dei social?"

In Italia abbiamo così assistito negli ultimi anni ad un ulteriore degrado della discussione e del confronto politico imperniato soprattutto nella demonizzazione dell’avversario, nella fugacità dei messaggi e delle posizioni.

Non sorprende quindi più di tanto che con il “Partito di Bibbiano” si faccia prima il Governo e poi si stabilisca una alleanza politica e l’Unione Europea da “matrigna” diventi il punto di riferimento, tanto il consenso si raccoglie più “con la pancia” dei cittadini che con la loro “testa”.

Ma una “democrazia” fondata su tali basi ha prospettive reali di sopravvivenza? Domanda terribile in un tempo terribile fra pandemia e crisi economica e sociale.


Maurizio Troiani

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