Stime e bilanci dei festival d'estate

A via di Santa Croce in Gerusalemme, ben distante dal Collegio Romano che ospita il Ministero della Cultura, ha sede la Direzione Generale dello Spettacolo dal Vivo. Il luogo è molto bello, non solo per essere accanto ad una pregiata e preziosa Basilica ma anche perché vi si accede tramite un giardino ben tenuto, i locali sfoggiano sulle pareti poster eleganti e si è vicini ad uno dei migliori musei europei degli strumenti musicali (anche se pubblicizzato e visitato meno di quanto varrebbe).

Diminuite le preoccupazioni per la pandemia, gli spettacoli del vivo e soprattutto i festival estivi stanno riprendo alla grande. Ma ci si chiede: quanto costano questi festival e quanto rendono? Naturalmente, si hanno tutti i dati sui contributi a valere sul Fondo Unico per lo Spettacolo. Ma dal lato dei costi di produzione, si sa poco o nulla su contributi di Regioni ed enti locali, “art bonus” e “tax expenditures” di varia natura. Ancor meno sui ricavi: non è difficile ottenere dati su quanto apporta la biglietteria, ma è “notte e nebbia” sui benefici economici in termini, ad esempio, di vantaggio al territorio per valore aggiunto ed occupazione. Tutte domande doverose, soprattutto se – come chiedono gli operatori del settore – si volessero racimolare risorse tra le pieghe del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Prima della pandemia, alcuni festival hanno condotto analisi costi-benefici che hanno portato a risultati lusinghieri: al Rossini Opera Festival di Pesaro, ad esempio, un euro di supporto pubblico genera circa 6 euro di aumento del valore aggiunto nelle settimane del festival, e risultati analoghi sono stati stimati per il Ravenna Festival ed il Puccini Festival di Torre del Lago. Il Rossini Opera Festival ed il Puccini Festival mettono on line i loro bilanci e nel passato hanno anche sperimentato i “bilanci sociali”, ossia il calcolo di profitti e perdite che stima il valore aggiunto che il festival apporta alla comunità. Ciò non viene effettuato per il Ravenna Festival in quanto è parte di un soggetto integrato, Ravenna Manifestazioni, che include stagione lirica, concertistica, mostre ed altre attività; una analisi di alcuni anni fa, assegnata all’ufficio studi del Ministero su Valutazione dell’impatto economico della valorizzazione dei beni e delle attività culturali con particolare riferimento al territorio di Ravenna, pubblicata sulla rivista internazionale del Centro Universitario per i Beni Culturali di Ravello, ha fornito una forte giustificazione economica alla manifestazione.

Un problema analogo si ha nello scorporare festival o “stagioni” estivi (ad esempio, la stagione del Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo o quella del Teatro San Carlo di Napoli a Piazza Plebiscito) in quanto parte integrante delle fondazioni liriche di cui sono un’attività. Analogamente, la Fondazione Arena di Verona è parte integrante di un complesso che include il Teatro Filarmonico della città veneta: Franco Zeffirelli amava dire che se si scomponessero le due componenti, l’Arena per sé avrebbe tutti i numeri per costare nulla all’erario, mentre il Filarmonico ha chiaramente dimensioni eccessive per una città di 250.000 abitanti vicina alla grande offerta musicale di Venezia.

Per gli altri festival si sa poco o niente anche semplicemente sui costi. È necessario un lungo lavoro di esame dei bilanci civilistici, facendo il giro di tante camere di commercio quante sono le Province italiane. Ci sarebbero in ogni caso grandi difficoltà a fare raffronti data la diversa natura delle manifestazioni, soprattutto se ed in che misura comportano opera lirica (attività molto costosa). Il Festival di Tagliacozzo, ad esempio, ha caratteristiche ben differenti dal Festival Verdi di Parma o da quello della Val d’Itria.

Le perplessità non possono non sorgere dando un’occhiata anche veloce a tre festival musicali di questa estate: il Chigiana International Festival and Summer Academy di Siena, il Ravenna Festival ed il Festival di Spoleto. I preventivi delle prime due manifestazioni sono stati forniti dalle direzioni dei due festival. I dati su Spoleto vengono da chi conosce bene la manifestazione avendoci lavorato per anni.

Il Ravenna Festival si distanzia dagli altri due in quanto comporta, tra sessione estiva di circa due mesi e sessione autunnale di tre settimane, 140 alzate di sipario e la produzione di tre opere (o analogo spettacolo di teatro in musica); inoltre comporta una trasferta (orchestra diretta da Riccardo Muti, staff, dirigenza ed anche qualche ospite) sulla “via dell’amicizia” (quest’anno è stata in Armenia). Il Chigiana Festival di Siena e il Festival di Spoleto hanno ambedue 60 alzate di sipario (spalmate su due settimane a Spoleto, su sette a Siena), due grandi orchestre (la Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia suona in ambedue, la Budapest Festival Orchestra a Spoleto, l’Orchestra Regionale della Toscana a Siena), Siena produce un’opera mentre la lirica quest’anno è assente da Spoleto. Il costo di produzione di Spoleto è stimato in cinque milioni di euro, quello di Ravenna in quattro e mezzo, quello di Siena in settecentomila.

Dagli uffici della Direzione Generale di via Santa Croce in Gerusalemme arriva un’idea: perché non chiedere, per circolare ministeriale, a festival grandi e piccoli sovvenzionati dalla Stato di pubblicare sui loro siti istituzionali bilancio preventivo, bilancio consuntivo e bilancio “sociale” con pertinenti relazioni? Non solo si guadagnerebbe in trasparenza, ma festival grandi e piccoli potrebbero imparare l’uno dall’altro.


Bagehot

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