A piccoli passi verso il Recovery Fund

Ieri si sono svolte due importanti riunioni di governo. Una sul Mes, convocata dal ministro Gualtieri. La seconda sul modo di usare il Recovery Fund presieduta dal presidente del Consiglio. Non sono state decisive, né potevano esserlo. Su entrambi i temi ci sono questioni pregiudiziali da superare e nodi da dipanare.

Partiamo dal Mes. Circa l’utilizzazione di questo strumento restano le divisioni tra i Cinquestelle che sono contrari e il Pd (e anche Leu e Renzi) che sono favorevoli. È quindi necessario che entrambe le parti conservino le loro convinzioni ma si possa andare avanti. Come? Il 9 dicembre, alla vigilia del summit europeo che dovrebbe ratificare l’accordo di luglio, Conte andrà in Parlamento per ottenere il via libera all’adesione italiana sul complessivo piano europeo, che comprende anche il Mes ma la cui posta principale è rappresentata dai 750 miliardi del Next generation Ue. Domani, a guisa di prova finale prima del vero e proprio Gran Premio, Gualtieri andrà in Parlamento a perorare la necessità dell’approvazione italiana dell’intero pacchetto europeo senza sbilanciarsi sulla concreta utilizzazione del Mes da parte del nostro Paese. È prevedibile che Conte seguirà il 9 la stessa falsariga, aggiungendo, se del caso, che ove si rendesse necessaria una utilizzazione del Mes, egli sarebbe disponibile a sottoporre la questione ad uno specifico passaggio parlamentare.

Un’impostazione un po’ barocca, quindi, ma tutto sommato di non impossibile lettura e praticabilità.

Ben diversa e complicata appare invece l’altra questione: quella cioè di chi avrà titolo e parola, e come, nella spartizione dei 209 miliardi del Next generation Ue.

Il confronto e i contrasti politici tra il governo e i partiti di maggioranza, tra i partiti di maggioranza e all’interno di ciascuno di essi, sta progressivamente crescendo.

Le forze politiche che sorreggono il governo non vogliono che le decisioni sull’impiego delle risorse siano concentrate a Palazzo Chigi. Il Pd crede che sia necessario definire un nuovo organigramma decisionale che tenga conto delle modifiche di consenso che i sondaggi attribuiscono ai vari partiti rispetto alle attuali consistenze parlamentari. Crescono all’interno di ciascun partito ambizioni volte a modificare la struttura del governo (il cosiddetto rimpasto). Ci sono, infine, importanti consultazioni elettorali all’orizzonte, come quelle che riguardano le principali città del Paese, cui tutti i partiti vorrebbero arrivare in posizioni favorevoli in termini di visibilità, impegni e promesse.

Il presidente del Consiglio ha cercato ieri di giocare d’anticipo ipotizzando la creazione di due cabine di regia politiche, una a Palazzo Chigi ed una al Ciae, che dovrebbero essere supportate da un panel di sei super manager, uno per ciascuna dei sei grandi capitoli del piano italiano. Questa ipotesi dovrebbe trasformarsi in un emendamento alla legge di bilancio.

La reazione dei partiti di maggioranza a questa proposta ci è sembrata a dir poco interlocutoria. Del resto gli Stati generali dei Cinquestelle non determineranno formalmente i nuovi equilibri interni prima di fine mese. E il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, in un’intervista di oggi al Corriere della Sera, ha sottolineato l’importanza della “collegialità” nella gestione del Recovery.

Il Commento Politico crede che ancora una volta sarebbe saggio seguire i suggerimenti del Presidente della Repubblica. Anche nei suoi silenzi.

Marzio Breda sul Corriere della Sera scrive oggi di quanto Sergio Mattarella sia preoccupato che la sessione di bilancio possa concludersi nei tempi e nei modi più utili. E di come la prassi costituzionale si sia strutturata nel senso della parlamentarizzazione di tutti i principali passaggi che regolano il rapporto tra governo e Parlamento.

Il governo lasci allora alla legge di bilancio di fare il suo corso naturale che, in quest’anno così terribile, è concentrato sulle azioni di cosiddetto ristoro. Porti, invece, a gennaio in Parlamento il chiarimento politico che sarà alla base delle decisioni su cui fondare, negli strumenti e nelle procedure, il Piano italiano di utilizzo delle risorse europee.

Parlando ieri all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Bocconi, Ursula von der Leyen ha spiegato che il successo o l'insuccesso del piano europeo dipenderà essenzialmente da quello che avrà fatto l'Italia e ci ha ammonito a fare le cose bene. Il tempo ha dimostrato che i nodi politici dell’impostazione del Recovery Fund sono quelli che abbiamo indicato fin dal mese di luglio. Scrivere norme senza un quadro politico di riferimento chiaro non fa riguadagnare il tempo perduto. A gennaio potranno esservi le condizioni per definire bene, una volta per tutte, l’impostazione del programma.

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