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Antichi copioni: la riforma della Giustizia

Scrive oggi Marzio Breda sul Corriere della Sera che un anno fa, quando esplose lo scandalo del mercato delle toghe, il presidente Mattarella non si accontentò di esprimere il proprio sconcerto ma andò a Palazzo dei Marescialli a chiedere una svolta. Il Capo dello Stato denunciò con durezza “il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare alti magistrati, di millantare influenze, di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di manovrare lo stesso CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un altro potere dello Stato”.

Tutto ciò non è bastato. Come mai?

Oggi tutti tornano a chiedere una riforma della giustizia. Proprio come fece Francesco Cossiga all’inizio del suo mandato. Peccato siano passati trentacinque anni ed il tema continui a covare indisturbato per riemergere come un fiume carsico in momenti topici della vita politica.

Un ingenuo potrebbe pensare che esso riprenda adesso le prime pagine solo perché tra poco si dovrà decidere se mandare a processo l’ex ministro dell’Interno. O perché potrebbe, nella circostanza, risultare decisivo il voto di Italia Viva, non condizionato dal timore di far cadere il Governo. Oppure perché sono all’orizzonte elezioni regionali di alto valore politico. O, più semplicemente, perché in autunno c’è da rinnovare il CSM.

No. È che quando le pandemie si affievoliscono, troppo forte è la voglia di dividerci tra giustizialisti e garantisti e di cantarcene quattro, come una liberazione. Come i ragazzi di nuovo ammucchiati durante l’happy hour.

Più che ingenuo, temerario sarebbe ricordare che in questi decenni tutti i temi sono stati sviscerati in proposte, convegni, dibattiti e che in realtà gli addetti ai lavori di tutte le parti politiche e le componenti che agiscono nell’ambito del pianeta giustizia - magistrati e avvocati- hanno maturato convergenze molto più profonde di quelle che la propaganda d’occasione finge e ha interesse di non vedere.

Ancor più temerario sarebbe un Governo che si facesse coinvolgere in un’ennesima polemica, distraendosi dal primario e difficilissimo compito di far uscire il Paese dalla più terribile crisi dal dopoguerra. Se proprio volesse dare un occhio ai problemi della giustizia, sarebbe utile che pensasse al settore della giustizia civile. Il settore cui guardano tutti coloro – in Italia e all’estero - che si chiedono se sia il caso di investire da noi.

Il Commento Politico pensa che se si vuole davvero giungere a una proposta di riforma del processo penale, convenga costituire un Commissione parlamentare cui dare un termine, diciamo di tre mesi, per proporre a maggioranza un articolato. Dunque, lasciamo lavorare il Parlamento. E concentriamoci sulle cose essenziali per fare uscire il Paese dalla crisi.

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