Ritorno a Bretton Woods

Il «ritorno a Bretton Woods» è un po’ come un ritornello che viene invocato quasi ad ogni crisi finanziaria ed economica internazionale. Se ne parlò quando, nel 1971, gli Stati Uniti decisero, in pieno Ferragosto, di porre fine al «dollar exchange standard» ossia alla conversione ad un tasso fisso del dollaro Usa in oro. Tanto che quando, pochi mesi dopo, venne raggiunto un accordo sui tassi di cambio ad un vertice dei principali Paesi dell’economia internazionale tenuto in uno dei grandi saloni delle Smithsonian Institutions della capitale Usa, l’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon chiamò lo Smithsonian Agreement «la nuova Bretton Woods». Purtroppo l’accordo sui cambi ebbe solo pochi mesi di vita.

Naturale, quindi, che si parli di un «ritorno a Bretton Woods», ossia della definizione di nuove regole per la finanza ed il commercio internazionale per il mondo «dopo la pandemia» e se possibile che favoriscano l’uscita dalla crisi economica e finanziaria creata dal Covid-19.

Vengono delineate proposte di vario spessore. Ad esempio, il 22 febbraio è stato presentato a Roma al Centro Studi Americani un bel lavoro di Angelo Federico Arcelli e Giovanni Tria Towards a Renewed Bretton Woods Agreement, pubblicato dal Transatlantic Leaderhisp Network e distribuito dalla Brookings Institution Press, in cui si passa in rassegna il funzionamento del sistema monetario negli ultimi 75 anni e la riduzione del «peso» degli Stati Uniti nell’economia mondiale dal 1944 ad oggi: dal 50% al 15% del pil mondiale. Lo studio, che è stato argomento di un dibattito organizzato dalla Fondazione Ugo La Malfa il 4 febbraio scorso, mette l’accento sulla necessità di rivedere il sistema definito a Bretton Woods alla luce dei mutamenti nell’economia internazionale. L’analisi è puntuale, ma mancano proposte specifiche, se non quella di una nuova conferenza internazionale, analoga al Congresso di Vienna dopo le guerre napoleoniche, per ridisegnare il sistema monetario ed economico internazionale, sempre che l’Amministrazione americana voglia e sappia rinunciare all’«esorbitante privilegio economico» di cui gode attualmente.

Poca analisi e molte proposte lanciate dalla rivista «Micro Mega» che si autodefinisce testata della «sinistra illuminata» e sostiene che alla eventuale «nuova Bretton Woods» per risolvere il problema della disoccupazione occorrerebbe ridurre gli orari di lavoro e definire salari minimi garantiti per legge e per affrontare il problema del debito si dovrebbero sospendere quelli privati e fare monetizzare dalle banche centrali quelli delle pubbliche amministrazioni. Un’agenda con proposte di questo genere, anche solo a scopo provocatorio, farebbe fallire sul nascere una conferenza per dare nuove regole all’economia mondiale.

Difficile prevedere prima dell’uscita dalla pandemia la convocazione di una conferenza «mondialistica» per scrivere nuove regole del gioco, cambiare drasticamente le istituzioni esistenti o creare di nuove. È possibile, però, pensare ad aggiustamenti che possano essere fatti od almeno lanciati nell’ambito del G20, quest’anno presieduto dall’Italia e la cui conferenza dei Capi di Stato e di Governo si terrà il 30-31 aprile a Roma. Tanto più che il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha la statura internazionale per pilotare l’operazione; l’anno prossimo sarà l’India a presiedere il G20.

Per giungere a risultati, però, l’Italia non dovrà agire da sola e ci si dovrà fissare traguardi realistici. La conferenza di Bretton Woods venne preparata da quella che l’allora giovane Richard Gardner (che per quattro anni lasciò la cattedra alla Columbia University per fare l’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma) chiamò in un libro del 1957 la «sterling dollar diplomacy». Gardner era Rhodes Scholar a Oxford ed ebbe accesso a corrispondenza privata tra Keynes ed Harrod.

In breve, è essenziale una «diplomazia» Usa-Ue. All’interno dell’Ue, una stretta collaborazione tra Italia e Germania appare necessaria anche in quanto su queste tematiche la Francia ha spesso tenuto una linea molto autonoma.

I traguardi sono due a) tornare alla crescita (unico modo per creare reddito ed occupazione); b) risolvere nel medio e lungo periodo il problema dei debiti delle pubbliche amministrazioni, delle imprese e delle famiglie.

Per tornare alla crescita, la comunità internazionale si è dotata di uno strumento da quaranta anni, utilizzato per decenni in Paesi in via di sviluppo ed in Paesi emergenti e più recentemente anche dalla Banca centrale europea ed ora pure dalla Commissione europea: il finanziamento dello «sviluppo strutturale», ossia di riforme ed investimenti per innescare un «circuito virtuoso» di crescita.

Occorre, però, chiedersi se le istituzioni finanziarie internazionali hanno un capitale sufficiente per potere avere accesso al mercato con il «preferred credito treatment», ossia essere trattate come creditori privilegiati in termini di tassi di interesse ed altre condizioni per il collocamento delle loro obbligazioni. Il servizio studi della Banca d’Italia ha appena pubblicato un utile Occasional Paper su questo tema, «Will multilateral development banks weather the Covid-19 crisis?» di Raffaele De Marchi e Riccardo Sorrentino. È un buon punto di partenza che può essere arricchito da contributi di altre istituzioni finanziarie sia nazionali sia internazionali.

Per il debito - come ci insegna Olivier Blanchard - la strada maestra è l’allungamento delle scadenze in modo che venga smaltito man mano che si consolida il processo di crescita. Ciò comporta un accordo tra istituzioni finanziarie internazionali, anche a livello regionale come la Bce.


Bagehot

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