Verso l'embargo?

Nelle ultime settimane si è fatta strada con forza sempre maggiore l’ipotesi di un embargo sull’import di energia dalla Russia, che significa per l’Europa soprattutto gas e in misura minore ma non trascurabile petrolio. È divenuto chiaro che attraverso l’export di energia la Russia di Putin può ricostituire in uno o due anni l’ampia quota di riserve ufficiali russe detenute in Occidente che il G7 e l’Europa hanno congelato. Che attraverso l’export di energia può arginare, insieme ad altri strumenti, il crollo del rublo. E così via. E ciò al netto di considerazioni morali che ci inducono a ricordare che importando energia dalla Russia finanziamo la guerra di Putin. Insomma, l’embargo è the crux of the matter. Lo si sapeva e siamo arrivati al dunque.

Ma quanto costerebbe all’Europa? Il German Council of Economic Experts, il consiglio che assiste il governo federale tedesco nella formulazione della politica economica, ha di recente raccolto in un'unica tabella una serie di scenari e di stime prodotte da banche, centri di ricerca indipendenti e istituzioni (tra cui la BCE) relativi a una intensificazione del conflitto e della relativa “guerra economica”. L’indicazione di fondo è che, qualora si adottasse un embargo, il PIL si ridurrebbe tra 1.2% e 2.2% in più rispetto a quanto già previsto e l’inflazione aumenterebbe tra 0.8% e 2.6% in più rispetto a quanto già previsto. Si tratta di valori medi per l’area euro nel suo insieme, che sarebbero più alti per alcuni paesi come Germania o Italia. Può darsi che le stime siano ottimistiche. Sono aziende che falliscono, posti di lavoro che si perdono, consumi che crollano.

Il punto di fondo è, a questo punto, politico. Se cambiamo prospettiva e non ci chiediamo più quale è il costo da subire per la guerra, ma quanto siamo disposti a pagare per raggiungere i nostri obiettivi (che siano il cessate il fuoco, il negoziato, la pace o altro), è evidente che, alla luce di queste stime, il problema per l’Europa diventa essenzialmente politico. Ci sarà un rallentamento, forse anche una recessione più o meno profonda, ma sarà possibile governarla – o comunque compensarla – senza che questa apra le porte a un’ondata, nuova e incontrollabile, di populismo in Europa? Sarebbe, per l’andamento della guerra, lo scenario peggiore possibile. Avremmo i carri armati russi in Ucraina e “truppe” pro-Putin nei Parlamenti.

Il problema è politico perché la prospettiva di una contrazione, anche forte, dell’attività economica in Europa richiederebbe, qualora l’embargo fosse l’opzione scelta, una equivalente presa di coscienza, e cioè che occorre una capacità fiscale aggiuntiva per sostenere una decisione di politica estera di tale rilievo. Che occorre, in altre parole, qualcosa in tutto o in parte assimilabile, per dimensioni e tempi, a Next Generation EU. Un grande “Prestito della Ricostruzione” è ciò che tutti i grandi paesi hanno introdotto durante una guerra. L’Europa è una delle aree più ricche e stabili del mondo e può attrarre risparmio in eccesso da altre aree del mondo. Essa non può fare difetto di immaginazione in una guerra, anche solo economica come è ora. Ciò richiederebbe peraltro anche un diverso e più stretto coordinamento tra la politica di bilancio e la politica monetaria. Parlare di embargo senza tirarne le conseguenze politiche potrebbe essere esiziale.

Nel 1940, nella prima pagina di How To Pay for the War – il saggio scritto per formulare una proposta intorno ai mezzi economici per la Gran Bretagna per far fronte alla Seconda guerra mondiale – Keynes ricordava che “non è facile per una società libera organizzarsi per la guerra. Non siamo abituati a dare ascolto a esperti o profeti. La nostra forza risiede nella capacità di improvvisare. Ma è altresì necessaria una mente aperta verso idee non ancora sperimentate … Sul fronte economico – concludeva – ci mancano non già le risorse materiali, ma lucidità e coraggio”. Anche oggi non mancano le risorse, ma la lucidità e il coraggio per agire per l’oggi e il domani. Il 23 maggio del 1939, pochi mesi prima dello scoppio della guerra, parlando alla BBC, Keynes aveva anche detto che, forse, dal male sarebbe potuto venire il bene e che avremmo, forse, potuto imparare un paio di stratagemmi (we may learn a trick or two), che sarebbero tornati utili quando fosse giunto il giorno della pace. Ci auguriamo che il governo italiano stia facendo i necessari ragionamenti e preparativi sul modo di fronteggiare nell’immediato uno stop alle importazioni di gas e petrolio russo che, dopo l'evidenza del massacro di Bucha, appare come un evento probabile.


Giovanni Farese

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