Un'Europa atlantica

Lettera da Bruxelles


La sequenza del Presidente Draghi non poteva essere più significativa: prima Strasburgo, poi Washington. Nel suo primo discorso da Presidente del Consiglio al Parlamento Europeo, Mario Draghi non si è piegato ai convenevoli e ha dichiarato che le istituzioni europee sono ormai “inadeguate”. Non è stato il primo Capo di Stato o di Governo che in seduta solenne ha rivolto critiche allo stato dell’arte dell’Europa, ma, tradotte dal linguaggio delle circostanze, le sue sono state parole particolarmente severe – più precisamente “auto-severe”, trattandosi di una analisi non esterna, ma da parte di un protagonista delle stesse istituzioni.

Come ha già analizzato Il Commento Politico nel suo editoriale del 4 maggio, Draghi ha anche indicato alcune soluzioni per uscire da tale inadeguatezza – superare l’unanimità, adottare il metodo comunitario rispetto a quello inter-governativo, e dunque approccio federale cominciando da politica macro-economica, difesa ed energia.


Se la pars construens del discorso ha ribadito proposte discusse già da tempo (perfino da decenni, in ambito federalista), è la personalità di Draghi che ha marcato una differenza: gli espliciti richiami al “coraggio” e alla “fiducia”, e quindi al sentimento, provenivano non solo da un capo di governo, ma da uno degli artefici della politica monetaria comune, da un Presidente della BCE che ha dimostrato di poter utilizzare ogni millimetro del mandato che gli fu affidato per plasmare una politica monetaria comune che si è imposta su interessi nazionali e si è avvalsa di una abile comunicazione. Mario Draghi, parlando di una rilanciata architettura dell’Europa, è dunque percepito come qualcuno che sa di cosa parla, con la determinazione di annunciare l’inadeguatezza delle istituzioni europee al cospetto delle sfide interne ed esterne, ma anche con l’autorevolezza e la credibilità di chi ha già operato con pieno successo a capo delle istituzioni europee, che ne conosce i meccanismi, le virtù e i limiti.

Si è scritto che con le sue parole, il Presidente del Consiglio si è voluto “allineare” o ha quantomeno voluto anticipare il discorso del confermato Macron e quasi dettare una linea.

Una linea in due tappe, di cui la parte di Washington è una componente fondamentale, a suo modo chiarificatrice. Il Presidente del Consiglio ha chiesto a nome dell’UE maggiori sforzi per la pace e non ha potuto distaccarsi da una visione europea di politica estera, anche nei confronti della Russia, basata su storia, geografia, mutuo commercio, e molto meno su chi sia al potere nelle capitali e su discutibili parametri morali.


Tuttavia, a Bruxelles come a Washington, Draghi è stato campione della necessità dell’asse transatlantica, così come dell’adesione dell’Ucraina, come anche chiesto dai paesi dell’Europa centrale, ma certo non da Macron. Federalista ed atlantista, protagonista di due schieramenti che non coincidono. Questo è il possibile capolavoro, quantomeno il tentativo coraggioso, di Draghi, che è figlio diretto di una storia che va da Sforza a De Gasperi, da Ugo La Malfa a Ciampi. Una linea politica che la Francia non ha conosciuto.

Così proprio da Washington, dopo che da Strasburgo, il capo del governo italiano potrebbe aver aperto una stagione finalmente nuova di riforme istituzionali in Europa o quantomeno la prospettiva di cooperazioni rafforzate, senza che esse siano in contrapposizione con il rapporto strategico con gli Stati Uniti, ancora più indispensabile al cospetto delle carenze della costruzione europea. Vogliamo Bruxelles più forte, pare dire, anche a Macron, ma intanto teniamoci stretta l’amicizia con Washington.


Anche perché un Mario Draghi che al Parlamento Europeo si pronuncia sull’inadeguatezza delle istituzioni europee in un momento così tragico, è lo specchio di un altro momento di verità: Vladimir Zelensky che al Consiglio di Sicurezza ha evocato esplicitamente l’inconcludenza e l’inutilità dell’ONU. Detto in altre parole: quanto detto dal Presidente del Consiglio è l’avvertimento che senza passi in avanti decisi, senza il pragmatico slancio federale che ha invocato, l’Unione Europea farà presto la fine delle Nazioni Unite, andando avanti senza concludere molto, un po’ per necessità e un po’ solo perché esiste. E questo, non solo per i federalisti, ma per qualsiasi europeo, anche un francese assai tiepido nei confronti della NATO, è una prospettiva da brivido.


Niccolò Rinaldi

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